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Quando libertà d'espressione e multinazionali non vanno d'accordo…

Nelle ultime due settimane si è registrata l'intensificazione delle discussioni sulla recente campagna di Greenpeace rivolta contro Nestlé per l'utilizzo di olio di palma, causa di conseguenze estremamente distruttive sull'ambiente – come già dettagliato in questo articolo. La campagna è iniziata con un video “virale” [in] caricato su YouTube e pubblicato sul sito principale dell'organizzazione, nel quale un impiegato mangia in ufficio una barretta di KitKat che gronda sangue, per richiamare l'idea degli effetti del prodotto sugli oranghi.


Il video “Have a break?” (Una pausa?) di Greenpeace UK su Vimeo.

Nestlé ha replicato alle critiche chiedendo e ottenendo l'eliminazione del video da YouTube [in]. Le reazioni sia al filmato originale che alla replica dell'azienda si sono spostate sul gruppo Facebook della Nestlé [in], i cui amministratori hanno chiaramente indicato la rimozione di opinioni negative e ricordato ai “fan” che è illegale utilizzare qualsiasi logo aziendale alterato in modo creativo. Si è anche accennato al blocco delle email inviate alla multinazionale.

L'intera questione ha generato molte critiche [in] sulla libertà di espressione in generale, ma anche nei confronti della Nestlé come organizzazione. Vi sono stati anche commenti espressi da specialisti di social media che suggeriscono azioni appropriate sia attraverso i media tradizionali che sul gruppo Facebook Nestlé [in].

Pagina Nestlé su Facebook

Nel frattempo, questo di Greenpeace è divenuto un caso esemplare [in] di conduzione di una campagna online di successo grazie all'uso di strumenti relativamente a basso costo, strategie reattive in tempo reale e idee creative.

In linea con tali azioni, venerdì scorso si è risolta in un altro successo AirPlot [in], una nuova campagna online di Greenpeace: un tribunale britannico ha bloccato [in] i progetti per l'ampliamento dell'aeroporto londinese di Heathrow.

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