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Sri Lanka: pro e contro della (mancata) attenzione internazionale

Le truppe del movimento Tigri Liberatrici del Tamil Eelam [it] resistono ancora in una striscia di terra nel Nord dello Sri Lanka, ma le Nazioni Unite stimano che 50.000 persone sono ancora bloccate nella zona di guerra. Mentre i combattimenti si avviano alle fasi finali, crescono le preoccupazioni per i civili e gli appelli per l'attenzione e l'interesse internazionale su Internet e nelle strade di città quali Londra [in], Berlino [in] e Parigi [in]. Mentre in Canada Dovremmo aiutare i Tamil? [in] si è fatta domanda scottante.

Proteste Tamil a Ottawa. Foto di Mikey G Ottawa, ripresa con licenza Creative Commons

Una richiesta di intervento – proteste Tamil a Ottawa. Foto di Mikey G Ottawa, ripresa con licenza Creative Commons

Ma molti blogger mettono in discussione il tipo d'informazione diffusa a quanti vivono all'estero sulla lunga guerra dell'isola. I resoconti dei media internazionali sono stati inadeguati o inesatti, mentre il governo dello Sri Lanka sta bloccando l'accesso ai giornalisti al nord [in] dove i civili sono in pericolo.

Indi Samarajiva, blogger di rilievo e opinionista del Sunday Leader, su indi.ca chiede al Tamil Eelam di liberare i civili tenuti prigionieri e critica i resoconti internazionali sul conflitto [in]:

Francamente, penso che la “Comunità internazionale” e i media internazionali siano troppo svelti a offrire soluzioni senza esaminare la situazione. E sono, francamente, in gran parte impotenti ed irrilevanti. Va notato che Al Jazeera sta facendo dei servizi seri. Hanno un inviato sul campo a Palmudai, i conduttori pongono vere domande segnalando così che i Tamil Eelam sparano sulla gente e li tengono in ostaggio.

Gli altri media sembrano dire, “Non capiamo, così, ahem, basta”. Seriamente, sulla CNN vedo spesso il conduttore dire, “Non so cosa sta succedendo” e il reporter rispondere, “Già, nemmeno io” e io penso, “congratulazioni, fate davvero schifo come giornalisti”. Ma Al Jazeera sta andando bene.

Serendipity si aggiunge alle critiche, biasimando i media per essersi occupati dello Sri Lanka troppo tardi [in]:

Ancora una volta ci si è ricordati dello Sri Lanka con veloci battute. L'intensità improvvisa con cui i media mondiali hanno ridotto tutto alle ultime fasi dei Tamil Eelam è un'indicazione della ridotta natura di molto giornalismo, che è un business per vendere o attirare il pubblico nel caso della TV. Perciò le loro intenzioni sono più interessate al sensazionalismo che a preoccuparsi davvero del modo di riportare le notizie.

Jeremy Page, corrispondente dall'Asia meridionale per The Times a Londra, offre qualche spiegazione sul perché i media internazionali siano rimasti impotenti nell'informazione sullo Sri Lanka. Jeremy è stato respinto all'aeroporto a Colombo dopo aver provato a entrare con un visto turistico. Dopo essere stato portato in una stanza laterale, è stato trattenuto per tutta la notte e poi espulso dal Paese [in]:

Un messaggio è comparso sullo schermo: “NON PUO’ ENTRARE NEL PAESE”. Così, il mio passaporto è stato confiscato, sono stato scortato in una stanza di detenzione, bloccato per la notte e deportato il giorno dopo. Non posso dire di essere rimasto sorpreso, benchè fosse la mia prima deportazione nei 12 anni di corrispondente dalla Cina, dalla ex Unione Sovietica e dall'Asia meridionale.

Malgrado le diverse richieste formali, è da agosto che mi viene negato il visto da giornalista. Per quasi due anni, il governo dello Sri Lanka ha impedito alla maggior parte dei reporter indipendenti di recarsi nei dintorni dell'area dove avviene l'iniziativa militare contro le Tigri del Tamil. Così stavo ceercando di entrare come turista per scrivere sui 150.000 civili che le Nazioni Unite stimano essere bloccati nella zona del cessate il fuoco con le restanti Tigri. Gli unici altri Paesi che mi vengono in mente dove i giornalisti stranieri devono fingersi turisti sono lo Zimbabwe, il Turkmenistan e la Corea di Nord.

Comunque, Andrew Stroehlin scrive su Alertnet che pur se i giornalisti non hanno accesso diretto alla zona di guerra, hanno accesso alle informazioni [in]:

Anche se i giornalisti non sono ammessi nella zona del conflitto in Sri Lanka ciò non significa che non sappiamo cosa stia succedendo. Abbiamo immagini provenienti dal satellite che mostrano grandi concentrazioni di persone coinvolti nei combattimenti e abbiamo informazioni da fonti affidabili sul campo. Recenti resoconti secondo cui un numero significativo di civili sono riusciti a fuggire, non hanno modificato la situazione generale: le fonti indipendenti in campo continuano a segnalare che 100.000 persone o più sono intrappolate, esauste, con ridotto accesso a cibo e medicine, e molti sotto tiro.

Sul blog Committee to Protect Journalists, il direttore del programma Asiatico Bob Dietz evidenzia sia la mancanza di accesso che la mancanza di notizie sulla guerra. Ha incluso tali osservazioni in un'audizione sullo Sri Lanka svoltasi davanti al Congresso statunitense. Nel suo preambolo ha scritto [in]:

Quando ieri mi è stato chiesto della mancanza d'accesso, ho detto alla Commissione Lantos che mi era rimasta in mente una domanda espressa durante un incontro con alcuni studenti singalesi ad Ottawa in marzo. Erano venuti apposta da Toronto per intervistarmi su questioni relative ai media. Una di loro mi ha chiesto perché c'è così poca informazione internazionale sugli scontri in Sri Lanka. “Perché,” ha chiesto, “Anderson Cooper e gli altri non vanno più vicini che possono alla guerra, proprio come hanno fatto quando i giornalisti non sono stati ammessi a Gaza?”

Allora non seppi darle una risposta decente, e in verità anche adesso non ne ho una buona. Effettivamente le due fazioni stanno tenendo la stampa fuori dalla zona del conflitto, ma i mezzi di informazione internazionali potrebbero fare di più per riportare quanto possono ed evidenziare tali restrizioni. Questa è una grossa catastrofe umanitaria in corso nel cuore dell'Oceano Indiano, ed è virtualmente ignorata salvo per le dichiarazioni ufficiali di entrambe le fazioni del conflitto. Ricetta perfetta per la disinformazione.

Anche il blog del New York Times, The Lede si è occupato dell'accesso dei giornalisti in Sri Lanka. Il post di Robert Mackey, “Il mondo sta ignorando la Srebrenica dello Sri Lanka?”, ha raccolto, fino a questo momento, 398 commenti. Molti commenti richiedono una maggior attenzione internazionale, ma rifiutano anche il confronto fra lo Sri Lanka ed il genocidio del 1995 in Bosnia-Erzegovina. Mackey scrive [in]:

Il servizio video di Channel 4 News da Londra giovedì (riportato sotto), che mostra una massa di vittime civili uccise la settimana scorsa nel tiro incrociato fra il governo dello Sri Lanka e le Tigri Ribelli del Tamil (conosciute ufficialmente come L.T.T.E.), in una parte del Paese vietata ai giornalisti, è difficile da guardare. Le immagini sono inquietanti come quelle che hanno riempito gli schermi televisivi durante i conflitti in Bosnia negli anni 1990 ma, come precisa Lindsey Hilsum di Channel 4 nel resoconto, questa guerra sanguinosa, ora probabilmente agli ultimi spasmi, sta avvenendo in gran parte fuori dalla vista dei media internazionali.

Come nei mesi finali della guerra in Bosnia, l'impossibilità per i soldati di astenersi dal tirare granate su civili circondati, in zone densamente popolate, sta fornendo risultati scioccanti. Alex Thomson di Channel 4 ha scritto giovedì in una newsletter per email, “Bisogna chiedersi: lo Sri Lanka sta forse diventando un altro Srebrenica?”

Nel suo commento DJ critica la comparazione [in]:

Come fotografo che ha seguito la guerra in Sri Lanka, trovo spaventoso associare la situazione in Sri Lanka con Srebrenica. La guerra in Sri Lanka è orribile ed entrambe le parti hanno molte colpe. Le decine di migliaia di civili tenute in ostaggio dalle Tigri e bombardate dal governo sono vittime innocenti. Ma Srebrenica è stato un genocidio progettato ed eseguito dai Serbi bosniaci per uccidere i musulmani bosniaci innocenti. Sono stati messi in fila e fucilati, nello stile degli Eisengruppen nazisti [it]. Il governo dello Sri Lanka non ha intenzione di assassinare i civili Tamil bloccati sulle spiagge di Mullaitivu. Ha scarsa considerazione per le loro vite. Ciò è negativo. Ma non è la stessa cosa, non vi si avvicina neppure.

Mackey ha aggiornato il post il giorno dopo per chiarire come il confronto si riferisse a Srebrenica in quanto “simbolo dell'enorme fallimento della comunità internazionale nella protezione dei civili in una zona di guerra” e non per “la somiglianza con l'orribile massacro avvenuto dopo la caduta della zona franca.”

Darini Rajasingham Senanayake fa delle osservazioni sull'attenzione internazionale verso le aree del conflitto su Groundviews, recensendo la biografia di Dharmaratnam Sivaram (conosciuto con lo pseudonimo di Taraki), noto giornalista singalese assassinato nel 2005. Learning Politics from Sivaram: The Life and Death of a Revolutionary Tami Journalist di Mark Whitaker (Pluto Press, 2006), dice Senanayake, offre una buona lezione per quanti volano nelle zone di guerra [in]:

Un correttivo alle rappresentazioni dominanti delle zone di conflitto e dedicato a: “Giornalisti dello Sri Lanka che come Sivaram hanno rischiato ogni giorno la vita o l'hanno già persa per continuare a fare informazione”, questo libro dovrebbe essere lettura obbligatoria per i consulenti internazionali sul raggiungimento della pace e lo sviluppo che volano nei Paesi in guerra sicuri della superiorità e dell'obiettività della loro “cassetta per gli attrezzi” internazionale e sulla produzione di conoscenza e la concomitante “mancanza di capacità locale”, immaginando i Paesi interessati dai conflitti come popolati da nobili selvaggi, vittime e bruti che abbisognano di sussidi e interventi psicosociali oltre a un sottile strato di “società civile” – mito fondante e finanziante dell'industria internazionale del sussidio.

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