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Perù: la vita rurale andina e la violenza intestina nei film della regista Claudia Llosa

Il film La Teta Asustada della regista peruviana Claudia Llosa si è di recente aggiudicato il premio Orso d'Oro alla mostra cinematografica internazionale di Berlino. Accolta con entusiasmo, la notizia è stata rilanciata dai media specializzati peruviani. Il blog Cinencuentro [sp], gli ha ad esempio dedicato particolare attenzione ancor prima che l'assegnazione del premio fosse annunciata, con tanto di filmato della conferenza stampa [sp]. Ci sono anche post sulla reazione del pubblico, sul conferimento del premio, sulle recensioni della regia della Llosa [sp] e sull’ uscita, ad aprile, della pellicola in Perù [sp].

L'attenzione rivolta al film potrebbe dare man forte all'industria cinematografica peruviana, cosa di cui Elizabeth Lino di Te Voy a Contar ritiene ci sia molto bisogno [sp]. Anche Guille, di Pueblo Vruto [sp] è entusiasta per il riconoscimento e crede che ciò possa rilanciare le pellicole peruviane, in particolare quelle imperniate su vicende intricate, inclusa la violenza che ha attanagliato il Paese per un intero decennio.

Tuttavia, la rappesentazione della vita rurale dei film della Llosa, all'ombra del conflitto interno con Sendero Luminoso, ha rinfocolato i dibattiti su questo difficile periodo della storia peruviana. Molti blogger si sono concentrati sul contenuto del film, chiedendosi se la Llosa fosse qualificata o meno per portare sul grande schermo la vita rurale andina.

Su Cinencuentro, Juan José Beteta scrive della precedente fatica della Llosa [sp], intitolata Madeinusa [in] e ambientata in un fantomatico villaggio indigeno di Manayaycuna.

Ya Madeinusa [sp] exhibía señales evidentes de su potencial cinematográfico y la capacidad de revelar tanto tendencias ocultas como evidentes en la sociedad peruana, respecto al mundo andino. Quizás haya que recordar aquí el diseño de un personaje que, sin abandonar para nada sus valores culturales y su papel ritual, se las arregla para utilizarlo y liberarse de ciertas cadenas que le impone tal tradición. Por un lado, Llosa pone en escena el mito (apoyado en el trabajo de fotografía, vestuario y ambientación), pero, al mismo tiempo, muestra la capacidad de agencia de una mujer para liberarse y cuestionar un orden social opresivo. (…) Estamos ante un filme que plantea lo políticamente incorrecto junto a lo políticamente correcto, con respecto al mundo andino y al papel de la mujer.

De allí que para algunos esa cinta resulte racista y ofensiva, mientras que para otros (y me incluyo) muestra la afirmación de una cultura andina desafiante, en su provocadora ambivalencia (y eso es lo novedoso).

Il film Madeinusa [sp] dimostra chiaramente le potenzialità della regista e la sua capacità di gettare luce sulle tendenze non manifeste della società peruviana nell'universo andino. Forse occorre ricordare la soggettività del personaggio femminile che, senza abbandonare il proprio retaggio culturale né il ruolo che per tradizione le compete, viene messo a nudo senza quelle modifiche imposte alla tradizione. Da una parte, la Llosa mette in scena il mito (supportato da fotografia, costumi e scenografie) ma, allo stesso tempo, punta i riflettori sulla capacità di autoaffermazione di una donna, mettendo in discussione un opprimente ordine sociale. (…) Vediamo un film che, in merito all'universo andino e al ruolo della donna, solleva argomenti al tempo stesso “politically correct” e “politically incorrect”.

Ne consegue che per alcuni questo film risulta razzista e offensivo, mentre per altri (me incluso) mette in scena l'affermazione di una cultura andina non sottomessa, con l'ambivalenza provocatoria che ne consegue (e che non è una novità).

La trama di La teta Asustada è ambientata in Perù dopo il conflitto intestino che, per mano del gruppo di guerriglieri di
Sendero Luminoso, ha trascinato nel vortice della violenza le zone rurali in particolare. La protagonista del film, Fausta, è figlia di una donna stuprata nel pieno della violenza dei ribelli. Il film – che la maggior parte dei peruviani ancora non ha visto – riaccende così controversie dai connotati sociali o politici. Carlos Quiróz ad esempio, di Peruanista non vede di buon occhio né la Llosa né il suo film [sp]:

Esta película no se trata de la vida de una mujer andina traumada por la violencia interna en Perú, como Llosa vende el cuento en Europa. Es acerca de mostrar la vida de una pianista limeña muy sofisticada, pseudo educada –y bien blanca- y como ejemplo de superioridad, mostrar a la empleada andina, la pobrecita, sumisa, superticiosa. El discurso del filme habla de simpatía indigenista, pero la imagen grita de una mala intención y de burla malosa, de comparación exagerada haciendo un paralelo entre las vidas de ambas.

… como toda folklorista convenida, Claudia Llosa se apropia de las culturas andinas para hacer filmes que impresionen a extranjeros y a ignorantes. A ella no le importan nuestros indígenas peruanos como seres humanos, sino como personajes curiosos y como objeto de burla, de reojo. Al mismo tiempo, ellos los blancos racistas se presentan a sí mismos como regios y buenos, y atractivos, mientras que a nosotros los cobrizos nos ponen brutitos y necesitados, y dependientes de ellos claro.

Questa pellicola non tratta della vita di una donna andina traumatizzata dalla violenza intestina del Perù, come la Llosa vorrebbe dare a bere all'Europa. Dipana invece la storia di una pianista molto raffinata di Lima, pseudo-istruita e bianca, esempio di superiorità alla cui luce il lavoratore domestico andino appare povero, remissivo e superstizioso. Dai dialoghi del film trapela una certa indulgenza verso il popolo indigeno, ma le immagini straripano di cattive intenzioni e di scherno derisorio, in un confronto esasperato tra le vite dei due, poste sullo stesso piano.

Tutti gli esperti popolari concordano sul fatto che Claudia Llosa si appropri delle culture andine per realizzare pellicole che facciano breccia sugli ignari e gli stranieri. Non si interessa ai nostri indigeni peruviani in quanto esseri umani, ma piuttosto in quanto personaggi singolari, da mettere alla berlina e da guardare dall'alto in basso. Allo stesso tempo, i razzisti bianchi vengono rappresentati come individui superiori, generosi e affascinanti, mentre noi, dalla pelle più scura, veniamo dipinti come bruti indigenti oltreché, naturalmente, subordinati a loro.

Inoltre, in un altro post Quiróz si domanda se ci siano stati davvero così tanti stupri a danno delle donne perpetrati da Sendero Luminoso negli anni del terrorismo in Perù [sp]:

miren como presentan a la película en España: “una historia de las mujeres violadas por Sendero Luminoso”. Estos señores están mintiendo: usualmente SL no violaba a las mujeres, eran los paramilitares, los soldados y policías del estado peruano los que abusaban de las mujeres andinas, y no estoy defendiendo a SL sino seamos honestos aquí.

Ecco come presentano il film in Spagna: “una storia di donne stuprate dal Sendero Luminoso.” Questa gente mente: Sendero Luminoso di solito non stuprava le donne; erano i paramilitari, i soldati e la polizia statale ad abusare delle donne andine, e non voglio certo difendere Sendero Luminoso, ma occorre essere onesti.

Quest'affermazione ha prodotto numerosi commenti in calce al post, olre a repliche su altri blog. Fernando Obregón di Pospost smentisce tale affermazione [sp].

Sendero Luminoso SÍ VIOLÓ mujeres. Y lo dice el Informe Final de la Comisión de la Verdad y Reconciliación, tal como se señala en el Tomo VI, Capítulo 1.5 llamado “La violencia sexual contra la mujer” [sp] que pueden descargar aquí. Que las Fuerzas Armadas o policiales hayan sido quienes hayan cometido mayor número de violaciones NO EXCULPA a Sendero Luminoso y mucho menos para afirmar que “Sendero Luminoso no violaba mujeres”. Hacerlo, es negar el holocausto sufrido por la mujer andina peruana durante la guerra interna, pero sobre todo es volver a “violarlas” en su memoria

Il Sentedo Luminoso HA STUPRATO le donne. E ciò viene dichiarato nella Relazione conclusiva della Commissione di verità e riconciliazione [sp], più esattamente nel VI volume, al Capitolo 1.5, intitolato “Violenza sessuale sulle donne” scaricabile qui [in] (formato zippato). Il fatto che i colpevoli della maggior parte degli stupri siano le forze armate e la polizia NON proscioglie Sendero Luminoso dalle reponsabilità, e ancor meno si può sostenere che “Sendero luminoso non ha stuprato le donne.” Dire una cosa simile vuol dire rinnegare l'olocausto patito dalle donne andine durante la guerra intestina, ma soprattutto vuol dire usar loro nuovamente violenza, andandole a colpire nei ricordi.

Tutta questa discussione richiama alla mente gli anni in cui il Paese ha dovuto fare i conti con il terrorismo e la blogger Isabel Guerra di Palabras Van y Vienen ricorda che non si tratta di un periodo poi così lontano [sp]. Daniel Salas di Gran Combo Club riporta altre parti della discussione riguardo la capacità della Llosa di rappresentare la vita rurale peruviana: [sp]:

Una de las objeciones más escuchadas es que Llosa no tiene derecho a referir la realidad andina porque a) no la conoce y b) porque pertenece a la elite criolla. Pero ya he sostenido que no se trata de referir a ninguna realidad. (…) En un sentido poco interesante, nadie tiene derecho a representar a nadie y cualquiera puede representar a cualquiera. En otro sentido que sí es interesante, lo que te da derecho a representar a alguien es la relevancia artística de tu representación. No me sirve de nada representar lo que “conozco bien” si el producto es una acumulación de lugares comunes sin mayor gracia y sin el menor interés. En otras palabras, una novela, una película, un poema no van a ser mejores porque se refieren a lo que –según los otros-es lo que te resulta “más auténtico”.

Secondo una delle obiezioni più diffuse, la regista non ha il diritto di farsi portavoce della realtà andina, a) perché non la conosce, b) perché lei fa parte dell'élite. Però secondo me ciò non ha niente a che vedere con la realtà. (…) In senso generale, nessuno ha il diritto di rappresentare chicchessia e chiunque può rappresentare chicchessia. Invece da un punto di vista più interessante, ciò che dà diritto a qualcuno di rappresentare qualcun'altro è la rilevanza artistica della rappresentazione di questo qualcuno. Non torna utile rappresentare qualcosa che “si conosce bene” se il prodotto confezionato non è che un insieme di cliché male assortiti e insignificanti. In altre parole, un romanzo, un film, una poesia, non saranno i migliori perché parlano di quel che – a parere di altri – risulta essere “più vero”.

È evidente che il dibattito sulla rappresentazione della vita in Perù, particolarmente al tempo della guerra interna con Sendero Luminoso, è solo all'inizio. Di certo, quando il film circolerà nelle sale ad aprile il dibattito tenderà a crescere.

Aggiornamento: Per altri link e discussioni sull'argomento, si veda il blog Globalizado [sp].

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