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Libano: diritto al lavoro per i rifugiati palestinesi

Campo-profughi di Nahr el Bared, Libano

Campo-profughi di Nahr el Bared, Libano (di Nimzilvio su Flickr)

Sono più di 400.000 i rifugiati palestinesi che risiedono in Libano, alcuni espulsi o scappati nel 1948, al tempo della nascita dello Stato di Israele, altri messi in fuga durante e dopo la guerra del 1967. Non hanno il diritto alla proprietà o accesso ai servizi di assistenza sanitaria, e hanno bisogno di un permesso speciale per uscire dai campi-profughi, restrizioni che hanno suscitato le critiche di varie organizzazioni tra le quali Amnesty International [it].

Fino a poco tempo fa ai rifugiati palestinesi erano precluse molte professioni, ma una nuova legge [it] approvata dal Parlamento il 17 agosto concede loro gli stessi diritti lavorativi garantiti ad altri stranieri (rimarranno comunque esclusi [it] dalle libere professioni, come legge o medicina).

Il disegno di legge, che entrerà in vigore una volta approvato dal presidente Michel Suleiman, è stato accolto con lodi, ma anche diverse critiche. Mentre alcuni individui e organizzazioni, ad esempio l’ONU [en, come tutti i link che seguono], lo vedono come un passo verso il miglioramento a lungo termine delle condizioni di vita della popolazione di rifugiati, per altri rappresenta una normalizzazione della situazione dei rifugiati palestinesi in Libano e pertanto un passo che li allontana dall'assicurarsi il Diritto al Ritorno.

Roqayah Chamseddine di Mondoweiss accoglie la decisione, ma sostiene che non sia stato fatto abbastanza:

Il solo pensiero di chiamare i campi profughi “baraccopoli” mi fa accapponare la pelle, ma debbo parlare in modo franco; i Palestinesi continuano a essere soggiogati dagli Israeliani, dagli Americani e dagli Arabi.

Ora, per quanto riguarda la recente disposizione del parlamento libanese, ci sono voluti 60 anni prima che i Libanesi riconoscessero ai Palestinesi un incompleto diritto al lavoro; non so se dovrei vergognarmi o essere vagamente ottimista. È una mossa nella direzione giusta, ma possiamo tutti concorrere che, per quanto giusto, è un passo abbastanza apatico. Nessuno dovrebbe andarne fiero, tantomeno il governo libanese.

Il blogger Oussama Hayek sostiene che “non ci [sia] motivo di celebrare i diritti dei palestinesi” in quanto:

C'è un problema fondamentale riguardante la legge che garantisce ai Palestinesi il diritto di lavorare in Libano approvata oggi dal Parlamento. Puzza di discriminazione permanente nei confronti di una certa nazionalità. È anche una mossa assolutamente sbagliata per due ragioni:

  • Continua a escluderere i Palestinesi da quelle professioni che richiedono l'iscrizione a un sindacato, un sistema che ricorda quello medievale delle corporazioni e che dovrebbe essere abolito universalmente.
  • Continua a negare ai Palestinesi il diritto alla proprietà privata.
  • Il blogger conclude così:

    È vero che alcuni gruppi palestinesi violano regolarmente la legge libanese, e che non hanno ancora acconsentito al disarmo. Ma tenere l'intera popolazione di 400.000 persone in ostaggio a causa delle azioni di poche migliaia di malviventi è il tipo di punizione collettiva che ci si sarebbe potuti aspettare da Saddam o Stalin. Non è accettabile in una democrazia come quella che il Libano aspira a essere.

    Sull'altro lato della medaglia, Marillionlb di For a better Lebanon crede che i rifugiati non siano responsabilità del Libano:

    Sì, ogni essere umano ha diritto a una vita decente, a vedere protetti i propri diritti fondamentali, ad avere accesso all'assistenza sanitaria, all'istruzione, ad avere un tetto sopra la testa, a vivere con dignità, a poter lavorare e assumere un ruolo “costruttivo” nella società, eccetera.
    MA:
    Per ottenere e usufruire di tali diritti, ci si deve attenere a certe regole, specialmente se si è ospiti in terra straniera (per non utilizzare il termine “rifugiati”).
    Non è stato il Libano a provocare la questione palestinese, e non sono stati i Libanesi a privare i Palestinesi della loro terra. Al contrario, non solo il Libano ha accettato (seppure forzatamente) un enorme influsso di rifugiati, ma ha anche (erroneamente) firmato l'accordo del Cairo, dando a Yasser Arafat e al suo gruppo di malviventi la possibilità non solo di creare disordini, ma anche (a un certo punto) di tentare di istituire uno stato palestinese all'interno dei confini libanesi.

    Un commentatore del blog condivide questa posizione:

    Grazie per il post. Sono d'accordo al 100%.
    Se vogliono i diritti, dovrebbero prima rispettare il Paese che li ospita e consegnare le armi.
    Il Libano ha sofferto più di quanto qualsiasi Paese avrebbe dovuto, a causa dei palestinesi.

    Da un punto di vista palestinese, come espresso su Palestine Free Voice, i cambiamenti non apporteranno veri cambiamenti:

    Purtroppo il 17 agosto il Libano non ha garantito ai suoi rifugiati palestinesi alcun diritto civile essenziale, o anche solo considerevolmente migliorato le loro prospettive di lavoro. Quello che ha fatto è annullare l'imposta sul permesso di lavoro (che non era mai stata un grosso problema) e consentire l'istituzione di un fondo di previdenza sociale privato (non il Fondo di Previdenza Nazionale libanese, come riportato erroneamente dalla maggioranza dei media.)

    Per finire, l'utente Twitter iRevolt riassume come segue un punto di vista comune fra i palestinesi, spiegando perché l'uguaglianza dei diritti, senza cittadinanza, sia per tanti così importante:

    L'acquisizione dei diritti civili, sociali ed economici senza cittadinanza, permetterebbe ai Palestinesi di migliorare le loro condizioni di vita in Libano, salvaguardando allo stesso tempo la necessità di tornare alle loro terre; in contrasto con il volere degli Stati Uniti e di Israele, cioè che si integrino in altre parti del mondo arabo rinunciando in un modo o nell'altro alla loro identità.

    Foto dell'utente Flickr nimzilvio disponibile grazie alla licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic.

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