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Messico: cittadinanza, emigrazione e violenza

In questo riassunto del “Festival dei blog: Messico – Cittadinanza, violenza e blog” [es, come tutti i link tranne ove diversamente segnalato], presentiamo i post che vi hanno partecipato dando forma, in diversi modi, all'idea del legame strettissimo che unisce Stati Uniti e Messico in relazione agli aspetti che contribuiscono ad alimentare la violenza. E’ noto a tutti che gli Stati Uniti hanno rappresentato un modello a livello mondiale, e che il loro modo di pensare ha finito per influenzare la vita di tutto il resto del mondo; per ciò che riguarda il tema della violenza, sono in molti a mettere in relazione i fatti dell'11 settembre con un cambio nell'atteggiamento dei vari Paesi di fronte alla lotta contro il narcotraffico, e in materia di ordine pubblico in generale. Prima di allora, la priorità era quella di affrontare i responsabili della violenza; dopo l'11 settembre, invece, è diventata cosa frequente la filosofia del “girarci intorno”. In breve, se si vuole parlare della relazione tra Stati Uniti e Messico, bisogna tenere presente che questi due Paesi condividono la frontiera, e che pochi Paesi sono così geograficamente vicini allo stile di vita nordamericano come il Messico.

Los migrantes también estamos hasta la madre; del usuario de Flickr Brenmorado http://www.flickr.com/photos/brenmorado/5660322502/ usada bajo licencia Atribución-NoComercial-CompartirIgual 2.0 Genérica (CC BY-NC-SA 2.0).

"Anche noi immigrati siamo stufi marci", foto su Flickr di Brenmorado (CC BY-NC-SA 2.0).

Gli Stati Uniti e la violenza in Messico

Si parla tanto di chi emigra, di quei messicani che vanno negli Stati Uniti in cerca di opportunità e in fuga dalla violenza, ma allo stesso modo gli Stati Uniti mettono piede in Messico; loro però, ci vanno per fare la guerra. E’ proprio questo aspetto a far riflettere [en] Jeanne M Dorado de Lapuff, che pone anche delle domande:

No. Mi incuriosisce il modo in cui, dalla morte di Osama Bin Laden, gli Stati Uniti hanno posato il loro sguardo attento sui loro vicini a sud del Rio Grande. Ciò che è davvero necessario fare è fermare questa violenza insensata che, grazie all'ultima guerra in voga, quella contro la droga, insanguina ormai quotidianamente il Messico. Cosa intendono fare gli Stati Uniti, nelle vesti di una Gestapo globale che si preoccupa di proteggere i valori della gente perbene, per fermare questo amico-nemico? […] La “guerra contro la droga” suona bene, evoca l'idea di una battaglia moralmente giusta da intraprendere; è così che funziona anche per tutte le altre guerre in cui gli USA sono attualmente coinvolti, perchè è così che si fa per rendere il boccone più facile da digerire. Ma contro chi stiamo combattendo esattamente? E perchè stanno morendo così tanti messicani?

Questa presenza statunitense, comunque, non è solo fisica; Katitza Rodríguez, della Electronic Frontier Foundation, analizza [en] i piani con cui il governo nordamericano mira ad attuare un monitoraggio permanente sulle fonti pubbliche in rete, e che il quotidiano messicano El Milenio ha portato alla luce:

Il documento, ottenuto da El Milenio attraverso la legge di libera informazione statunitense [it], rivela che il Centro Nazionale Operativo (NOC) della OPC ha in previsione di dare il via ad un monitoraggio sistematico dei dati pubblicamente disponibili in rete, incluse “le informazioni pubblicate da utenti individuali” sui vari social media. […] Il rapporto [en] del NOC, […] rivela che il suo team di estrazione di dati sta raccogliendo, memorizzando, analizzando e condividendo informazioni in rete “de-identificate”, le cui fonti sono “membri della sfera pubblica… i primi a rispondere, la stampa, i volontari, e altri ancora”, che forniscono informazioni pubblicamente disponibili online. Per mettere insieme tali informazioni, il NOC monitora chiavi di ricerca come “Nazioni Unite”, “applicazione della legge”, “antrace”, “Messico”, “Calderón”, “Colombia”, “marijuana”, “guerra contro la droga”, “immigrati illegali”, “Yemen”, “pirati”, “tsunami”, “terremoto”, “aeroporto”, “body scanner”, “hacker”, “DDOS”, “sicurezza informatica”, “2600” e “social media”.

Yalí Noriega Curtis, di Reflexiones de una RIta, dice la sua [en] anche sulla presenza degli Stati Uniti nella cosiddetta “guerra della droga”; analizzando inoltre le possibili soluzioni a questo conflitto, e il ruolo che la cittadinanza potrebbe giocare a tal fine, ella aggiunge:

L'ultima considerazione da fare è un invito a ricordare gli interessi degli Stati Uniti d'America, il nostro vicino settentrionale: gli USA rappresentano uno dei più grandi mercati per gli spacciatori messicani e sudamericani, il che favorisce senza dubbio la produzione e il trasporto della droga in tutto il Paese. Questa situazione, già pesante, si aggrava considerando il traffico d'armi che, partendo dagli Stati Uniti, dilaga in terra messicana, fornendo ai cartelli della droga tutte le armi di cui essi necessitano per continuare quella lotta che li vede contrapposti non solo al governo federale, ma anche gli uni contro gli altri. Nessuna soluzione a lungo termine a questo conflitto dilagante sul suolo messicano sarà efficace, a meno che non affronti queste due questioni che, sfortunatamente, paiono non rappresentare una priorità per il governo nordamericano.

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