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PalConnect: primo convegno sui social media in Palestina

Dalla Tunisia alla Siria, nel 2011 sono emerse le enormi potenzialità dei social network come strumenti per concretizzare cambiamenti positivi — insieme però all'uso degli stessi strumenti da parte di governi o altri attori come mezzi di oppressione. Va detto comunque che palestinesi vantano parecchia esperienza nell'utilizzo di Internet, maturata nel corso di oltre dieci anni, e il recente aumento degli accessi a Internet — in particolare in Cisgiordania — ha permesso a un numero sempre maggiore di persone di scoprirne le potenzialità

Riflettendo su questo, è nata l'idea di un convegno. Organizzato da AMIN (Arabic Media Internet Network) [en, come gli altri link, eccetto ove diversamente indicato], “PalConnect”, il primo convegno palestinese dedicato ai social network , è stato realizzato con l’obiettivo di

[…] favorire la collaborazione tra gli attivisti palestinesi sui social network in modo da incrementare gli sforzi e unire le forze per promuovere la cultura dei social network in Palestina e diffondere la consapevolezza del ruolo cruciale di tali mezzi.

L'ingresso del Ramallah Cultural Palace, dove si è svolto l'evento

L'ingresso del Ramallah Cultural Palace, dove si è svolto l'evento

Il direttore esecutivo di AMIN Khaled Abu Aker ha sottolineato come lo scopo del convegno sia stato quello di

[incoraggiare] i palestinesi, in particolare i gruppi emarginati la cui voce non viene ascoltata, a esprimere la propria opinione e a usare gli strumenti dei social network per comunicare i propri messaggi e farsi sentire.

Ho avuto la fortuna di partecipare a “PalConnect” (4-6 dicembre 2011). Sponsorizzato dal consolato statunitense*, dall'ufficio di rappresentanza tedesco a Ramallah, da Al Jazeera, da Deutsche Welle, da SoukTel e dall'UNESCO, il convegno si è tenuto al Ramallah Cultural Palace, ed è stato trasmesso in diretta streaming sul sito internet dedicato, rendendolo fruibile anche a un gruppo di partecipanti riuniti a Gaza.

Il convegno è stato caratterizzato da un interessante, ma alquanto esiguo gruppo di relatori, stranieri e palestinesi, e da un ampio focus sui social network. Sebbene il tema fosse vasto, è apparso subito chiaro che l'interesse primario di relatori e partecipanti fosse l'utilizzo dei social network per raccontare gli avvenimenti palestinesi.

Il primo giorno del convegno è stato il più seguito, con un bilancio a fine giornata di circa 300 presenze in auditorium. Gli interventi (alla maggior parte dei quali non ero presente, perché sono arrivata tardi) riguardavano la formazione nella prima parte della giornata e la governance nella seconda parte, ma il momento più interessante è stato durante la proiezione di alcuni filmati a cura di Leaders Organization, un'organizzazione con sede a Ramallah. La giornata non è trascorsa senza malumori: nel pomeriggio, i partecipanti sono stati informati che il gruppo riunito a Gaza per seguire il convegno in diretta streaming era stato disperso dalla polizia.

Il tema principale del secondo giorno è stato il giornalismo, con le conferenza mattutine di Robert Lopez del Los Angeles Time e di Boutaina Azzabi di Al Jazeera. Lopez ha parlato dell'utilizzo dei social media per raccontare le proteste, mettendo in evidenza la propria esperienza personale nel seguire le manifestazioni di Occupy LA mediante FourSquare e Twitter. Azzabi ha spiegato i sistemi usati da Al Jazeera per seguire le proteste, compreso l'utilizzo di contenuti generati dai cittadini e i metodi per verificarne l'attendibilità, concludendo il suo intervento chiedendo:

Abbiamo bisogno che i palestinesi ci raccontino la loro versione dei fatti, ma siamo qui per aiutare – cosa può fare Al Jazeera per voi?

Nel pomeriggio, i relatori Katrin Verclas (di MobileActive) e Uqba Odeh hanno parlato dell'utilizzo della tecnologia mobile – rilevante in quanto la penetrazione di tale tecnologia in Palestina è stimata al 97,5% – focalizzandosi rispettivamente sui cambiamenti sociali e sui collegamenti tra comunità.

Il terzo e ultimo giorno l'attenzione si è focalizzata sull'attivismo. La giornata si è aperta con un mio intervento sull'innovativa storia dell'attivismo digitale nel mondo arabo, seguito dall'intervento, estremamente complementare, del ricercatore palestinese Majd Beltaji, che ha fornito un gran numero di statistiche e di aneddoti dal mondo arabo per illustrare l'uso dei social network durante quest'anno di sollevazioni rivoluzionarie.

Nel pomeriggio, l'incontro più importante della giornata, con un gruppo di relatori provenienti da Gaza (mi dispiace non avere i loro nomi, poiché il programma è stato cambiato all'ultimo momento). I relatori hanno parlato delle sfide affrontate dai blogger a Gaza, sottolineando come molte donne blogger evitino di utilizzare il proprio nome e la propria foto, considerandolo troppo rischioso. Il gruppo ha poi convenuto sull'importanza dei blog, che hanno permesso una maggiore connessione in Rete tra le comunità di Gaza e della Cisgiordania, divise geograficamente a causa dell'occupazione [israeliana].

Nello stesso giorno, ho preso parte a una conferenza con Dawood Hammoudeh, rappresentante della campagna Stop the Wall, e con il blogger [de] e giornalista tedesco Christoph Sydow per parlare di sicurezza in Rete; abbiamo ricevuto un gran numero di domande, molte delle quali riguardanti la sicurezza su Facebook e i dati sulla privacy, e abbiamo consigliato ai partecipanti di adottare misure minime per la sicurezza in Rete (N.d.A.: sono arrivata con un mucchio di materiale in arabo, grazie alla mia organizzazione, Electronic Frontier Foundation [it], ad Access e a Movements.org).

Una delle critiche maggiormente condivisa dai partecipanti è stata l'assenza degli attivisti palestinesi che protestano settimanalmente a Nabi Saleh, a Bi’lin e in altre parti della Cisgiordania, molti dei quali hanno fornito eccellenti idee sull'uso di strumenti digitali da parte dei manifestanti per organizzare e documentare le proteste. Il secondo giorno, Joseph Dana scrive:

Si può fare un convegno sui social network in Palestina senza evidenziare il ruolo dei giovani attivisti che li usano?

Si sono anche verificate lamentele e – da ciò che ho potuto sentire da terzi – diversi rifiuti di partecipare al convegno perché finanziato dagli USA. Detto ciò, in quanto persona piuttosto critica nei confronti dei finanziamenti da parte del governo statunitense per progetti come questo, personalmente ho percepito una minima presenza del Consolato; gli impiegati e ospiti del Dipartimento di Stato presenti al convegno si sono limitati a intervenire durante le presentazioni e, secondo me, non hanno influenzato lo svolgimento degli incontri programmati.

In ultima analisi, “PalConnect” dovrebbe essere considerato un'eccellente piattaforma di partenza per, si spera, una svariata serie di incontri pubblici. Ma, se posso permettermi, ecco solo tre piccoli consigli agli organizzatori della prossima edizione:

  • Rendere il convegno più interattivo. Realizzare le sessioni per i partecipanti come “barcamp” [it] per creare gruppi di pressione e imparare gli uni dagli altri.
  • Includere i giovani attivisti tra i relatori selezionati. Gli attivisti palestinesi possono vantare una grande esperienza nell'uso di strumenti online e molti potrebbero condividere le proprie conoscenze.
  • Fornire una formazione di base. Molti partecipanti hanno ammesso di non usare Twitter – lo strumento di cui si è più parlato durante il convegno – mentre altri non hanno consapevolezza delle misure minime di sicurezza da adottare in Rete. Una formazione responsabile potrebbe andare in questa direzione.

[* Per chiarezza: sono stata invitata e sponsorizzata dal Consolato USA di Gerusalemme, ma il mio intervento è stato preparato in maniera del tutto indipendente.]

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