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Nigeria: polemiche sulla vendita all'asta di maschere del Benin trafugate

Sotheby’s [it] aveva annunciato [en, come tutti gli altri link tranne ove diversamente indicato] che tra i lotti da mettere all'asta il 17 febbraio 2011 ci sarebbero stati anche sei oggetti originari del Regno del Benin [it, antico territorio da non confondere con l'omonima Repubblica, attualmente facente parte della Nigeria, conosciuto anche come stato di Edo, con capitale Benin City], tra cui la maschera della Regina Idia [it] – la prima Regina Madre dell’Impero beninese.

A seguito delle proteste di blogger e attivisti online che hanno denunciato tale vendita sui social media, Sotheby's, una delle storiche e più rinomate case d’aste al mondo, ha dovuto togliere la maschera dai suoi piani d'asta.

Nigeria Liberty Forum ha creato una petizione online e una pagina Facebook nel tentativo di bloccare l’asta di quel cimelio del XVI secolo trafugato durante l’invasione inglese. Nigeria Liberty Forum è un gruppo nigeriano con sede nel Regno Unito che opera a favore della democrazia, composto da simpatizzanti e volontari che condividono la passione per la partecipazione e l'impegno di natura popolare nei confronti della vita politica.

Foto con suppellettili trafugate

Esponenti del Corpo di Spedizione Britannico posano con suppellettili trafugate dal palazzo del Re del Benin, in Nigeria. Foto tratta da: Myweku.com

Un’ulteriore pagina con una petizione online è stata lanciata da MyWeku per bloccare subito la vendita di questo importantissimo reperto storico del Benin, perchè “la più vasta questione inerente la pratica di vendere, mettere in mostra e trafficare beni africani depredati rimane pressoché irrisolta.“

Il professore di Storia dell’arte Sylvester Okwunodu Obgechie è rimasto letteralmente scioccato dalla notizia della messa all’incanto del manufatto beninese rubato:

Ho letto la notizia della vendita e sono rimasto incredulo di fronte a tanta sfacciataggine.
Sotheby’s sta trafficando dei beni ingiustamente sottratti e lo sta facendo senza alcun riguardo per il fatto che si tratta di un atto spudoratamente criminale. È chiaro che i manufatti del Regno del Benin costituiscono una collezione dolorosamente contesa. Che siano stati saccheggiati è fuori discussione, tant'è vero che il Regno del Benin non ha mai cessato di reclamarne la restituzione. Sono stati scritti fiumi di parole sulla storia della sua depredazione da parte degli inglesi e sul perchè i beni artistici locali dovrebbero essere rimpatriati. Ma allora come mai, nonostante le imperterrite richieste per la loro restituzione e il riconoscimento ufficiale del fatto che si è trattato di appropriazione impropria, queste opere continuano ad essere vendute senza remora alcuna da compagnie come Sotheby’s?

Come è possibile che i discendenti di Sir Henry Gallway, che presero parte alla razzia compiuta a Benin City nel 1897, si trovino ora a godere di diritti di proprietà su quegli stessi beni da loro trafugati?

Dal punto di vista legale la questione è semplice: è mai possibile reclamare diritti di proprietà su beni che si sono rubati? In altre parole, se un’opera d’arte o una parte di proprietà è chiaramente riconosciuta come rubata, quali pretese legali può avanzare chi non ne è il legittimo proprietario?
Le istituzioni occidentali che detengono il patrimonio culturale africano sembrano credere di aver compiuto il furto di quei beni in maniera del tutto legale e non hanno mostrato finora alcuna disponibilità a riconsiderare le loro azioni vergognose in questo senso. ..
Gli oggetti che Sotheby’s avrebbe voluto mettere in vendita sono pubblicamente riconosciuti come appartenenti ai re del Benin, i quali non cedettero di certo i loro titoli e beni proprio a nessuno (se ciò avvenne, fu perché il regno venne violentemente costretto all’abdicazione regia dopo l'invasione britannica, azione che oggi sarebbe considerata illegale presso qualsiasi corte – ma nel 1991 gli Stati Uniti entrarono in guerra per evitare che l’Iraq invadesse il Kuwait seguendo quegli stessi pericolosissimi principi). Non c’è alcun dubbio che tutte le opere beninesi in qualunque museo del mondo appartengano a Sua altezza Oba Erediauwa, gran nipote di Oba Ovonramwen e re del Benin.

A questo post risponde Deadria, facendo d'altra parte notare come quei bronzi fossero stati ricavati dalla tratta degli schiavi, fatto che si trova inesorabilmente a ledere la moralità beninese:

Non dobbiamo dimenticare che questi bronzi di solito erano fatti con un metallo (manillas) che i portoghesi usavano come moneta per comprare gli schiavi in Benin. Ciò non vuol dire che si considera giusta la speculazione degli eredi di Gallway sulla vendita di opere rubate, ma di certo si tratta di rievocare un passato storico infamante per il regno del Benin.
Come faranno i Beninesi a riparare al fatto che questi bronzi sono, materialmente, dei beni insanguinati? Li presteranno gratuitamente ai musei della Diaspora? O ospiteranno gratuitamente i profughi africani per insegnare loro il metodo di lavorazione del bronzo? Come se la loro richiesta potesse dare una maggiore forza politica e morale al Benin/Nigeria.

Un utente anonimo replica a tali argomentazioni, dicendo:

Deidria, tu hai ragione nel rilevare che parte del bronzo usato per tali opere fu ricavato dalla vendita degli schiavi, tuttavia questo, nonostante offuschi il buon nome del Benin, non cancella la questione. E se si dovesse usare la stessa logica, allora la Gran Bretagna dovrebbe cedere tutte le terre e risorse acquisite attraverso la tratta degli schiavi e la conquista coloniale, così come gli Stati Uniti dovrebbero lasciare il Paese ai Nativi d’America e riportare ciascuno degli abitanti al proprio paese d’origine. Ma il punto è che quei bronzi erano parte del patrimonio nazionale del Benin.

MyWeku pubblica poi dei brevi video che riassumono la storia dei bronzi beninesi, assieme ad un articolo scritto da Sylvester Okwunodu Ogbechie per H-AfrArts Network:

In questa nota il Prof. Ogbechie solleva alcune domande spinose sulla questione e altre considerazioni in merito al furto degli oggetti artistici africani.

A seguito della cancellazione dell'asta, quest’ultimo propone un altro post intitolato “Dammi ciò che è mio (scusa, Burning Spear)” [con riferimento alla canzone dal titolo omonimo della star reggae giamaicana Burning Spear [it]]:

Oba Erediauwa ha formalmente richiesto che i musei e i collezionisti occidentali restituiscano i bronzi beninesi. Io ho scritto a lungo su questo blog a proposito di tali richieste e persino inaugurato una rivista accademica – Critical Interventions [Interventi critici] – con l’intenzione precisa di discutere tale questione. Si è aperto così un dibattito ufficiale sulle problematiche di natura artistica e politico-economica legate al patrimonio culturale africano e sul modo in cui questo incida sul dominio africano della proprietà intellettuale del sistema conoscitivo-culturale indigeno .
E, guarda caso, la tematica su cui si sta concentrando attualmente la rivista è proprio quella posta dalla domanda: “A chi appartiene il patrimonio culturale africano?”.

Le maschere del Benin non costituiscono “un oggetto d'arte africana qualunque”:

Sono proprietà privata, in quanto furono pagate e comprate dai reali beninesi attraverso un’ingente spesa pubblica, e costituiscono pertanto un bene del regno. Questi bronzi furono commissionati per particolari eventi storici, e gli artisti che li fabbricarono furono adeguatamente pagati, così come le loro opere furono usate in maniera decorosa secondo la legge. La perdita di quei bronzi ha significato per il re del Benin e per i suoi discendenti una sottrazione di proprietà privata bella e propria.

Katrin Schulze ripropone l’intero dibattito sull’appartenenza delle opere prodotte dagli africani in suolo africano ma sottratte in periodo coloniale.

. . . la maggior parte dei commenti che ho letto qui e altrove sostengono con forza la campagna per la restituzione delle opere del Benin al Benin.

Tra gli altri, Soifer Alexander ha sollevato il problema delle relazioni sociali che stanno dietro un’opera d’arte.
Se tutto o una parte del patrimonio artistico fosse opera del lavoro degli schiavi, dovremmo assegnarne la proprietà a loro, chiudendo un occhio sul fatto che si trattò di schiavitù?

E per quanto riguarda più specificatamente il Benin, Ogundiran ha confutato la tesi secondo la quale il patrimonio beninese sarebbe fondato sul commercio e lavoro degli schiavi:

Benin ha contribuito alla tratta degli schiavi per quanto riguarda l’intera costa atlantico-occidentale africana, anche se non va taciuto il fatto che con il suo potere economico e militare avrebbe potuto far nascere un ben più imponente mercato di schiavi. Ma la sua scarsa attitudine al commercio umano fu di poco profitto per i partner europei … Gli artisti beninesi non furono resi schiavi, ma lavorarono per il re e gli altri esponenti dell’elite politica, e furono generosamente ricompensati per le loro opere di grande maestria. Sì, in Benin ci furono schiavi e altre persone socialmente marginalizzate, ma non ci fu mai una società su base servile …

Dopo la revoca annunciata finalmente da Sotheby's, ci si chiede: cosa accadrà ora?

Come si è domandato anche uno degli attivisti impegnati per la cancellazione della vendita della maschera della regina Idia annunciata da Sotheby’s … Che cosa accadrà ora? Senza dubbio è appena stata vinta una piccola grande battaglia, ma la questione più ampia riguardante la razzia dei manufatti africani rimane inequivocabilmente irrisolta.

Sono state presentate numerosissime opinioni e nei prossimi giorni, settimane e mesi abbiamo intenzione di rifarci al pensiero degli intellettuali coinvolti nella campagna per proporre delle risposte e soluzioni appropriate al problema di fondo legato alla negata eredità culturale africana.

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