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Cuba: “intrappolati in un permanente déjà vu”

Alcuni blogger cubani hanno dato voce alle loro inquietudini sull'economia dell'isola e si sono chiesti se le recenti riforme, alcune delle quali includono un più aperto approccio al lavoro autonomo, possano davvero tradursi in un cambiamento politico.

Un blogger della diaspora, Marc R. Mansferrer, non pensa che si cambiato molto sul fronte economico, facendo notare quanto segue su Uncommon Sense [en, come gli altri link]:

Il salario medio a Cuba arriva a 19 dollari al mese.
Si, nel 2012.

Yoani Sàncez su Generation Y ammette di “aver l'impressione di essere rimasta intrappolata in un permanente déjà vu”:

A mezzogiorno di oggi ho sentito in strada parole identiche a quelle della settimana scorsa; mentre il quartiere si arrovella su problemi molto simili a quelli di due decenni fa e la lunga fila dal macellaio sembra rimodellata su un'altra del 1994 o del 2002. Non è semplice liberarsi dalla sensazione di aver già vissuto tutto questo […] Una delle scene ricorrenti è la ricerca di cibo e di altri prodotti di prima necessità di cui i nostri negozi sono cronicamente a corto. Correr dietro ad un po’ d'olio, a una confezione di salsa o a un pezzo di sapone per lavare i vestiti.

Sànchez continua spiegando che “la riforma lungamente attesa che permettesse la rinascita del lavoro autonomo ha generato alcuni problemi di cui si parla a malapena”:

Mancando centri di distribuzione all'ingrosso dove poter comprare provviste e materie prime per le piccole aziende, i lavoratori privati si sono rivolti alla già debole rete di commercio al dettaglio. All'alba si mettono in fila fuori le panetterie o certi negozi per acquistare grandi quantità di prodotti che finiscono nelle cucine dei ristoranti o degli snack bar. Senza alcuna specifica riduzione di costi per l'acquisto all'ingrosso, conservare scorte di verdure, cereali e carne diventa un compito terribile, difficile e estremamente dispendioso. Inoltre, diminuisce in modo significativo la disponibilità dei prodotti per i consumatori non industriali, gli acquirenti individuali che ne necessitano solo per uso domestico. La maggioranza dei piccoli consumatori.

Il debole commercio statale non è preparato per la domanda degli ultimi mesi […] Se questa contraddizione non si risolve arriverà il momento in cui la carne di maiale, il pepe e le patate si potranno trovare solo nei piatti dei paladares (ristoranti privati). E il vicino che oggi si lamenta, per l'ennesima volta, della mancanza della carta igienica, dovrà far visita ai bagni del nuovo ristorante per ricordare come erano fatti quei rotoli, così bianchi e soffici.

Su Bad Handwriting, Regina Coyula, che ha preso parte a un meeting organizzato dal quotidiano Temas sui problemi del lavoro autonomo, condivide un punto di vista interessante:

Ho ampliato il mio orizzonte di casalinga. Ho imparato che anche gli artisti e i funzionari religiosi sono “lavoratori autonomi”, e che questa categoria diventerà presto il 20% della forza lavoro. Sono anche venuta a sapere di un'indagine svolta su 600 lavoratori indipendenti, che mostrava come guadagnassero in media sei volte tanto rispetto la loro precedente condizione lavorativa.

C'era chi era venuto in difesa dei vituperati carretilleros, venditori ambulanti con i loro carretti, che avevano ricevuto una valanga di insulti, come se fosse loro la responsabilità per la mancanza di varietà e per gli alti costi delle verdure.

Anche se i partecipanti utilizzavano ancora un linguaggio arcaico (soprattutto l'unico “lavoratore in proprio” del gruppo), in generale si è parlato dell'impatto positivo di questo settore sul recupero del valore del lavoro e del bisogno di cambiare la mentalità sociale che considera riprovevole questa forma di lavoro –  una lieve negligenza che è la reazione naturale a mezzo secolo di stigmatizzazione dell'iniziativa privata e dell'arricchimento personale da parte del governo.

A suo parere, “la parte migliore è venuta con i commenti”:

C'è stata la richiesta di un chiaro quadro regolatorio e pubbliche statistiche su questa nuova linea lavorativa […]

Lo scrittore Yoss ha posto un problema teorico: se ogni potere economico genera potere politico, lo Stato è rassegnato alla possibilità di perdere il proprio potere? […] Il lavoratore autonomo del gruppo ha messo in chiaro che, contrariamente a ciò che ci viene insegnato nei manuali di economia politica, i cambiamenti economici non porteranno alcun cambiamento politico, e il partito rimarrà unico e esclusivo in carica.

I giovani, come sempre, hanno brillato di una luce luminosa. Uno ha parlato dell'eliminazione della paura verso la realtà dei cambiamenti, un altro ha chiesto se si poteva importare ed esportare, se potevano essere utilizzati i servizi statali come SEPSA (sicurezza), se funzionavano le carte di credito. Un altro ha sostenuto che il ruolo del sindacato è di difendere il lavoratore, non di diffondere cattive notizie tramite l'organo di stampa del Partito. Un altro giovane professore ha riportato la sua esperienza da lavoratore autonomo e ha chiesto che le misure vengano regolarizzate prima della loro attuazione e non viceversa.

Me ne sono andata con l'animo sollevato. Non siamo né incolti né pigri. Ciò che ci manca è la libertà.

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