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Canada: allarmante il tasso di suicidio tra i giovani indigeni

I Giochi Olimpici invernali 2010 si terranno il prossimo mese a Vancouver e l’evento sarà rappresentato da un simbolo indigeno [in]. Il logo [in] dei Giochi è, infatti, un moderno inukshuk: una scultura in pietra usata come punto di riferimento dalle popolazioni Inuit del Canada, che a detta degli organizzatori è un simbolo di amicizia e speranza. Ma la speranza è proprio quello che sembra mancare a molti giovani indigeni del Canada, che mostrano ancora un livello allarmante di suicidio, una situazione che in alcune comunità appare davvero critica.

Negli anni il tasso di suicidio è  diminuito in Canada, ma non tra gli aborigeni, pur esistendo notevoli differenze tra le diverse comunità. Il tasso di suicidio [in] tra i giovani delle Prime Nazioni [it] è da cinque a sette volte superiore a quello dei giovani non autoctoni e i tassi tra i giovani Inuit [it] sono tra i più alti nel mondo, undici volte la media nazionale. Si ritiene che il problema sia in realtà ancora più grave, poiché di solito non tutti i gruppi indigeni sono contemplati dalle statistiche.

Sono molti i fattori che contribuiscono [in] a questo tragico fenomeno, come l’isolamento, la povertà e la mancanza di alloggi adeguati, cure mediche, servizi sociali e altri servizi di base. Nel suo blog Sweetgrass Coaching, Richard Bull ritiene responsabili [in] anche il dolore e l’impotenza causati dalla colonizzazione:

“Non si può comprendere il suicidio dei nativi senza prendere in considerazione la colonizzazione. Come persone indigene dobbiamo renderci conto che prima dell’invasione europea non avevamo tassi di suicidio esorbitanti (il termine ‘contatto’ è troppo blando per descrivere quanto accaduto in realtà).

Quando la società canadese afferma che siamo malati, è come se un killer psicopatico dicesse a qualcuno che ha cercato ripetutamente di strangolare  che dovrebbe fare qualcosa per i segni sul collo e visitare uno psichiatra per gli incubi ricorrenti e la scarsa autostima”.

Nello specifico, alcuni blogger puntano il dito contro le scuole residenziali [in] del Canada, un sistema finanziato a livello federale e gestito dalla Chiesa che ha separato i bambini indigeni da famiglie e comunità per aiutarli a integrarsi nella cultura euro-canadese. Dal XIX secolo fino agli anni ’70, oltre 150.000 [in] bambini indigeni sono stati costretti a frequentare queste scuole cristiane. Si è in seguito scoperto che molti di loro hanno sofferto abusi fisici, emozionali e sessuali. Nel giugno 2008, il Primo ministro Stephen Harper ha chiesto pubblicamente scusa [in] a nome del governo canadese e dei suoi cittadini per il sistema scolastico residenziale.

Sul blog Anishinawbe Blog, Bob Goulais afferma [in] che non si devono sottovalutare gli effetti multi-generazionali delle scuole residenziali.

“Molti dei sopravvissuti alle scuole residenziali e le loro famiglie non hanno nessun’altra identità oltre alla propria chiesa e quanto hanno appreso a scuola. Senza un’identità e senza essere accettati, vengono confinati ai margini della società. Sebbene questa generazione sia probabilmente meno discriminata, grazie al maggiore accesso ai programmi sociali e alle numerose vittorie in campo politico, legale e dei diritti, il danno nei confronti delle generazioni passate è ormai stato perpetuato. I genitori non sanno come svolgere il proprio ruolo. Le famiglie non sanno come amare…

…per troppi giovani, il suicidio è l’ultima via d’uscita. Lo vediamo sempre più spesso nelle comunità settentrionali più remote. Quella è davvero la realtà più triste. Non riesco a immaginare quanto debba essere brutta la vita perché un ragazzino Cree di dodici anni arrivi a impiccarsi con l’altalena del centro ricreativo. Per non avere l’amore di cui ha bisogno….per non avere speranza. Sapere che non è stato il primo e che non sarà l’ultimo”.

Per combattere il fenomeno del suicidio tra i giovani indigeni, è stato lanciato [in] ad aprile 2008 il Honouring Life Network [in] fondato da Health Canada. Il sito contiene tra le altre cose risorse per i giovani e gli assistenti giovanili, un blog [in] e le storie personali di giovani nativi. In questo racconto personale [in] un giovane narra come la morte del fratello maggiore lo abbia spinto lui stesso a pensare di togliersi la vita.

“Il giorno del secondo anniversario dalla sua morte, non ce la facevo più a sentirne la mancanza. Mi sono alzato molto presto la mattina per recarmi a piedi fino all’area del picnic vicino al lago. Un altro ragazzo si era impiccato lì non molto tempo prima. Era come se volessi vedere per l'ultima volta il lago.

Lì fuori però c'era il mio vicino di casa e ha iniziato a parlarmi e credo si fosse reso conto che qualcosa non andava. Ha continuato a parlare e parlare e poi ha svegliato i miei genitori. In realtà non ho mai detto loro cosa avessi intenzione di fare, ma in qualche modo l'intuivano. È stato un forte shock per tutti noi e ci ha aperto gli occhi.

Abbiamo iniziato delle terapie tradizionali, io e mio papà ad esempio abbiamo cominciato a fare le saune cerimoniali con gli altri uomini. Non ne parlerò perché sono faccende private. Mia madre invece si occupa di bruciare la salvia e la mirra, impuzzolentisce tutta la casa, ma va bene così, perché è tornata a comportarsi da mamma”.

Lo scorso autunno, su Honouring Life Network è stato annunciato un concorso video, invitando i giovani nativi a inviare un breve filmato sul tema della prevenzione e della consapevolezza del suicidio. I filmati inviati possono essere visti su YouTube; il video vincitore è intitolato “Choose life” [scegli la vita]:

Popout

Anche altri giovani sono impeganti a sconfiggere questo problema in crescita. Nel 2006, Steve Sanderson, un giovane fumettista indigeno, ha scritto e illustrato un fumetto intitolato “Darkness Calls” [in, Il richiamo delle tenebre] che tratta il tema del suicidio tra i giovani nativi. Incentrata su un adolescente chiamato Kyle, la storia è disponibile anche in video [in]. Nel blog Stageleft, il blogger presenta [in] altri dodici giovani locali che hanno fornito un contributo importante e che per questo hanno ricevuto un riconoscimento; tra loro c'era anche la figlia Charlotte:

“Sono sicuro di poter affermare che nessuno delle dodici persone sul palco ha vissuto la vita che ha vissuto, o fatto le cose che ha fatto, solo per ricevere un riconoscimento…Charlotte si è interessata al tasso di suicidio dei giovani indigeni, che è di gran lunga superiore al tasso nazionale, e quello della comunità Inuit è il più alto in Canada. Per attirare l’attenzione su questo problema, lei e altri quattro giovani nativi hanno viaggiato a piedi da Duncan, in British Columbia, a Ottawa, parlando in centri comunitari, carceri giovanili, centri sociali, consigli municipali e con tutti i politici che hanno voluto ascoltarli”.

Secondo un rapporto [in] di Unicef Canada del 2009 sulle condizioni di salute dei giovani indigeni, la prevenzione del suicidio e l’intervento in questo campo possono avere successo solo se si prendono in considerazione le interconnessioni tra cultura, comunità e ambiente. Qualunque sia l’approccio, il blog Rebel Youth afferma [in] che i giovani autoctoni, come tutti i giovani canadesi, meritano di avere un futuro.

“Oltre il 50% dei giovani nativi ha meno di 23 anni. I giovani canadesi hanno ragione a essere profondamente arrabbiati per come la classe dominante canadese tratta le popolazioni indigene; l’attacco nei confronti della gioventù autoctona è un attacco nei confronti di tutta la gioventù.

I giovani indigeni hanno bisogno di un futuro. Un futuro privo di razzismo, un futuro con un lavoro ben retribuito, un futuro con la loro terra o una giusta compensazione per il suo utilizzo. Un futuro con il diritto a un’educazione per tutti, inclusa quella terziaria. Un futuro con alloggi adeguati. Un futuro senza razzismo istituzionale e senza la brutalità di forze dell'ordine discriminanti. Un futuro con un sogno. Un futuro che sia realtà”.

Thumbnail:  bambino Inuit, foto di wilihybrid su Flick, ripresa con licenza Creative Commons.

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