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Africa: la tecnofobia finirà per rovinare la festa delle tecnologie diffuse?

Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione [it] (nell'acronimo inglese, ICT) promettono di favorire al meglio lo sviluppo. I telefoni cellulari, si dice, facilitano la creazione e l’espansione dei mercati dove prima non esistevano. I dispositivi mobili sono entrati nella sfera bancaria (il bancomat via cellulare in alcuni Paesi), medica (consentendo a chi vive in aree rurali di ricevere le necessarie informazioni dagli specialisti) e dei servizi pubblici.

Le connessioni Internet permettono a studenti che vivono in aree rurali remote di migliorare l'apprendimento attraverso le ricerche online. Gli accademici di tutto il mondo si tengono in contatto tra loro. I social media facilitano e consentono alla gente di organizzarsi meglio e agli immigrati di inviare facilmente denaro a casa.

Il ruolo svolto dalle ICT nello sviluppo umano è stato dibattuto e discusso in un forum svoltosi ad Harvard il 23 e 24 settembre scorsi, dal titolo ICT, Sviluppo Umano, Crescita e Riduzione della Povertà [in].

Cosa si può dire però sul rifiuto dei computer e sulla diffidenza verso gli strumenti tecnologici? Se la speranza riposta nelle ICT è quella di condurre alla riduzione della povertà, in che modo la tecnofobia può inficiare questa missione? La tecnofobia è sen’altro una questione globale. Tuttavia, data la crescente influenza delle ICT sullo sviluppo, è plausibile che il timore della tecnologia e l’incomprensione delle sue finalità possano colpire in misura sproporzionata il mondo in via di sviluppo? Se così è, cosa si può fare al riguardo?

Ecco di seguito alcuni esempi della lotta alla tecnofobia e del tentativo di comprenderla. (Se sapete di altre situazioni, ci farebbe piacere ascoltarle. Proveremo a scrivere di questi temi anche in altre parti del mondo, per cui v'invitiamo a diffondere queste idee.)

La tecnofobia assume in Africa, come altrove, forme diverse. La ritrosia degli insegnanti verso la tecnologia è stata citata [in] come ostacolo all’espansione dei computer nelle scuole. In Uganda, sia lo staff che i pazienti degli ospedali indicano la “adattabilità culturale” [in] come vincolo all’introduzione dells ICT nelle strutture sanitarie. Molte ragazze in tutto il mondo vedono [in] i cybercafé – in molti luoghi l’unica modalità d'accesso a Internet – come territorio riservato strettamente ai maschi.

James Kariuki, uno specialista di e-learning che vive a Città del Capo, in Sudafrica, racconta la storia di un amico altamente scolarizzato che ha difficoltà nell’adattarsi alle nuove tecnologie. Dal suo blog [in] Elearning in Africa:

Oggi ho discusso con un amico che si lamentava della velocità con cui evolve la tecnologia. Potevo leggergli l’espressione agonizzante sul viso quando mi diceva che avrebbe dovuto tenere una presentazione in pubblico, e l'unico supporto audiovisivo presente in sala è un computer con videoproiettore. Le lavagne luminose ormai fuori moda sono state rimpiazzate da questi nuovi strumenti tecnologici. Soffriva parecchio nel pensare di dover rifare la presentazione e scannerizzare le immagini per poterle usare sul computer. Gli ho chiesto se aveva preso in considerazione l’idea di frequentare qualche corso di formazione. Questa la sua replica:

‘La maggior parte di noi ha una fobia verso la tecnologia e gran parte del gergo usato nei corsi ci rende più confusi di quanto fossimo prima. Conosco diversi professori del mio dipartimento che provano lo stesso timore modo nei confronti della tecnologia e non riescono a partecipare ai corsi.’

Gli ho chiesto: è questo il motivo per cui alcuni conferenzieri non usano mai gli strumenti informatici nelle sale convegni? Ha risposto:

‘Si, e oltre a quello c’è un fattore culturale. Si sarebbe dovuto coinvolgere un antropologo per studiare la cultura dei futuri utilizzatori di tecnologia in modo da poter consigliare loro i primi cambiamenti necessari [in termini di cultura] perché la tecnologia possa essere utilizzata con successo.’

Mi sembra che il problema qui sia che la tecnologia è stata resa disponibile, ma non così la popolazione che dovrebbe beneficiarne. Non so bene quale possa essere il miglior approccio per affrontare la tecnofobia, in particolare in quelle situazioni in cui gli individui [con la fobia] hanno tutte le risorse, la formazione eil sostegno necessari per imparare ma non riescono comunque a utilizzare gli strumenti a loro disposizione. Se qualcuno ha dei suggerimenti, fatemeli sapere.

In un commento, Neil J afferma [in] che tutti noi dovremmo sviluppare una nostra definizione di tecnofobia – perché tutti ne siamo un po’ affetti.

Suppongo, come hai detto, che la formazione sia il modo migliore per affrontare il problema. Al momento ho un incarico universitario sulla tecnofobia. Penso che tutti noi abbiamo degli elementi di tecnofobia:
– la rabbia che proviamo quando si guasta un computer;
– la paura che i computer possano sostituirsi a noi nel lavoro;
– il timore di essere tenuti sotto controllo!

Il digital divide non è solo questione di rapporto campagna/città o Paesi ricchi/Paesi poveri. Il genere è un altro fattore importante, dice Ore Somolu, che scrive [in] su The Networking Success Project in Nigeria.

Le donne subiscono diverse limitazioni alla possibilità di usare liberamente gli strumenti tecnologici, continua Ore, tra le quali redditi più bassi, minor tempo a disposizione, livelli medi di scolarità inferiori. Una delle possibili soluzioni è quella di cominciare a insegnare le ICT alle ragazze fin dalla giovane età.

Le ragazze hanno bisogno di essere maggiormente coinvolte nelle materie scientifiche e tecnologiche sin da quando sono ancora piccole. Questo può avvenire sia formalmente (scuola primaria o secondaria, corsi di computer, doposcuola) che informalmente (apprendere dai familiari o da amici, campi estivi con lezioni sui computer). Il Gender Team della KnowledgeHouseAfrica organizza dei workshop destinato alle donne sul FOSS [it, Free and open source software], onde fornire alle ragazze che lo frequentano le capacità necessarie per formare altre donne sull’uso del software libero e open source. La Fondazione Fantsuam offre borse di studio a donne qualificate e interessate alla formazione in ambito ICT.

La madri esercitano grande influenza sulle figlie e se si dimostrano tecnofobe, le ragazze potrebbero adottare atteggiamenti simili senza rendersene conto. È importante che l’incoraggiamento venga da casa, con l’introduzione sin dalla più tenera età a forme di tecnologia via via più complesse.

Lauren Clifford-Holmes, studentessa alla Rhodes University in Sudafrica, ha la sensazione che le ICT non stiano mantenendo le promesse perché solo pochi progetti hanno dato risultati tangibili. Elenca alcuni esempi delle migliori pratiche nell’adozione delle ICT come fattore di sviluppo. Dal suo blog [in], The Soap Box:

Ciò che mi ha colpito di questa storia sono stati principalmente due aspetti: innanzitutto che inondare una comunità di tecnologia è inutile a meno che non si insegni a consumarla e utilizzarla a fini produttivi. Secondo, questo caso di studio rende evidente l’importanza di concentrarsi sulle scuole e sull’introduzione degli studenti alla tecnologia, che può contribuire all'esperienza formativa e fornire loro le competenze di cui hanno bisogno per entrare con successo nella società dell’informazione e nell’economia della conoscenza.

Descrive poi un esempio per la promozione di tecnologia appropriata, l’Intel Teach Program [in].

Il liceo di Mthebula ha ricevuto alcuni anni fa dei computer donati dalla Telkom, ma nessuno degli insegnanti ne prevedeva l'impiego nei corsi. L’insegnante di lingue, Mercy Ntlemo, attribuiva ciò al fatto che la gran parte dei docenti non possedeva “la conoscenza specifica e la formazione necessaria per integrare adeguatamente la tecnologia”. Di conseguenza i computer restavano a impolverarsi, raramente utilizzati se non per la ricerca di informazioni elementari e il più basilare word processing.

Questo esempio illustra il contesto del più vasto dibattito sulle ICT e lo sviluppo: lo sviluppo deve prodursi su una moltitudine di livelli differenti. Non ha senso pensare che si stia aiutando lo sviluppo donando gratuitamente tecnologia, come i computer, a chi non dispone delle conoscenze necessarie per usarla in maniera efficace.

In questo caso particolare, Ntlemo ha partecipato all’Intel Teach Program, un programma di crescita professionale progettato per aiutare gli insegnanti a integrare con efficacia gli strumenti tecnologici nelle scuole con l’obiettivo di sostenere gli studenti nella formazione di competenze adatte al XXI secolo. Ntlemo sente di aver realmente beneficiato di quel programma e, sull’onda del suo successo, molti altri insegnanti vi hanno preso parte per “superare la tecnofobia”.

Questo programma formativo ha messo i docenti di fronte a nuovi approcci per la creazione di strumenti di valutazione e per allineare le lezioni a obiettivi e standard pedagogici. Essi hanno inoltre scoperto nuovi modalità per incorporare l’uso di Internet, del web design e dei progetti degli studenti come veicoli per un solido apprendimento.

A seguito dell’Intel Teach Program, Ntlemo spiega che la tecnologia è ormai parte integrale del curriculum al liceo DZJ di Mthebula, e la pedagogia di progetto è diventata la norma. Il programma formativo ha rivoluzionato il modo in cui i docenti usano il computer – una risorsa meravigliosa fino ad allora stata totalmente sottoimpiegata. Ntlemo racconta che il programma “ha rivoluzionato il modo in cui insegniamo.”

Cosa ci insegna dunque una storia come questa? Che abbiamo bisogno di un approccio olistico allo sviluppo, e che lo sviluppo avviene all’interno di specifici contesti – per esempio l’analfabetismo informatico. Dobbiamo riuscire a comprendere il contesto delle diverse comunità che hanno bisogno di progredire nelle ICT in modo che lo sviluppo non rimanga uno sforzo inutile ma diventi piuttosto un significativo processo di cambiamento.

5 commenti

  • andrea zanchetta

    Non avevo mai riflettuto sulla difficoltà di penetrazione della tecnologia in alcune aree del mondo. Il contesto dal quale si parte, certamente ha una sua influenza. L’esperienza che ho io di digital divide, non riguarda i paesi emergenti, ma l’Italia. L’utilizzo dei computer nella pubblica amministrazione e nelle aziende private, è sfruttato solo in parte. Nella maggiorparte dei casi si procede come una volta, usando un mare di carta e impiegando molto tempo invece di risparmiarlo. Quindi io credo che la differenza sia più ridotta di quanto sembri in realtà. Anche la progettazione del software ha una parte di colpa. Non possiamo essere sicuri che un software progettato secondo uno schema mentale “occidentale” possa andare bene per tutte le altre popolazioni, perciò la difficoltà sta nell’adattamento all’uso e non all’uso stesso. Come esempio porterei l’India. Le software-house americane hanno appaltato moltissime parti dei loro programmi a società di programmatori indiani. L’India, nonostante tutto, ha un livello molto buono di scolarizzazione, ma dubito che in ogni scuola si usi il computer. Credo quindi che la capacità di “astrazione”, fondamentale nella programmazione, sia dovuta al contesto della società indiana: presenza di molte religioni diverse, capacità di adattamento straordinaria, capacità di imparare rapidamente.
    Andrea.

  • Ciao, il tuo riferimento agli schemi mentali differenti nella progettazione di software mi fa venire in mente un’esperienza che ho vissuto in azienda. Io lavoro in Banca Antonveneta, che alcuni anni fa era stata comprata da Abn Amro, banca olandese (oggi siamo del Montepaschi): ai tempi c’era l’esigenza di fondere i sistemi informativi, i processi del credito, ecc… Per l’implementazione di molte procedure e processi, Abn Amro si avvaleva di società informatiche con sede a Bangalore in India. Insomma, a quell’epoca dovevamo (sono un analista crediti) disegnare le richieste di predisposizione/aggiornamento del software insieme agli olandesi – in interminabili riunioni – e poi inoltrarle agli informatici di Bangalore, i quali scrivevano il software. Era già difficilissimo comprendersi con gli olandesi, per la cultura aziendale lontana – e non solo quella – , prassi e politiche del credito diverse, e la difficoltà linguistica; e dopo tutto questo confronto, si doveva inviare schemi e tabulati agli indiani perchè ci scrivessero i programmi. Credo che non ci sia stata una volta in cui i programmi di ritorno non fossero pieni di errori (non per colpa degli indiani ovviamente), e comunque funzionavano con estrema inefficienza; ora dico una cosa abbastanza delicata, ma la stessa Abn Amro ha avuto grossissimi problemi nella sede stessa di Amsterdam e le sue trading rooms.
    Se uno pensa alla bontà dei programmatori italiani, e al loro comunque non eccessivo costo, e considera i costi legati alle incomprensioni e ai conseguenti errori legati all’uso di software house lontanissime dalla nostra realtà, tutto sommato non so se il gioco valga la candela.
    C’è da dire che forse è la nostra cultura finanziaria, e la ns cultura in generale, ad essere piuttosto lontana dal modello anglosassone che ha plasmato invece molte realtà del mondo.

    • >C’è da dire che forse è la nostra cultura finanziaria, e la ns cultura in generale, ad essere piuttosto lontana dal modello >anglosassone che ha plasmato invece molte realtà del mondo.

      concordo – non perche’ si debba sempre copiare qualcuno, figurarsi, quanto proprio perche’ le nuove tecnologie e il mondo online consentono di mixare e personalizzare al meglio capacita’ e culture del mondo, di creare ponti salvaguardando il locale e al contempo innestando il nuovo….mentre l’esempio di cui sopra e’ un classico del modo d’operare vecchio e che cerca per forza di piegare il nuovo a contesti-modalita’ superati, cosi’ come certi big high-tech vorrebbero imporre le proprie visioni e usi della tecnologia ai cittadini africani che invece hanno altri obiettivi/modalita’

      • andrea zanchetta

        Ritengo molto opportuni i vostri commenti. La tecnologia nelle realtà africane e in generale nei paesi in via di sviluppo, dovrebbe servire a veicolare il concetto che grazie ad essa si può “effettivamente” vivere meglio e che impadronirsene è essenziale. Questo riguarda soprattutto i sistemi di comunicazione che ritengo non siano sviluppati in maniera omogenea in tali paesi. Dal canto suo la tecnologia, andrebbe rimodulata secondo le esigenze “locali” e non intendo solo dei paesi del terzo mondo, ma anche secondo le nostre esigenze, perchè anche noi “sviluppati ed occidentali” ci troviamo spesso di fronte a bizzarie dei software ai quali siamo sottomessi. Per convincersi basta pensare ad una attesa alla Posta o in banca, quando “il computer non va”. Andrebbero studiati linguaggi ed interfacce nuove adattabili alle diverse realtà, ma anche ispirate da esse. Affrontare il problema in modo diverso potrebbe farci scoprire l’efficacia di lingue o sistemi di numerazione diversi dal nostro; magari anche più facili da implementare sui nostri pc. Andrea.

  • […] a un quadro più “interattivo” sarà comunque necessario trovare il modo giusto di combattere una certa tecnofobia, vincere la diffidenza verso i computer e internet, spesso considerati come l’ennesimo […]

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