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Aleksandr Solzhenitsyn (1918-2008)


È deceduto domenica 3 agosto 2008, all'età di quasi 90 anni Aleksandr Solzhenitsyn, Nobel per la letteratura e autore di Arcipelago Gulag. La blogosfera russa manifesta le prime reazioni alla sua scomparsa. Quello che segue è un primo tributo [rus] all'autore, postato su LiveJournal da markgrigorian:

È morto Solzhenitsyn

Questo è il tipo di notizia che ci trova sempre impreparati. Aveva 89 anni.

Per me Solzhenitsyn ha cominciato a prendere vita attraverso la radio che avevamo in cucina. Settimana dopo settimana, mio nonno ascoltava puntualmente ogni sera la lettura di Arcipelago Gulag. L'ascoltavo anch'io, capendo ben poco del testo, ma cogliendo comunque episodi che lasciavano senza fiato per la potenza che sprigionavano i fatti, i racconti dei testimoni e la sequenza degli eventi narrati.

Naturalmente allora non potevo conoscere la storia del romanzo già noto Una giornata di Ivan Denisovic, né sapevo della rivista letteraria Novyi Mir , che per prima lo aveva pubblicato nel novembre 1962, né avevo idea di chi fosse il direttore di quella rivista, Alexandr Tvardovsky.

Per molto tempo Solzhenitsyn sarebbe stato per me solo l'autore di Arcipelago Gulag.

La sensazione si fece ancor più palpabile grazie al fotografo Misha Kalantar, che aveva trascorso svariate notti a fotografare, pagina dopo pagina, quel testo, edito a Parigi. Fu allora che riuscii a vedere – ma non a leggere – il corposo plico di fotografie delle pagine di Arcipelago Gulag.

Tempo dopo l'avrei letto, certo in modo frammentario perché si poteva prenderlo in prestito “solo per una notte” – e quanto se ne poteva leggere nel volgere di una notte? Comunque io sono rapido nella lettura, ma sopraffatto dall'emozione dovevo posare quel libro, riprendere fiato e attendere, prima di immergermi ancora nelle pagine che documentavano l'orrore dei campi di lavoro sovietici, e nel forsennato racconto degli omicidi e dei crimini prodotti dal Sistema.

Fu poi la volta di Divisione Cancro e de Il Primo Cerchio.

Mi piacevano lo stile volutamente antiquato e la solidità di quei testi, quella prosa densa che apparteneva al periodo “pre-sovietico”, l'incedere lento della narrazione.

I lettori sovietici facevano conoscenza con Solzhenitsyn partendo da Una giornata di Ivan Denisovic e da La casa di Matrjona, mentre per me queste opere integravano ciò che avevo già letto e conosciuto.

Sulle prime, il saggio Come ricostruire la nostra Russia? mi aveva ripugnato. Non riuscivo ad accettare – e mi è tutt'ora impossibile – il palese nazionalismo che emergeva da quel libretto. Anche se, nel 1990, la prima frase “L'orologio del comunismo si è fermato” era la sintesi letteraria e artistica di quanto era accaduto. Di quello che finalmente era successo.

Fu più o meno quello il periodo in cui cominciai a realizzare che Solzhenitsyn era un esponente dell'ala nazionalista del movimento dissidente contro il regime sovietico. E in qualche modo compresi anche che dovendo scegliere fra lui e Andrei Sakharov, il quale si batteva per i valori democratici, era Sakharov che avrei seguito.

La Quercia e il Vitello mi parve la storia emblematica della lotta senza compromesso che il singolo oppone al Sistema. È un libro che, seppur imperfetto, si legge con facilità, il che vale a dire che è ben scritto.

De La Ruota Rossa il senso mi sfuggiva già allora.

La prospettiva ortodossa cristiano-patriottica non è cosa che mi appartenga. Quanto ad Agosto 1914, per me segna l'inizio di un progressivo declino dello stile letterario e delle abilità narrative dell'autore.

Lasciando però da parte la mia avversione per la sua filosofia, e in taluni casi anche per lo stile letterario di Solzhenitsyn, voglio dire che Arcipelago Gulag è stato un autentico gesto eroico. Nel contesto sovietico, dovendo lottare contro la censura e la persecuzione, e a dispetto delle perquisizioni patite, Solzhenitsyn è riuscito a raccogliere, organizzare e dar forma a materiale esclusivo che non finisce di stupire per la sua chiarezza.

Il che è un aspetto da non sottovalutare. Arcipelago Gulag è un grande libro.

Foto di Aleksandr Solzhenitsyn ripresa da Wikimedia Commons

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Aggiungiamo la sintesi italiana di un interessante commento inserito in calce al post originale tradotto sopra:

Nel ricordare di aver letto sia Arcipelago Gulag sia Una giornata di Ivan Denisovic e di averli apprezzati entrambi, Zaki definisce Solzhenitsyn un’icona della cultura per averci fatto conoscere la realtà dei sistemi di detenzione sovietici e le pratiche di annichilimento della volontà usate da quel regime.

Aggiunge poi una nota critica sull’autore, citando alcune interviste rilasciate in USA, dalle quali sarebbe emerso un certo suo fervore simile a quello della “chiesa ortodossa russa” nell’esortare la Russia a ritrovare il sentimento religioso perduto e con esso la sua dignità e la sua identità. Zaki fa notare come tutto ciò riveli un fervore ideologico che ricorda quello di certa cultura evangelica statunitense, da ‘predicatori televisivi’, bene incarnata dall'ex presidente Ronald Reagan e dalla destra conservatrice, e pur non dichiarandosi un esperto sul tema osserva come la posizione di Solzhenitsyn sia abbastanza singolare e riecheggi un po’ quella di un “passato zarista che usò proprio il sentimento religioso per sottomettere il popolo, perpetuare la distinzione fra le classi e contrastare brutalmente chiunque non sposasse la fede ortodossa d'oriente”.

Zaki conclude ricordando come in un documentario-intervista del regista Alexandr Sokurov, Solzhenitsyn, durante una passeggiata in una riserva naturale nelle vicinanze della sua abitazione, abbia mostrato scarsa propensione “a parlare di letteratura, arte e natura umana e, cio che è più singolare, a farlo proprio in relazione all'esperienza del dolore e del male inflitto dagli umani ad altri umani”. Piuttosto a disagio su certi argomenti, si sarebbe invece attardato volentieri “a parlare della natura del paesaggio russo e di come questa influenzi l’identità di quel Paese”.

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