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Brasile: minacciata l'autonomia dei territori indigeni

La pubblicazione del Decreto 303 [pt] a metà luglio 2012 da parte del Governo Federale brasiliano tramite la Avvocatura Generale dello Stato [it] (AGU, l’istituzione che esercita la rappresentanza giudiziale pubblica a livello federale), mirata a limitare l’autonomia dei territori indigeni del Brasile, è stata duramente respinta da vari movimenti sociali [pt] che lottano per i diritti dei popoli indigeni del Paese.

Luana Luizy del Consiglio Missionario per gli Indigeni (CIMI) riassume [pt] le implicazioni del decreto:

il Decreto 303 stabilisce, tra l’altro, che i territori indigeni possono essere occupati da unità, postazioni e altri interventi militari, reti viarie, installazioni idroelettriche e minerarie di natura strategica, senza consultare le popolazioni. Con un semplice strumento normativo, l’AGU ha negato il diritto costituzionale degli indigeni all’usufrutto esclusivo dei territori occupati tradizionalmente.

Gli oppositori del provvedimento ne esigono la revoca immediata, in quanto la considerano [pt] “un affronto ai diritti garantiti dalla Costituzione Federale e dagli strumenti internazionali come la Convenzione 169 dell’OIL [Organizzazione Internazionale del Lavoro], che in Brasile è legge dal 2004, e la Dichiarazione dell’ONU sui diritti delle Popolazioni Indigene”.

Popoli come ostacoli allo sviluppo

Protesta indigena a Brasilia, 2011. Foto International Rivers su Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Protesta indigena a Brasilia, 2011. Foto International Rivers su Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Il decreto interviene in un momento in cui la politica di sviluppo attuata dal governo di Dilma Rousseff si va evidentemente a scontrare con i diritti delle comunità indigene del Paese. Secondo i dati dell’IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica) nel 2010 sono stati censiti in Brasile più di 800 mila indios [pt].

La Diga di Belo Monte [pt], che potrebbe diventare la terza al mondo per dimensioni se sarà effettivamente costruita, è stata al centro del dibattito mediatico. Secondo quanto riportato da Global Voices [pt] in agosto, il lavori del complesso idroelettrico erano stati sospesi per ordine del Ministero Pubbico Federale dello stato del Pará, proprio perché, tra gli altri motivi, le comunità indigene non erano state consultate precedentemente al decreto legislativo che ne aveva autorizzato l’installazione. Comunque la sospensione dei lavori è durata solo pochi giorni, visto che già in data 27 agosto il Tribunale Supremo Federale (STF) ha accolto [pt] l’ingiunzione a favore dell’AGU, che esigeva la ripresa dei lavori.

I casi come quello di Belo Monte evidenziano le fragilità della posizione assunta dal Brasile nei confronti degli obblighi internazionali alla difesa dei diritti umani, come già si è visto nel 2011, quando la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) aveva chiesto al governo Rousseff di sospendere immediatamente la costruzione dell’opera con un provvedimento cautelare.

Intanto, data l’influenza del Brasile nelle Americhe, lo stesso sistema interamericano dei diritti umani è messo a rischio, come ritiene il professore e sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos, il quale ha scritto [pt] delle conseguenze delle pressioni della CIDH:

Il Brasile protesta contro la decisione, ritira il suo ambasciatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), sospende il pagamento della quota annuale all’OSA, ritira il suo candidato alla CIDH e prende l’iniziativa di creare un gruppo di lavoro che dovrebbe proporre una riforma della CIDH mirata a ridurne il potere di interrogare i governi riguardo alle violazioni di diritti umani.

Sousa Santos descrive [pt] in modo acuto la inea seguita dalle attuali politiche “progressiste” di sviluppo:

I territori diventano terreni, e le popolazioni che li abitano diventano ostacoli allo sviluppo che devono essere rimossi quanto più rapidamente possibile.

A sostegno di questa linea di pensiero il tweet lanciato da M. Marcos Terena (@MarcosTerena), blogger e attivista indigeno nella Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni [pt], il 9 agosto:

Noi indigeni ricordiamo, in questa nostra Giornata, che il Decreto 303 dell’AGU vede nelle nostre terre oro, nuove strade, tutto tranne noi indigeni.

Tolleranza zero

Manifestazione indigena contro il decreto n. 303/12 a Manaus. Foto Fora do Eixo su Flickr (CC BY-SA).

Manifestazione indigena contro il decreto 303/12 a Manaus. Foto Fora do Eixo su Flickr (CC BY-SA).

Il Decreto 303 è servito da incentivo per una unione senza precedenti [pt] di diversi movimenti sociali, come le dirigenze indigene facenti parte del Comitato GATI [pt] (Gestione Indigena dell’Ambiente e del Territorio), l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), il Consiglio Missionario per gli Indigeni (CIMI) e la Ansef, Associazione Nazionale Amici della Funai (Fundação Nacional do índio [it]), per tentare di sensibilizzare parlamentari, magistratura e opinione pubblica non solo sulle implicazioni di questo provvedimento ma anche su quella che si ritiene essere una serie di provvedimenti in corso che “dimostrano una situazione di smantellamento della politica indigenista nel Paese e di attacco alle comunità indigene e alle loro terre”:

Il nuovo decreto di ristrutturazione della Funai, il Decreto 7778/12, le PEC [proposte di emendamenti costituzionali] n. 038, che conferirebbe al Senato la competenza esclusiva sulla demarcazione dei territori indigeni e n. 215, che trasferisce tale attività in capo al Congresso.

Ulteriori informazioni su questi e altri provvedimenti contrari ai diritti delle popolazioni indigene, delle comunità tradizionali e all’ambiente sono state distribuite dallo Instituto Humanitas UNISINOS (@_ihu) sul suo sito:

Il Governo Rousseff promuove la più imponente crociata contro i diritti indigeni ricorrendo a pasticci giuridici. http://bit.ly/NiSQjo

In risposta alle azioni intraprese nelle ultime settimane, alla fine di agosto il governo ha proposto [pt] la sospensione del Decreto 303 “fino alla decisione in merito alla sospensiva richiesta per la sentenza del Tribunale Supremo Federale nel procedimento del caso Raposa Serra do Sol” (Global Voices aveva già parlato [it] di questo caso di demarcazione territoriale nel 2009) e “la creazione di un Gruppo di Lavoro composto da Ministero della Giustizia, AGU, Funai e rappresentanti delle popolazioni indigene, con il compito di discutere le condizionali fissate dal Decreto 303/2012 e altre modalità per rendere fattibili i processi di demarcazione dei territori indigeni”.

La APIB si dimostra contraria [pt] alla proposta di sospensione, ritenendo che questa “manterrà latenti i rischi di conflitti fondiari generalizzati nel Paese” e promette “di portare avanti la mobilitazione e la lotta per la revoca integrale del Decreto 303 dell’AGU”.

Hanno collaborato alla stesura di questo post: João Miguel Lima e Raphael Tsavkko Garcia.

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