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Pakistan: Il misterioso caso di Aafia Siddiqui, il “fantasma di Bagram”

“La corte condanna l'imputata Dr.ssa Aafia Siddiqui a 86 anni di reclusione” (per il tentato omicidio di ufficiali dell'esercito statunitense in Afghanistan): è la sentenza pronunciata il 23 settembre 2010 da Richard Berman [en, come tutti i link seguonti], giudice della corte federale statunitense di Manhattan. Aafia Siddiqui, cittadina pakistana, ha reagito dichiarando che un ricorso in appello costituirebbe “una perdita di tempo. [Piuttosto] faccio appello a Dio.”

Appena i media hanno diffuso il verdetto della corte, in Pakistan la popolazione ha reagito con rabbia, e a migliaia sono scesi in piazza per protestare contro la dura sentenza. Qualche minuto dopo l'annuncio ufficiale la sorella della scienziata, Fauzia Siddiqui, ha indetto una conferenza stampa insieme alla madre, attraverso la quale ha criticato il governo pakistano per non aver mantenuto la promessa di riportare Aafia a casa.

In seguito alla protesta contro la sentenza, il governo pakistano è stato oggetto di forti pressioni, e il Ministro degli Interni Rehman Malik ha richiesto ufficialmente al governo statunitense di rimpatriare la Siddiqui.

Fotografia rielaborata di Aafia Siddiqui, pubblicata sul sito FBI

La Dr.ssa Aafia Siddiqui, soprannominata il fantasma di Bagram o “Prigioniera 650″, è nei pensieri di migliaia di pakistani sin da quando, nel 2007, la sua sparizione fu resa nota dai media. La donna, che ha conseguito un dottorato in genetica presso il Massachusetts Institute of Technology, negli Stati Uniti, è scomparsa misteriosamente nel marzo 2007 a Karachi, insieme ai tre figli. Fu solo dopo le rivelazioni sul caso divulgate dal prigioniero britannico Moazzam Begg nel suo libro “The Enemy Combatant” che le organizzazioni e gli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo hanno iniziato a occuparsi del suo caso. Infine, il 6 luglio 2008 la giornalista britannica Yvonne Ridley ha lanciato un appello in difesa di una donna pakistana che da oltre quattro anni si trovava in regime di isolamento nel centro di detenzione americano di Bagram, in Afghanistan.

Secondo le notizie divulgate dalla stampa, il figlio dodicenne di Aafia, Ahmed, fu consegnato alla zia Fauzia Siddiqui nel settembre 2008 dopo anni trascorsi in un centro di detenzione di una base militare statunitense in Afghanistan. In seguito, i media riferirono di una bambina di nome Fatima lasciata di fronte alla casa della sorella della Siddiqui: il suo Dna corrispondeva a quello del fratello Ahmed. Nel frattempo Talha Mehmoood, senatore pakistano presidente della commissione permanente agli Interni, accusava gli Stati Uniti di aver “trattenuto la bambina per sette anni nella fredda e buia cella di una prigione militare”.

Dopo il ritorno dei due figli, la famiglia iniziò a confidare in un rimpatrio imminente di Aafia, continuando a tenersi in contatto con il governo pakistano per conoscere la sua sorte: le loro speranze sono poi svanite nel nulla alla notizia della sua condanna a 86 anni di reclusione.

Le reazioni dei media e dei blogger pakistani sono state contrastanti. Mentre alcuni sostengono che Aafia sia stata vittima di un'ingiustizia, altri vedono nel suo caso una lezione sui valori della giustizia.

Shaukat Hamdani scrive su Express Blog:

“Visto il modo in cui la vicenda è stata trattata dai media internazionali, ritengo opportuno chiarire che la dottoressa Siddiqui non è stata condannata con l'accusa di terrorismo, ma perché nel 2008, mentre era detenuta e sotto interrogatorio nella provincia di Ghazni in Afghanistan, avrebbe afferrato il fucile di un sottufficiale statunitense, facendo fuoco su alcuni agenti dell'FBI e sul personale militare. Tuttavia, nessuno venne raggiunto dai colpi. Pertanto, il soprannome affibbiatole dai media americani, “Lady Al Qaeda”, è completamente ingiustificato, e ha senz'altro influenzato la giuria. La parte più triste della vicenda è che proprio perché alleato fondamentale degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo, il nostro governo non è stato in grado di fare nulla riguardo l'infame trattamento cui è stata sottoposta la nostra concittadina”.

Faisal Kapadia commenta così:

È innegabile che il modo in cui [Aafia] è stata trattata a Bagram sia vergognoso, ma è anche assurdo pensare che il governo pakistano possa intervenire per il rilascio di una persona processata e riconosciuta colpevole da una corte statunitense. Specialmente se la persona in questione ha la cittadinanza americana.

Beenish Ahmed ci da altri spunti di riflessione:

“Il caso Siddiqui ha fatto sì che [nel valutare la vicenda] alcuni pakistani andassero oltre i giudizi sociali, prendendo piuttosto in considerazione valutazioni di] giustizia sociale. Anche volendo trascurare la storia personale della donna, le strane circostanze del suo arresto e i tasselli mancanti fra le presunte prove, considerate top secret, hanno intensificato il sentimento anti-americano diffusosi in Pakistan.”

Le opinioni dei commentatori occidentali sulla vicenda sono altrettanto pertinenti. Qui la discussione si incentra sul sistema giudiziario americano, e raffronta i reati attribuiti ad Aafia Siddiqui alla punizione inflittale.

Secondo la testimonianza di Stephen Lendman:

“Il suo caso, conclusosi con una dura sentenza, è uno dei più egregi esempi di abuso e ingiustizia americani: il carcere virtualmente a vita per un crimine che di fatto non ha mai commesso.”

Su Houston Criminal Lawyer, John Floyd e Billy Sinclair spiegano che la sentenza, stranamente lunga, è sproporzionata, crudele e alquanto inusuale:

“La sentenza a 86 anni emessa dal giudice Berman non è altro che un protrarsi, ingiustificato e crudele, della tortura [cui la donna è già stata sottoposta]… È vergognosa, e questo caso macchierà il nostro sistema giudiziario e la reputazione degli Stati Uniti nel mondo fino al momento in cui la donna sarà rilasciata.”

Un manifesto della campagna per la liberazione di Aafia Siddiqui

[La giornalista inglese] Yvonne Ridley ha scritto recentemente su Countercurrents.org un post intitilato “Oggi Aafia, domani i cittadini americani”:

Il governo pachistano ha il dovere di pretendere il rimpatrio di Aafia con effetto immediato. Gli Stati Uniti devono fare silenzio, tirarsi indietro e mostrare un po’ di umiltà, restituendola al Pakistan.

Possiamo solo sperare che nessun cittadino statunitense innocente che si reca all'estero venga mai a pagare le conseguenze di questa violazione della legge internazionale e dei diritti umani.

Il caso della dottoressa Aafia è stato celato nel mistero fin dal principio, ma se come cittadini o come Stati continueremo a ignorare vicende simili, queste andranno ad aggiungersi alla lunga lista di persone scomparse in Pakistan, facendo sprofondare la società nel caos.

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