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Ruanda: a diciassette anni dal genocidio

Il 6 aprile scorso sono cominciate le celebrazioni per il diciassettesimo anniversario del genocidio in Ruanda. il momento giusto per riflettere sugli imperdonabili errori che hanno portato all'odioso massacro di quasi un milione di ruandesi, per la maggior parte tutsi, e sugli orrori ancora oggi visibili in molti strati della società di questo Paese.

Questa settimana sarà vissuta in maniera solenne e al contempo sobria, e le attività commerciali ridotte al minimo. La principale cerimonia avrà luogo allo Stade Amahoro o Stadio della Pace. Coerentemente con la credenza ruandese secondo cui il nome di una persona ne definisce la personalità, ‘izina niryo muntu’; durante il genocidio del 1994 lo stadio ospitò sotto la protezione dell'ONU circa 12.000 persone, in maggior parte tutsi.

Resti di vittime del genocidio in un centro commemorativo.

Resti di vittime del genocidio in un centro commemorativo. Immagine di DFID (Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito) ripresa da Flickr. Pubblicata con licenza Creative Commons BY-NC-ND 2.0

Anche la blogosfera ruandese ha centrato la sua attenzione su questo importante avvenimento e sono moltissimi i temi legati al genocidio ad essere oggetto di dibattiti.

Il blogger Kigaliwire [en, come tutti i link tranne ove diversamente segnalato] ci porta indietro di 17 anni, esaminando il modo in cui venne raccontata la mattanza durante i primissimi giorni. In particolare la tristemente famosa radio Muhabura, che incitò apertamente la popolazione a uccidere i tutsi. Kigaliwire ci ricorda che:

Tra il luglio 1993 e il luglio 1994 la stazione radio Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM) trasmetteva dal secondo piano di un anonimo edificio all'angolo della 12 Avenue de la Paix in pieno centro a Kigali. Lo stesso ufficio è adesso occupato dalla Gapco Rwanda, una compagnia petrolifera. Al piano terra si trova oggi un negozio di cellulari, mentre al primo piano troviamo una filiale della banca KCB. Esattamente diciassette anni fa, il 6 aprile 1994, i discorsi di incitamento all'odio di questa radio raggiungevano il culmine.

Ha inoltre pubblicato un avviso profetico scritto da Lindsay Hilsum, l'unica corrispondente straniera che si trovasse in Ruanda in quel momento. Col senno di poi è doloroso pensare come il mondo abbia fatto finta di non vedere.

Nell'aprile del '94 la Hilsum dava l'allarme, scrivendo:

La capitale Kigali è sprofondata ieri nel caos quando truppe armate, le guardie presidenziali e le forze di polizia sono dilagate per le periferie uccidendo il primo ministro, membri dei caschi blu dell'ONU e molti civili.

Bande di soldati e giovani hanno sequestrato politici dell'opposizione e cominciato un barbaro massacro. I tutsi vengono attaccati con fucili, bastoni e addirittura fatti a pezzi con i machete”.

Il blogger Dan Speicher riflette sulla sua visita in Ruanda fatta dieci anni prima e sugli orrori a cui ha assistito:

È difficile credere che 10 anni fa mi trovassi in Ruanda. Ero arrivato giusto pochi giorni prima. E adesso sono di nuovo qui e partecipo alla Settimana della Memoria. Mentre fuori si celebrano parate e cerimonie in tutte le tv pubbliche passano immagini di odio e morte.

Ricordo ancora perfettamente le fosse comuni. Migliaia di corpi ammassati e lasciati lì fuori a marcire. Ho conosciuto una donna che aveva perso parte del cranio con un colpo di machete, suo marito era stato ucciso pochi anni prima durante l'attacco di una milizia hutu e lei era rimasta sola a badare ai suoi figli.

Il blog Rising Continent investiga sull'assassinio del Presidente Habyarimana che molti credono abbia innescato il genocidio:

Il 6 aprile 1994 due missili colpirono l'aereo su cui si trovava il Presidente Juvenal Habyarimana, uccidendo tutti i passeggeri, compreso il presidente del Burundi e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito ruandese.

Quell'attacco è certamente stato uno dei peggiori attentati terroristici degli anni '90. Rifletteteci bene! Due capi di stato africani uccisi–anche il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira si trovava sull'aereo-­, la debole pace basata sugli accordi di Arusha del 1993 in fumo, ricominciò la guerra e un intero popolo venne massacrato.

La blogger Olga Bonfiglio cerca di sensibilizzare sulle conseguenze psicologiche del genocidio. Scrive che:

Non c'è da meravigliarsi che oggi il 100 per cento della popolazione sia traumatizzata dal genocidio, sia le vittime che i carnefici, secondo quanto mi è stato riferito dai sacerdoti e dagli operatori sociali con cui ho parlato lo scorso novembre quando ho visitato il Paese.

Profondo dolore, senso di colpa, vergogna per avercela fatta e desiderio di vendetta rimangono nel cuore di tanta gente, dice Philippe Ngirente, responsabile di un servizio sociale.

La Bonfiglio aggiunge che il Governo così come la Chiesa sono componenti importanti per la costruzione di un nuovo Ruanda:

Il governo di Kagame vuole fortemente che questo [processo di risanamento] avvenga mentre si cerca di stabilizzare il Paese attraverso uno sviluppo politico ed economico. La ricostruzione prosegue spedita nel centro di Kigali, la capitale del Ruanda. L'intento di fare appello a un multiculturalismo è chiaro e si riflette nella varietà di ristoranti di cucina occidentale o asiatica disponibili. Si sta costruendo un imponente hotel/centro conferenze per cercare di attrarre turisti e uomini d'affari. Lo scorso anno l'inglese è stata dichiarata lingua ufficiale. (kinyarwanda e francese sono anch'esse lingue ufficiali).

Nel frattempo anche la Chiesa Cattolica è diventata un tassello importante nella rinascita spirituale di questo Paese a maggioranza cattolica. Si cerca di far ciò attraverso la riconciliazione tra le vittime e i responsabili del genocidio.

Il blog Democracy Watch assume una posizione dura nei confronti del Governo ruandese. Nonostante l'autrice si dica colpita da alcune positive conquiste fatte negli ultimi 17 anni, la sua preoccupazione è che non si sia ancora fatto abbastanza per evitare che il passato si ripeta. Scrive:

Molti stranieri non comprendono la mancanza di libertà politica e la diseguaglianza economica patita da chi non è membro del partito di governo, il Fronte Patriottico Ruandese (RPF). La stragrande maggioranza della popolazione—sia hutu che tutsi—sopravvissuta al genocidio, rimane politicamente ai margini, in condizioni di estrema povertà, e in molti casi traumatizzata da ciò che ha passato. La vita quotidiana è caratterizzata dalla mancanza di cibo, di acqua potabile e di servizi medici vicini e dai prezzi accessibili, mentre l'élite gode dei café, dell'accesso ad internet, di abitazioni nuove e confortevoli, di centri commerciali e servizi sanitari di qualità. Il gap tra l'élite e il resto della popolazione– circa il 90% dei ruandesi– non è mai stato così ampio.
Ed è proprio questa crescente disuguaglianza socio-economica che può rendere possibile un'altra serie di violenze politiche.

Ma la situazione non è del tutto senza speranza e grazie all'appoggio della comunità internazionale è possibile ricostruire un futuro più stabile e democratico. La soluzione è questa:

Per mantenere la pace, la comunità internazionale attiva in Ruanda, così come la più ampia regione dei Grandi Laghi, devono spingere l'RPF verso una reale apertura democratica.

Infine, il blog dei giovani luterani Lutheran World Federation ricorda al mondo che bisogna continuare a dare una mano. E spiegano come:

Questa settimana il mondo ricorda lo sconvolgente genocidio del Ruanda del 1994 [it]. Circa 800.000 persone vennero uccise. Annie Bunio, una giovane luterana americana, ha proposto ai suoi amici di vestire di viola il giovedì. In Ruanda il viola è il colore del lutto. Questo rappresenterebbe un simbolo della memoria e dell'appello all'azione contro tutti gli altri genocidi e massacri ancora in corso.

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