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Intervista a Andy Carvin (NPR): come fare informazione nell'epoca dei social media

Con oltre 41.000 persone che lo seguono su Twitter e un flusso di fonti locali impegnate su temi specifici, Andy Carvin [en come tutti gli altri link] è diventato la prima tappa per coloro che su Twitter cercano notizie riguardanti il Medio Oriente e il Nord Africa. Da anni nello staff della NPR, National Public Radio, Carvin si è avvicinato ai social media – e a Twitter in particolare – considerandoli una piattaforma per la diffusione di informazioni e notizie in tempo reale.

Collaboratore di Global Voices fin dagli esordi, Carvin non è estraneo al lavoro che facciamo e da subito ha riconosciuto il valore del giornalismo partecipativo. Nel febbraio scorso nel corso di una chiacchierata con Ethan Zuckerman, Carvin poneva l'accento proprio sull'importanza di “rivolgere l'attenzione alle persone che su luoghi cruciali stanno prendendo parte allo svolgimento degli eventi” e sull'importanza di raccontare le loro storie.

L'intervista che segue comprende domande rivolte dal team di Global Voices del Medio Oriente e del Nord Africa.

Che strumenti usi per scavare a fondo nelle possibilità offerte da Twitter e quali strumenti ritieni invece che manchino ancora nel tuo arsenale?

In questo periodo sto utilizzando strumenti piuttosto standard – Tweetdeck, Twitter Search, etc. Fino a quando mi è chiaro quello che sto cercando e in quale contesto, non sono gli strumenti in sé ad avere importanza ma il fatto che essi mi permettano di organizzare il mio monitoraggio su Twitter. Detto questo, ci sono alcuni strumenti che mi piacerebbe avere a disposizione, come quelli, ad esempio, che potrebbero aiutarmi ad organizzare il flusso sempre crescente di risposte (@) che mi arrivano. Qualche volta, infatti, mi riesce difficile distinguere tra le persone che vogliono semplicemente chattare con me da quelle che mi inviano nuove informazioni.

La copertura degli eventi da parte dei social media continua ad essere un fenomeno in crescita nel settore dell'informazione; ritieni che ciò abbia generato un cambiamento nel modo in cui le notizie vengono coperte a livello internazionale?

Penso che i social media facciano un lavoro davvero eccellente nella copertura di eventi internazionali, fondamentalmente perché anche le più grandi oganizzazioni non possono avere persone in ogni luogo allo stesso momento. Dopo lo tsunami del 26 dicembre di qualche anno fa i mezzi di informazione non disponevano di personale a tempo pieno in posti come le Maldive o le isole Andaman, cosicché avere informazioni dai citizen journalist fu fondamentale per coprire le notizie. Con l'avvento di Twitter e siti dove si possono condividere contenuti, come YouTube, è ora possibile dare uno sguardo su ogni evento che accade intorno al mondo dove ci sia un accesso a Internet. E se chiedi aiuto, sarai stupito da quante persone in questi luoghi sono disposti a darti una mano se devi scrivere qualcosa sull'accaduto.

Foto di Andy Carvin di Jamie Reinsch

Abbiamo seguito i tuoi report sulle rivolte in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein e, adesso, Siria. Spesso condividi grafici, immagini e video che rappresentano o che provengono dalle zone in questione. Ti capita mai di sentirti sopraffatto o stanco per il fatto di coprire eventi spesso così strazianti?

Naturalmente. Qualche volta può essere davvero dura, specialmente quando ci sono video o storie che raccontano di bambini colpiti. Ho due figli piccoli e quando vedo bambini della loro stessa età coinvolti in situazioni violente o colpiti, questo mi scuote davvero. Anche quando mi imbatto su Twitter in persone che testimoniano dal vivo di essere oggetto di violenze questo può veramente toccarmi. Tu magari ti sei fatto un'idea di cosa sta accadendo, ma quello di cui diventi testimone è talvolta ancora più chiaro di quanto avevi immaginato. Ma ora ho deciso quando è il momento di lasciare il mio portatile o l'iPhone. L'ultima cosa che voglio fare è logorarmi e rinunciare, ma non credo che questo avverrà tra breve.

Pensiamo che con il lavoro che stai facendo continui a tirar fuori un grande senso di responsabilità. Da dove viene? È questo lavoro che porta a tale senso di responsabilità o è l'inverso?

È difficile saperlo. In parte, sono semplicemente una persona, in un certo qual modo, dipendente dalle notizie e seguo gli eventi del Nord Africa e del Medio Oriente in questo periodo perché essi hanno importanza a livello globale. Ma lavoro anche molto online sulle risposte nel corso degli anni a disastri come l'11 settembre, l'uragano Katrina e il terremoto ad Haiti. Sento di avere un profondo bisogno di testimoniare situazioni come queste.

In Egitto e Bahrain è stato relativamente semplice trovare e vagliare utenti di Twitter. In Libia e Yemen, per esempio, questo è molto più diffcile. Come sei riuscito e come riesci a individuare contenuti dei social media da questi Paesi che sono meno attivi in Rete?

È stata dura. Non conoscevo nessuno personalmente in quei Paesi, così ho cominciato cercando collegamenti e contatti tra le comunità di espatriati negli Stati Uniti attraverso mie conoscenze personali. Presto ho trovato persone disponibili a parlare con me e darmi la loro impressione sulle persone che comunicavano online da ognuno di quei Paesi. Per quanto riguarda la ricerca dei contenuti è più facile di quanto si possa pensare. Facebook è stato una miniera per quel che riguarda le foto e i video così come YouTube. C'è solo bisogno di sapere dove andare a cercare.

Come hai detto tu stesso, può essere difficile trovare fonti in certi Paesi e tante volte disogna affidarsi a fonti secondarie. Pensi che il luogo dove si trova una fonte possa influire sulla sua attendibilità? Quante volte copri degli eventi facendo uso di fonti che non si trovano in quel dato Paese?

Dipende. Per esempio, la maggior parte dei libici che sto seguendo ora su Twitter, non vivono in Libia, perlopiù perché quelli che sono lì si sono visti tagliare l'accesso a Internet. Queste persone passano il tempo a telefono per aggiornarsi e aggiornare su quello che accade. Naturalmente questo significa che le informazioni sono di seconda mano, quindi in questi casi devo essere un po’ scettico. Eppure sono stato piacevolmente sorpreso di quanto, in generale, le notizie che mi arrivano siano accurate. Inoltre, non è insolito per degli espatriati essere coinvolti nei movimenti di protesta, poiché sono già in esilio. Essi sono nella posizione di condividere molte informazioni e opinioni proprio perché sono lontani da casa.

Dato l'enorme flusso di informazioni che analizzi in periodi così particolari, qual è il criterio che utilizzi per scegliere quello che poi trasmetterai a tutti noi?

Questo criterio non è sempre lo stesso. Per esempio, se so che sta succedendo qualcosa di grosso, che la polizia comincia ad aprire il fuoco sui manifestanti, mi concentro sul cercare di avere notizie di prima mano o filmati su quanto sta accadendo in quel luogo. In quel momento, quando le persone sono arrabbiate e hanno delle forti reazioni emotive io mi limito a replicare ai loro tweet e a tessere insieme a loro gli eventi, catturando le loro storie quasi come avrebbe fatto uno storico utilizzando solo la trasmissione orale. Poi quando ho trovato qualcosa che è davvero interessante lo condivido. Ma probabilmente la cosa più importante che faccio è re-twittare le informazioni di cui sono scettico e chiedere alle persone di aiutarmi a verificarle. Ogni sorta di persone in quel momento interviene e mi aiuta a separare i fatti dalla finzione. Questo perché ho molte persone che mi seguono su Twitter, tra questi anche persone che vivono nelle aree dove stanno avvenendo i fatti o che sono esperti della materia.

Il tuo è uno dei modi più innovativi che si sia mai visto di utilizzare Twitter. Quando stai inviando tweet o rispondendo a questi pensi anche che stai creando una sorta di narrazione attraverso il tuo “tweetstream”?

Assolutamente. Se si guarda a come ho lavorato sulla Tunisia si può notare che c'è un “arco narrativo”, che parte dal suicidio di Bouazizi alla fuga dal Paese da parte di Ben Ali. Ciò che intendo fare è catturare i punti salienti dell'evento e alzare la tensione mentre questi si svolgono. Ho usato Storify per archiviare il tutto. Da allora ci sono stati così tanti Paesi in rivolta nello stesso momento che ora sono concentrato sul darne notizia nel miglior modo possibile, nello stesso tempo cercando di dare sempre un volto umano a quello che sta accadendo in ciascuno di quei Paesi.

Come affronti il problema della barriera linguistica? Fai affidamento sulle traduzioni fatte da altri o usi un sistema automatico di traduzione (o magari entrambi)?

Per i testi uso il sistema automatico di traduzione, che di solito mi fornisce il senso di quello che si sta dicendo. Se si tratta di un video o qualcosa di simile, allora chiedo aiuto a chi mi segue su Twitter. Di solito una traduzione approssimativa mi arriva entro 20 minuti dalla mia richiesta e spesso dei volontari collaborano per fornirmi una traduzione più accurata e le didascalie dei video. È straordinario quante persone siano state generose a dedicarmi il loro tempo e la loro conoscenza. Non potrei fare quello che sto facendo senza il loro aiuto.

Sei mai rimasto sorpreso da reazioni particolari alla tua attività?

Mi coglie di sorpresa quando mi invia dei tweet di risposta qualcuno famoso come l'ambasciatore delle Nazioni Unite, Rice, o il giocatore dell'NFL, Chad Ochocinco. Ma la parte migliore è che i miei contatti su Twitter vogliono che io abbia successo e sono anche preoccupati per la mia salute. Sono loro a ricordarmi di andare a letto, di mangiare qualcosa e di passare del tempo con la mia famiglia. Sono loro a tenermi con i piedi per terra.

E, naturalmente, tutti noi vogliamo sapere: cosa pensi di Global Voices?

In realtà, sono stato uno dei primi a scrivere per Global Voices. Era il dicembre 2004:

https://globalvoicesonline.org/author/andycarvin/

A quel tempo viaggiavo molto intorno al mondo, così Global Voices ha rappresentato per me una grande opportunità di condividere i miei post, podcast e video. E, da allora, è stato la mia fonte principale per monitorare online ciò che accade intorno al mondo. Probabilmente non starei facendo quello che faccio oggi se non fosse stato per Global Voices, proprio perché alcuni dei miei primi contatti in Tunisia e Egitto sono arrivati attraverso la comunità di GV.

Grazie, Andy Carvin.

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