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Trinidad e Tobago: sogni, giovani e cultura dei Caraibi secondo i nativi digitali

Outlish Magazine è un nuovo settimanale online [en, come tutti gli altri link] rivolto al pubblico giovanile di Trinidad e Tobago. La testata è centrata su persone che vogliono realizzare i propri sogni e su tematiche naturalmente cruciali per i propri lettori: ecco perché sta diventando assai popolare. Per scoprire cos'è che rende Outlish così “in” al momento, ne ho intervistato la fondatrice e responsabile editoriale Karel Mc Intosh.

Janine Mendes-Franco: Prima curavi saltuariamente un blog su Caribbean Public Relations (CPR), collaborando occasionalmente con Global Voices e lavorando nel marketing per “The Man”, e poi hai deciso di proseguire dando vita a questo settimanale online, progetto a cui andavi preparandoti da tempo. Come hai iniziato e percepito che c'era spazio per questo tipo di pubblicazione in un mercato fondamentalmente tradizionale?

Karel Mc Intosh: Ho iniziato a gestire il mio primo blog nel giugno 2006 presso CPR e l'ho mantenuto a lungo finché le condizioni di lavoro non sono diventate molto frenetiche, passando al mondo degli affari. Quando poi mi sono licenziata ricoprivo una posizione manageriale, che per qualcuno può rappresentare un grosso risultato. Non m'importa granché delle cariche; mi interessa di più fare cose che mi divertono e che stimolano costantemente la mia creatività. Mi sentivo soffocata e frustrata, e così ho lasciato quel lavoro. Un attimo prima di andarmene, però, l'immagine di Outlish ha cominciato a consolidarsi nella mia mente, e ho deciso che quando avrei avuto del tempo libero la rivista sarebbe partita.

Da vari anni curo un blog, sono Internet-dipendente e mi piacciono molto le riviste. Come “nativa digitale” il mondo online è mia scelta naturale, e così ho fatto. Senza contare che i costi per partire sono incredibilmente bassi.

Karel Mc Intosh, fondatrice e responsabile di Outlish Magazine

Karel Mc Intosh, fondatrice e responsabile di Outlish Magazine. Foto concessa da Mark Lyndersay.

Quando ho lanciato Outlish non m'importava della concorrenza, nè di sapere se ci sarebbe stato o meno spazio sul mercato per la rivista. Considero questo progetto il frutto di una grande passione, piuttosto che il tentativo di trovare un modo per guadagnare. La maggior parte delle testate e siti che preferisco sono localizzati all'estero, e so che è così anche per molti residenti nei Caraibi. Ho voluto realizzare qualcosa di attinente ai temi che mi stavano a cuore, senza diventare troppo intellettuale però. Il numero di persone che usa Internet solo a Trinidad e Tobago sta crescendo ogni anno, basta dare un'occhiata a Facebook. C'è sempre qualcuno online, che scambia link agli articoli preferiti e discute di vari argomenti, e così ho capito che un sacco di gente era potenzialmente interessata ai contenuti di Outlish. Inoltre, una volta su Internet, il pubblico è il mondo, in senso letterale. Ho iniziato concentrandomi su Trinidad e Tobago, e l'obiettivo finale è quello di ampliare la gamma [dei contenuti] a tutta l'area caraibica.


JMF:
Quali sono gli ingredienti che hanno contribuito alla creazione della rivista, sia dal punto di vista tecnico che creativo? E perché questo titolo?

KMI: Volevo qualcosa che rendesse l'idea della diversità e dell'azione al di fuori degli schemi. I media tradizionali si lanciano su tutto ciò che è di moda, ma c'è gente là fuori a cui non importa nulla delle mode o delle ultime tendenze, e che preferisce ricondursi a percorsi del tutto personali. Ecco cosa volevo che rappresentasse il titolo. Ho passato in rassegna un mare di nomi: il problema di essere online, poi, è che tanti domini o nomi sono stati già  presi, cosicché diventa difficile registrare il dominio che si vorrebbe. Ho scelto una soluzione breve e armoniosa. Ho visto quel nome online una volta e mi è piaciuto, oltre a rappresentare qualcosa che mi appartiene da sempre. Quando ne ho verificato l'effettiva disponibilità, l'ho registrato immediatamente.

C'è voluto parecchio lavoro per calibrare e consolidare la “vision” di Outlish. Ho verificato la sostenibilità dei contenuti che mi ero proposta di pubblicare: so benissimo quanto le idee influenzino i flussi di lavoro, cosa si può realizzare e gestire di fatto. Per la creazione del marchio, la mia amica Jeunanne Alkins ha curato il design del logo ed è stata una valida cassa di risonanza. Anche il supporto e l'interesse manifestato da altre persone per quello che stavo facendo [come ad esempio Quilin Achat, il viceredattore] sono stati molto incoraggianti, specialmente quando mi sono fermata un attimo per chiedermi, “Karel, cosa stai facendo?” Con molto anticipo sulla pubblicazione della rivista ho aperto una pagina di anteprima con una panoramica su Outlish, un acconto su Twitter e una pagina di fan su Facebook, in modo che la gente potesse familiarizzare con il progetto e dare feedback sui contenuti ancor prima della pubblicazione. I lettori ci hanno inviato regolari e-mail dicendoci di gradire la vision di Outlish, e ciò mi ha incoraggiato parecchio, confermando la forza della mia intuizione.

Da un punto di vista tecnico, devo il progetto del sito web a una collega blogger, Ndelamiko Lord, conosciuta anche come Sun Goddess per via del suo blog omonimo. Stranamente, Ndelamiko mi aveva fatto venire voglia di fondare una rivista già anni fa! Ndelamiko gestisce una testata digitale dal titolo Sunhead Magazine, che leggevo religiosamente e ritenevo così “moderna”. Abbiamo chattato su Facebook, e dopo che i progetti con il designer originario del sito web sono andati in fumo, l'intervento di Ndelamiko è stato provvidenziale. È proprio buffo: la blogosfera e la comunità tecnologica dei Caraibi ha a disposizione molta gente di grande talento, e sono proprio contenta per il sostegno ricevuto. Sono riconoscente in modo particolare al gruppo #WITArmy (West Indian Twitter Army). Sono persone assai dinamiche e mi hanno aiutato parecchio. E alcuni tra i più attivi sono su Twitter. Il nostro capo fotografo Mark Lyndersay è l'autore delle straordinarie foto di tutti coloro che intervistiamo: un vero e proprio geek. È attivo anche su Twitter. E così abbiamo imbarcato a bordo di Outlish degli autentici appassionati della tecnologia.

Teen Rockers – Bangaseed. Foto concessa da Mark Lyndersay.

JMF: Ritieni che Outlish stia cambiando il panorama dei social media a livello locale? Come ne misuri l'efficacia?


KMI:
L'importante è continuare a divertirsi, anche se sto pensando di conferire qualche tipo di valore economico a Outlish. Ritengo tuttavia fondamentale conservarne l'essenza, ovvero fornire uno spazio dove i giovani di Trinidad possano vedere se stessi e i coetanei perseguire e raggiungere i propri sogni, senza temere le opinioni altrui. Credo davvero nella capacità di raggiungere qualsiasi obiettivo purché ci sia pianificazione e convinzione.

Finora ho ottenuto riscontri decisamente positivi. La gente mi dice che controllano il sito parecchie volte durante la settimana, e che amano in particolar modo le nostre interviste. Non vorrei attribuire a Outlish il merito di cambiare il panorama dei social media a livello locale, anche se viene menzionato nei dibattiti sui social media nei talk show tradizionali. Credo il punto principale sia dimostrare che se sapete muovervi nei social media, potete creare una comunità online, costruire dei rapporti interpersonali autentici e dar vita a qualcosa di dinamico.

Ho continuato seguire il feedback ricevuto via Facebook e Twitter, le menzioni sui blog, le e-mail, e a tenere in grande considerazione le conversazioni con quelli che incontro. Questo atteggiamento mi aiuta a tenermi informata sui gusti della gente. Inoltre, sono molto aperta ai suggerimenti altrui. So cosa voglio per Outlish, e parte del lavoro consiste nell'assicurarmi che i lettori e collaboratori siano coinvolti nel processo di elaborazione. Outlish è un forum per l'espressione, e contiamo sui contributi dei lettori per stimolare la conversazione. Per Outlish puntiamo su tipi dinamici, gente schiva, persone che hanno veramente qualcosa da dire. A volte il vicino della porta accanto è ben più interessante di una celebrità. Riteniamo che sia di gran lunga più divertente scoprire cosa c'è là fuori piuttosto che rimanere invischiati con le mode. Così, continueremo a dare risalto alle persone dai 40 anni in giù che dimostrano di avere prospettive interessanti e di perseguire il proprio destino. I criteri di base che adottiamo per la valutazione si misurano sul contributo all'ispirazione e all'incoraggiamento mediante i nostri contenuti. Outlish è un movimento. Finché la gente ne trae ispirazione, Outlish è autentico, proprio per gli obiettivi che si è proposto di realizzare.

JMF: Come scegli i materiali da pubblicare?

KMI: Non c'è un metodo scientifico. Noi esaltiamo l'individualità, e diamo spazio alle persone che la rappresentano e che, a proprio modo, sono di ispirazione per gli altri. Siamo in cerca di individui con spirito imprenditoriale, avventuroso. Sia che si tratti di un'artista, un imprenditore o un attivista, c'è un filo che corre lungo tutte le nostre storie: queste persone sanno cosa vogliono fare, cosa amano fare e stanno cercando di realizzarlo nonostante tutto.

James Hackett, illustratore, appassionato di folklore e studente di moda

James Hackett, illustratore, appassionato di folklore e studente di moda. Foto concessa da Mark Lyndersay.

Siamo sempre in cerca di persone nuove, chiediamo sempre suggerimenti ai lettori, riceviamo e-mail in cui ci chiedono interviste. Se ci arrivano delle proposte, invitiamo a segnalare link per acquisire maggiori informazioni, e andiamo avanti da lì. Normalmente presentiamo una persona a settimana, a volte due. Abbiamo una nutrita lista d'attesa, e proviamo a stilare un programma abbastanza in anticipo. Il bello di Outlish è che ho finito per incontrare così tanti giovani di talento, dinamici, entusiasmanti, ed è per questo che vado avanti su questa strada. Quanto ai contenuti d'attualità, vediamo cosa succede in giro, il genere di aspirazioni dei lettori, cosa li colpisce e anche argomenti interessanti in generale. Oppure, mi succede di sentire una frase buttata lì da qualcuno, e di trarre ispirazione in questo modo. La gente ha interessi diversi, e talvolta gli basta solo visitare un sito e poter scegliere da un'ampia gamma di argomenti. È come avere un mash-up dei contenuti che ci piacciono. Così proviamo a creare un ampio contenitore. In realtà non abbiamo regole o una formula predeterminata, per lo più è tutto spontaneo. In questo modo, succede di pianificare in anticipo certe tematiche per poi, oplà, cambiare tutto all'ultimo minuto. Amo il caos organizzato.

JMF: La pubblicità è ovviamente una strada per sostenere questa iniziativa. Ritieni che le aziende locali siano consapevoli del potenziale rappresentato da citizen media e social media in generale?

KMI: Alcune aziende vanno lentamente rendendosene conto. Le testate tradizionali sono ancora assai forti a Trinidad e Tobago, per cui si potrebbe pensare che il ruolo dei social media non sia un granché importante. Tuttavia, penso che di fatto il potere sia passato ai singoli. Se non ci piace un marchio, abbiamo la possibilità di creare una pagina in cui aggregare opinioni comuni, oppure esporre le critiche su un blog o su Facebook. Le voci della gente diventano più significative online. Si è visto che il tema dei social media come canale di comunicazione è stato trattato con serietà. Alcuni richiamano semplicemente l'attenzione oppure creano una pagina e la utilizzano soltanto come sistema per pubblicare notizie. Le aziende hanno ancora paura di essere criticate online o di ricevere un feedback negativo, ma nel mondo digitale la gente si fida di più se può “prendere la parola”. Secondo me è ormai assodato che i social media sono una realtà destinata a durare, non una moda. Se ne capiscono la potenzialità? Non credo proprio.

La cosa peggiore è sottostimare gli obiettivi che si possono raggiungere grazie ai social media. Nel 2009, Outlish non era un qualcosa che le persone potevano aver anticipato. Sono stata capace di attivare la rivista in pochi mesi. Non appena gli utenti diventano più esperti, si chiariscono i modi di comunicare e si scoprono diversi fonti da cui attingere informazioni. Succede proprio così. Vorrei far presente al mondo aziendale che i social media non sono solo una questione di numeri. Bisogna seguire gli utenti che hanno un certo seguito e quanti si danno da fare con certi marchi o siti. È una fortuna per Outlish avere il supporto online di questo tipo di utenti. Forse perché provengo dalla prima infornata di blogger caraibici riesco ad avere ottime relazioni online. Non si tratta di pubblicare un annuncio sul sito web di un quotidiano, bisogna scovare gli spazi dove la gente si ritrova e aggregano e rimanere online per scambiare opinioni ed esporre i propri punti di vista. È lì che si va per discutere collettivamente.

Aarti Gosine, editore di libri per la scuola primaria

Aarti Gosine, editore di libri per la scuola primaria. Foto concessa da Mark Lyndersay.

JMF: In che modo hai utilizzato piattaforme di social media più consolidate per informare al meglio sull'esistenza di Outlish?

KMI: I social media hanno giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della comunità legata a Outlish. Non ho fatto alcuna promozione fra le testate tradizionali. Facebook, Twitter, la nostra pagina di anteprima, molto linkata all'interno della nostra rete sociale, come anche il passaparola, sono stati cruciali. È grazie ai social media che ho potuto fare nuovi incontri e nuove scoperte. La pubblicità su Facebook è stata minima. Ho speso forse 120 dollari caraibici per promuovere il sito nella fase iniziale, ma per l'avvio ufficiale non abbiamo fatto alcuna pubblicità. Il lancio si è basato semplicemente su messaggi tramite i news feed e sulle anticipazioni già disponibili. Ha funzionato. Finora, il passaparola online è stato il vero motore del traffico verso il sito.

Ovviamente, il traffico ha un valore enorme, ma sono molto interessata alla lealtà dei lettori e ad assicurarmi che la rivista offra stimoli concreti rispetto alla propria vita. Non ho intenzione di promuovere il logo in quanto tale, ma più specificatamente vorrei formare relazioni, e dare spazio a tutti quei giovani di talento di cui non si sente parlare. Ad esempio, non uso quasi mai Twitter per promuovere Outlish. Sono qui online tutti i giorni per chattare, sostenere i progetti altrui, e divertirmi un mondo. Chiamala pure la parte “estroversa” di Outlish che abita in me, ma usiamo i social media per coinvolgerci con la gente e scoprire cosa c'è là fuori, così da poter condividere tali scoperte con i lettori.

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