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Madagascar: ondata di arresti dopo il tentato colpo di Stato

All'indomani del referendum e del tentato colpo di stato avvenuto lo stesso giorno [17 novembre], un'ondata di arresti e di inchieste getta un'ombra sinistra sul Madagascar. Il referendum costituzionale porta da 40 a 35 anni l'età minima per candidarsi a Presidente della Repubblica, consentendo ad Andry Rajoelina, 36 anni, capo dello stato dopo il golpe del 17 marzo 2009, di partecipare alle elezioni presidenziali e di poter rimanere al potere senza limiti di tempo per tutto il periodo di transizione, a prescindere dalla sua durata.

L'esito conclusivo delle urne è schiacciante [en]: ha approvato la proposta a favore di Rajoelina il 74% dei votanti, ma il tasso di partecipazione al voto è stato solo del 52.91% e con il SADC [Comunità di Sviluppo dell'Africa Meridionale], anche i paesi donatori, compresi gli USA, hanno mancato di riconoscere il referendum, criticandone il carattere non inclusivo. Secondo un rilancio su Twitter la chiamata al voto appena trascorsa sarebbe stata la peggiore mai organizzata [en] in Madagascar.

Sempre su Twitter si legge che sono saliti a 350 i prigionieri politici detenuti nelle carceri malgasce [en] da quando, con il colpo di stato del 2009, si è insediato Andry Rajoelina.
Mentre si svolgeva il referendum, è stato formulato un piano per costituire una commissione destinata a guidare il governo di transizione. Il tentato colpo di stato è durato tre giorni, fino a quando i militari dell'esercito (100) non si sono introdotti nella caserma dove erano asserragliati i venti golpisti, arrestati senza spargimento di sangue.

Patrick A dice la sua sul magico dissolversi dell'ammutinamento e sul trattamento differenziato riservato ai golpisti [en]:

“Le caractère rocambolesque de la mutinerie était accentué par une reddition facile des officiers « rebelles », obtenue après quelques coups de feu tirés en l’air, comme pour malgré tout sauver l’honneur martial des uns et des autres. On nous expliqua ensuite que l’issue non violente était la conséquence de négociations entre « frères d’armes » issus des mêmes promotions de l’Académie militaire. Il n’est pas exclu qu’outre les pressions psychologiques, des assurances de peines légères et même des compensations financières furent avancées au cours des négociations.

Tout cela est finalement de bonne guerre. Au moins dirons-nous, plaie d’argent n’est pas mortelle.

Et comme pour confirmer cela, on ne peut que remarquer la distinction entre des mutins qui ont été envoyés directement à Tsiafahy et ceux dont la liberté est certes entravée, mais qui ont retrouvé ce qui est essentiellement la vie quotidienne d’un camp”.

“Ad accentuare il carattere rocambolesco dell'ammutinamento, la facile resa degli ufficiali ‘ribelli’, ottenuta con qualche colpo sparato in aria, come a voler salvare l'onore marziale di tutti i coinvolti. Si è poi detto che l'esito non violento è stato frutto di trattative fra “fratelli d'armi” dell'Accademia militare promossi nello stesso anno. Non si esclude che i negoziati abbiano comportato anche pressioni psicologiche, garanzie di sentenze benevole e persino ricompense in denaro.
Vabbè, ci sta. Comprare la gente non ne salva la dignità, ma almeno non la uccide.
Non sfugga – a ulteriore conferma [della strana avventura] – il diverso trattamento riservato ai responsabili dell'ammutinamento. C'è chi è stato subito incarcerato a Tsiafahy, mentre altri, a cui sarà stata comunque limitata la libertà, di fatto sono stati semplicemente rispediti alle caserme di provenienza dove hanno ripreso la loro vita quotidiana.”

Una settimana prima del colpo di stato era stato arrestato anche il capo dell'opposizione Fetison Andrianirina, con l'accusa di aver partecipato a una marcia di protesta organizzata illegalmente contro il referendum.
Nella settimana del golpe, di Fetison si sono perse le tracce. Da contradditori messaggi rimbalzati su Twitter si apprendeva inizialmente che era a Tsiafahy (dove sono detenuti gran parte dei prigionieri politici), è poi seguita la dichiarazione del governo secondo cui il leader sarebbe detenuto in un “luogo segreto” per “ragioni di sicurezza” [en]. Ora è previsto che Fetison Andrianirina compaia in giudizio il prossimo 25 gennaio, mentre alla seduta precedente non ha potuto partecipare in quanto il suo legale non sarebbe stato in grado di scoprire dove stava [en].

Rilanci su Twitter riportano che due dei golpisti detenuti dal governo di transizione verserebbero in gravi condizioni di salute. Si tratterebbe del Generale Raoelina, capo della sicurezza nell'amministrazione Ravalomanana, coinvolto negli scontri a fuoco del febbraio 2009, e del Colonnello Coutiti, incarcerato per reati contro l'umanità quando era in carica Ravalomanana, e poi rilasciato con l'avvento di Rajoelina. Il capo delle forze governative avrebbe dichiarato che il Colonnello Coutiti era sotto protezione per evitare che restasse vittima di violenze. Il governo ha poi confermato che sia Raoelina che Coutiti non stanno bene, senza però specificare come tali condizioni di salute si siano potute determinare sotto protezione governativa.

Il Prof. Raymond Ranjeva, noto giurista malgascio e vice presidente in pensione della Corte di Giustizia dell'Aja, il 12 ottobre scorso è stato accusato di complicità nell'incitamento alla sommossa, alla guerra civile e alla destabilizzazione. Dopo il pensionamento Ranjeva aveva fatto rientro nel suo Paese. Si era pronunciato per guidare una transizione veramente neutrale, pubblicando [anche] un documento dal titolo “Vonjy Aina”, poi sequestrato e collegato al tentato colpo di stato del 17 novembre dall'attuale amministrazione di Andry Rajoelina, l'uomo che grazie a quello del 2009 aveva esautorato il presidente democraticamente eletto Marc Ravalomanana. Al momento il Professor Ranjeva è in libertà provvisoria.

Ancor più sorprendente è stato l'arresto della figlia di Ranjeva, Riana, per il presunto oltraggio alle forze dell'ordine quando hanno fatto irruzione nella casa paterna in cerca di prove a conferma del coinvolgimento del professore nell'ammutinamento.  Le prove a suo carico per l'imputazione di “minaccia alla sicurezza nazionale” sono rappresentate dal possesso di una copia del succitato documento, “Vonjy Aina[mg]”, una riflessione politica disponibile pubblicamente su come risolvere l'attuale situazione di stallo.

Interrogata e poi rilasciata anche Sahondra Rabenarivo, altra eminente giurista malgascio-statunitense formatasi ad Harvard che aveva criticato il progetto di Costituzione [fr], consigliando di votare contro. Anche lei è stata oggetto di indagini perché figurava nella mailing list del documento “Vonjy Aina”.

In questo clima pesante, Citoyenne Malgache si domanda per quale ragione [fr] un blogger rinomato come http://njnw.wordpress.com abbia chiuso i battenti. [Si ricordi] che il blog era noto per i toni impertinenti nei confronti di Andry Rajoelina e del suo governo.

Je viens de constater que le blog de Nj n’est plus available et je ne peux m’empêcher de me poser des questions, tout en ayant des idées de réponse. Et avec tout ce qui se passe en ce moment, je continue à me poser d’autres questions… oserais-je encore écrire d’autres lignes sur ce blog ? S’exprimer en tant que citoyenne est une nécessité démocratique, mais il arrive que cela dérange la susceptibilité exacerbée des gens du pouvoir et attire la foudre de leurs sbires…
Que se passerait-il si chacun de nous lâchait maintenant ? Est-il normal qu’on trouve normal que ces policiers zazavao nous pointent tous les jours leur arme à chaque carrefour ?”

“Ho notato proprio ora che il blog di Nj non è più accessibile e mi è venuto naturale chiedermi il perché. Io una risposta mia intanto me la sono data.  E con tutto quello che sta accadendo, continuo a pormi altre domande …  devo osare ancora, publicando altre riflessioni su questo blog? Esprimermi da cittadina è un'esigenza democratica, ma il fatto è che questo urta la suscettibilità esasperata di quelli al potere, attirando la collera dei loro scagnozzi…
Cosa succederebbe se ora tutti noi mollassimo? E’ normale che si ritenga “normale” vedersi la pistola puntata addosso da questi sbarbatelli di poliziotti a ogni crocevia?…”

Ndimby, blogger politico, fa dell'ironia sul numero di arresti politici [fr].

“à part les tramways et les stades, un fonja mora est-il prévu dans les investissements chinois pour caser tous les opposants, les journalistes, la société civile, et sans doute prochainement, les ambassadeurs de la communauté internationale “

“…a parte i tram e gli stadi, non è che magari gli investitori cinesi hanno progettato anche un nuovo carcere per ospitare l'opposizione, i giornalisti, la società civile, e, prossimamente – è fuor di dubbio – anche gli ambasciatori della comunità internazionale?”

Nelle sue parole riecheggia lo stesso timore di Citoyenne Malgache: che un sentito dire o una parola presa male possa valerti la prigione:

“…dans l’ambiance actuelle à Madagascar, la Force a pris le pas sur le Droit, faisant ainsi mentir la fameuse injonction de Cicéron qui disait « Cedant arma togae » (Que les armes cèdent à la toge [du pouvoir civil]). A l’ombre protectrice (et bienfaitrice) d’un régime qui prétend user de la Foi tout en s’asseyant sur la Loi, certains se sentent le pouvoir de dire tout ce qu’ils veulent sans être inquiétés. Tout le monde doit donc se méfier, car n’importe qui peut être accusé de n’importe quoi : d’avoir assassiné Ratsimandrava, commandité les attentats du 11 septembre, financé les bombes artisanales, pratiqué la pédophilie, ou je ne sais trop quoi encore. Que personne ne s’étonne d’apprendre un jour dans la presse des 12 collines que Ndimby est en fait Oussama ben Laden, réfugié à Madagascar après avoir coupé sa barbe et lavé son turban (ou vice-versa).

de nos jours, un mot de travers, un article de trop ou un éternuement trop dissonant peuvent vous amener très rapidement aux trois voyages qui ne seront pas sur la banquise : première étape, la rumeur : les colonnes ou les ondes des médias hâtifs ; deuxième étape, la terreur : les bureaux de la gendarmerie ; troisième étape, la douleur : une cellule à Antanimora. Et tout ceci, sans que qui que ce soit ne lève le petit doigt. Et là, je pose la question à tous les va-t-en-guerre de salon, qui d’Antananarivo ou de 10.000 kms, appelaient des politiciens ou des membres de la société civile à oser se lever pour se dresser contre l’injustice : où sont-ils et que font-ils devant de telles tentatives d’intimidation contre ceux qui refusent la pensée unique des gros bras et grandes gueules ? En politique comme ailleurs, les conseillers ne sont jamais les payeurs…”

“… nel clima in cui si vive oggi in Madagascar, il Potere ha scavalcato il Diritto, ribaltando la nota massima di Cicerone “Cedano l'armi alla toga […]”. Sotto l'ala protettrice (e benevola) di un regime che finge di agire con la Fede ma secondo la Legge, c'è chi si crede in diritto di dire tutto ciò che vuole senza tema di ammonimento.  Dobbiamo stare tutti attenti, ci possono accusare di qualsiasi cosa: di aver assassinato Ratsimandrava (presidente malgascio ucciso nel 1975), visto che il mandante è ancora a piede libero, o di aver progettato” l'11 settembre”, o di finanziare la produzione di bombe artigianali, oppure d'essere pedofili, insomma di qualsiasi cosa. Nessuno si sorprenda se un giorno la stampa di Antananarivo (la città dalle dodici colline) ci dirà che in effetti Ndimby è Osama Bin Laden rifugiatosi in Madagascar dopo essersi raso la barba e lavato il copricapo (o vice versa).
…prima tappa, la diceria: sulle colonne dei giornali o attraverso le trasmissioni di stato; seconda tappa, il terrore: negli uffici di polizia; terza tappa, il dolore: in una cella del carcere di Antanimora. E tutto ciò senza che nessuno abbia alzato un dito. E allora chiedo a tutti quei coraggiosi che, ad Antananarivo come a 10.000 chilometri di distanza, dal loro salotto hanno fatto appello ai politici e alla società civile affinché prendessero posizione e si battessero contro l'ingiustizia: dove sono e cosa hanno fatto contro le tattiche intimidatorie ai danni di coloro che non accettano il pensiero unico degli sbruffoni che brandiscono le armi? In politica parlare è facile, quando il conto lo pagano gli altri…”

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