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Palestina: la parola di un israeliano contro quella di un arabo

Pochi giorni dopo la liberazione di Samir Kuntar, cittadino libanese detenuto nelle prigioni israeliane da un trentennio, ai blogger palestinesi viene ricordato che quando si tratta della parola di un israeliano contro quella di un arabo, sarà sempre la prima a vincere.

Jews Sans Frontiers nega le accuse e afferma che Kuntar non ha fracassato la testa a una bambina israeliana di quattro anni:

“Perché non parlare dei referti medico-legali sulla distanza da cui è stato sparato il colpo che ha ucciso Danny Haran? E perché mai Kuntar, durante la sparatoria, avrebbe ucciso proprio quegli ostaggi che rappresentavano l'unica sua possibilità di sopravvivenza? E mentre la polizia li accerchiava ad armi spianate, come sono riusciti, ENTRAMBI, sia Kuntar che il suo compagno, a trovare il tempo di colpire ripetutamente la bambina con i poliziotti ormai in vista? E infine, perché i poliziotti sparavano contro Kuntar sapendo che aveva, o poteva avere, con sé gli ostaggi? … Alla fine è la parola di Kuntar contro quella di poliziotti non identificati e di un medico che lavora per il governo israeliano. Kuntar sembra non avere alcun motivo per mentire. La polizia, che ha gestito male l'operazione e potrebbe essere responsabile della morte degli ostaggi, aveva invece una ragione per mentire. Il libanese è stato giudicato colpevole da un tribunale israeliano tanto fasullo da far sembrare affidabile quello di Guantanamo, e l’intero processo è stato così convincente da diventare “top secret”. Tutto ciò appare, fin qui, come una storia intessuta su una trama di facili presupposti, possibili menzogne e palesi falsità e, naturalmente, sull'ostinata credulità di giornalisti e opinionisti… Ad ogni modo, qualunque cosa abbia fatto Kuntar, Israele non ha l'autorità morale per giudicarlo. In Israele, l'uccisione di bambini è legale nella misura in cui la vittima è palestinese”.

Su American Palestinian Terry Scot richiama l’attenzione su un’informazione ben più sbilanciata.

Si parla di Nahariya, in Israele, dove “giovedì migliaia di israeliani hanno pregato e pianto ai funerali per i due soldati, il cui ritorno dal Libano dentro quelle bare scure ha provocato un'ondata di angoscia nazionale” e Terry Scot ne evidenzia la gelida ironia:

“Mi si spezza il cuore per quella nazione di animi sensibili così prostrati per le salme di “Udi e Eldad”, terroristi-soldati di Stato. Quale nobile espressione di considerazione per la vita umana, quale sensibilità ed empatia genera nel mondo che segue il drammatico funerale, mentre a pochi chilometri, in fondo alla strada, un'intera nazione viene sistematicamente brutalizzata e massacrata. Ahimè, non sentirete mai i nomi dei “terroristi palestinesi” di Gaza, Nablus, Jenin e del resto dalla Palestina occupata. I giornalisti dell'Associated Press (AP) e di altre agenzie stampa, continuando a diffondere queste false notizie in prima battuta, non fanno che confermare un’amara verità: che la vita di un israeliano vale più di mille arabi. Dove sono i giornalisti e i redattori in cerca di verità quando viene il momento di documentare le bare dei palestinesi uccisi (per favore chiamiamoli non-ebrei, perché essere israeliano non basta per vantare uno status elevato, devi essere ebreo)”.

Terry Scot fornisce anche il link al sito Cross Cultural Understanding per ricordarci la morte di Ayah Al Najjar, una bambina palestinese di otto anni uccisa da un missile israeliano aria-terra:

“Il corpo di una bambina di 8 anni, Aya al-Najjar, è stato mutilato giovedì pomeriggio da un missile lanciato da un aereo israeliano mentre la piccola giocava nel giardino davanti casa a Khuza'a, un villaggio nella parte meridionale della Striscia di Gaza. La bimba aveva appena terminato gli esami scolastici ed era tornata a casa impaziente di mettersi a giocare poiché non aveva più compiti da fare. Ha chiesto alla madre il permesso di giocare in giardino, la mamma ha acconsentito. Un elicottero apache sorvolava la zona, Aya l’ha visto e ha continuato a giocare. Né lei né sua madre pensavano di essere l'obiettivo di un missile lanciato da quell'elicottero. Tuttavia, pare che l’odio sionista per tutto ciò che è palestinese non abbia limiti, visto che Aya è stata colpita in pieno dal missile che ne ha ridotto a brandelli il corpo. Aya non è la prima bambina palestinese che finisce nel mirino dell’ IOF (Israeli Occupation Force, Forza di Occupazione Israeliana) e non sarà neppure l’ultima; Muhammad al-Dora, Iman al-Hams e Iman Hijjo sono solo tre nomi in un elenco di circa 1.000 bambini palestinesi uccisi dall’IOF dagli inizi dell'intifada di Aqsa, sul totale di 5000 palestinesi morti nello stesso periodo. Tempo addietro, la resistenza palestinese aveva lanciato un missile artigianale su un insediamento israeliano come rappresaglia per un’incursione dell’IOF nella Striscia di Gaza durante la quale le truppe avevano spianato alcune aree del territorio e sradicando degli alberi. Secondo fonti israeliane, l’attacco provocò la morte di un colono israeliano e il ferimento di altri tre”.

Infine, Terry Scot termina con un’affermazione ovvia:

“Sfido i coraggiosi giornalisti della stampa libera, e di quella meno libera, a fornire un'informazione equa dando la stessa rilevanza ai morti arabi e a quelli ebrei”.

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