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Il rovescio della medaglia di ‘Kony 2012′

Chiunque abbia seguito con attenzione i citizen media nelle ultime settimane si sarà di certo imbattuto nell'acceso dibattito sulla campagna lanciata dall'ente non profit USA “Invisible Children”, iniziativa che ha che ha fatto letteralmente il giro della rete, il cui scopo e’ mettere fine alle atrocità di Joseph Kony [it], leader del gruppo di guerriglia Lord's Resistance Army (LRA), già ricercato per crimini di guerra.

Nonostante il filmato Kony 2012, cuore della campagna, abbia riscosso l'ampio successo auspicato, molti cittadini africani ne contestano l'efficacia, visto che la situazione non è stata rappresentata in tutte le sue sfumature; alcuni la ritengono uno stratagemma per raccogliere fondi a favore dell'organizzazione promotrice piuttosto che uno strumento di emancipazione per le persone coinvolte nel conflitto.

Ha suscitato disappunto anche il fatto che, ancora una volta l'Africa si sia trovata sotto i riflettori per una storia carica di negatività, mentre restano ancora una volta nell'ombra i trend positivi di cui il continente è stato e rimane protagonista.

E proprio in risposta a questa negatività, molti hanno deciso di condividere su Twitter “le ragioni per cui amano l'Africa” con l'hashtag #WhatILoveAboutAfrica — inziaitiva che, promossa in particolare da Semhar Araia, aderente al Diaspora African Women Network (DAWNS), ha già raggiunto ampia eco internazionale.

What I love About Africa nuovo trend mondiale di Semhar Araia – @Semhar

Il rovescio della medaglia

L'intento non è certo quello di mettere in discussione il valore della campagna di “Invisible Children”, a cui va il merito di aver aperto gli occhi del mondo sugli orrendi crimini dell’Esercito di Resistenza del Signore [it] di Joseph Kony, pur nelle tante controversie suscitate finora. Come chiaramente spiegato da alcuni commenti online, il dibattito in corso e l'inziativa su Twitter non è solo finaizzato a lanciare un “meme” ma una lotta per riscattare l'immagine del continente africano raccontandolo in modo nuovo.

Il video di “Invisible Children”, proiettato in pubblico in Uganda da Al Jazeera English, ha suscitato scarso entusiasmo: un gruppo di cittadini, appartenenti proprio a quelle comunità nel del nord del Paese che più hanno sofferto a causa dei crimini di Kony, non ne ha per nulla apprezzato i contenuti.

“Se alle persone in quei Paesi interessa davvero la nostra situazione, nessuno dovrebbe più indossare magliette con l'immagine di Joseph Kony,” dice un intervistato. “Farlo significherebbe gioire delle nostre sofferenze.”

Un ugandese presente a un'altra proiezione dice: “C'è della gente, una qualche organizzazione non governativa, che cerca di mobilitare risorse usando le atrocità commesse nell'Uganda del nord.”

Intanto la campagna in favore degli aspetti positivi dell'Africa va guadagnando una certa credibilità nell'ambito dei social media: Karen Bilger, studentessa e fanatica della cultura africana, condivide una raccolta dei suoi post preferiti sul meme; cercando di spiegare il perchè li abbia scritti, cita su Twitter la netizen africana Tatenda Muranda:

@IamQueenNzinga: Era ora che entrassimo nell'era dell'afro-ottimismo sia con le parole che con le azioni

La giornalista keniota Paula Rogo ha pubblicato su Storify il meglio e il peggio di “WhatIloveAboutAfrica”. Ecco alcuni post da lei selezionati:

@mwanabibi: #WhatILoveAboutAfrica I giovani! Pieni di speranza, ottimisti e creativi

@Sarenka222: #WhatILoveAboutAfrica una stampa forte, perspicace, coraggiosa e indipendente, anche davanti alle intimidazioni (cc: @dailymonitor :)

@RiseAfrica: RT @texasinafrica: Innovazioni come i pagamenti mobili, e la mappatura della crisi ad opera delle masse #WhatILoveAboutAfrica

Mappa dell'Africa tracciata dai partecipanti al Barcamp Africa nell'ottobre 2008, dal fotostream di Maneno su Flickr

Mappa dell'Africa tracciata dai partecipanti al Barcamp Africa nell'ottobre 2008, dal fotostream di Maneno su Flickr

La lotta per riscattare l'immagine dell'Africa

È da tempo che i social media tentano di presentare il Vecchio continente in una nuova luce. Già nel 2007 alcuni netizen africani di spicco tentano di coninvolgere altri utenti in una campagna dal nome “Why I blog about Africa”.

Nel 2008 Théophile Kouamouo, un utente della Costa d'Avorio scrive [fr]

Bloguons nous pour la diaspora et le vaste monde, coupé de nos contemporains sur le continent ? Blogue-t-on sur l'Afrique comme on blogue sur l'Europe ou l'Asie ? La blogosphère afro-orientée a-t-elle quelque chose de spécifique à offrir au concert de l'universel version 2.0 ?

Scriviamo in rete per la diaspora e per il mondo, tagliati fuori dai nostri contemporanei nel continente? Riserviamo all'Africa la stessa attenzione accordata a Europa o Asia? Qual è il suono originale che la blogosfera filoafricana può aggiungere al concerto universale della versione 2.0?

Il valore del meme non risiede solo nell'aver scatenato numerose reazioni nei Paesi dell'Africa orientale, ma nell'aver coinvolto anche anche i citizen media africani di lingua inglese. In un contributo di qualche tempo fa sullo stesso argomento Rombo, nel blog dal titolo “What an African Woman Thinks” (Cosa pensa un'africana) spiega con parole appassionate i motivi del proprio amore per l'Africa:

L'Africa ce l'ho nel sangue. È una voce che mi risuona in testa, un formicolio sulla schiena che non riesco a mandare via.
[…] È bella, forte, e ha così tanto da dare; mi riempie di emozioni, e io l'amo alla follia. E quando cade a terra, pesta e dolorante, la amo ancora di più.
È sempre nel mio cuore e nei miei pensieri.
Non conta quindi il fatto che abbia deciso di scrivere un blog sull'Africa. Conta il fatto che non possa farne a meno.
Vorrei proprio che il mondo vedesse in lei quello che vedo io.
E realizzare questo sogno è uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere dell'Africa.

Sokari aggiunge quanto segue su Black Looks :

… mi fa arrabbiare e disperare, mi tradisce, se ne va in giro a farsi influenzare da tipacci che spesso vivono in terre lontane. Ma la amo con tutto il cuore e non posso farne a meno; è viva, autentica e saggia, con così tante storie straordinarie di vita e di umanità. È grande e coraggiosa. Mi piacciono il modo in cui si muove, le espressioni del suo viso, il sapore dei suoi cibi, il profumo e il colore della sua terra.

Il desiderio di rappresentare l'Africa in modo nuovo e positivo non è certo nato ieri. Binyavanga Wainaina è l'autore di un famoso saggio dal titolo “How to write about Africa” (Come scrivere dell'Africa) apparso nel 2005. Esiste anche un video tratto dal testo chiamato “How Not to Write About Africa” (Come non scrivere dell'Africa), con la voce di Djimon Hounsou, attore e modello beninese:

Ma se i tentativi di riscattare l'immagine del continente africano vanno avanti da lungo tempo, viene spontaneo chiedersi come mai sia tanto difficile trasformarne l'immagine agli occhi del resto del mondo, e perchè riuscirci sia per molti così importante. Una risposta a quest'ultima domanda è stata data durante l'intervento nel network TED di Euvin Naidoo, presidente della Camera di Commercio del Sudafrica. Naidoo sostiene che la fiducia è fondamentale per gli investimenti nel continente, e che per questo motivo l'Africa deve essere resa intellegibile al resto del mondo . Ecco le sue parole:

Cito alcune parole di George Kimble: ‘L'unica parte oscura dell'Africa è ciò che non si conosce di essa’. Cominciamo dunque a spiegare questo incredibile ed eclettico continente che ha così tanto da offrire [..] Bisogna prima di tutto sfatare il mito secondo cui l'Africa sarbbe un unico Paese. I Paesi che la costituiscono sono 53. Di conseguenza, non si può dire “investiamo nell'Africa”, non ha senso.

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