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Netizen affrontano il razzismo nel calcio europeo

Le ultime settimane del mese scorso hanno visto ancora una volta il razzismo affacciarsi nei campionati europei di calco, in particolar modo in quello inglese, sia a livello di club che di singoli calciatori della Premier League inglese, oltre che della nazionale. In molti si chiedono se la UEFA e la FIFA prenderanno provvedimenti, seguendo l'esempio della Football Association in Inghilterra.

Del razzismo nel calcio si occupa il blog ArsenalNews [en, come i link successivi], segnalando vari episodi verificatisi recentemente in diversi Paesi:

Il razzismo è uno dei maggiori problemi nella realtà contemporanea, e neanche il bel gioco ne è esente. Giocatori, funzionari e tifosi ne sono ugualmente colpiti. Alcuni possono venire attaccati per la sola “colpa” di far parte della squadra avversaria, mentre altri vengono stigmatizzati dai propri tifosi. Di seguito sono elencati alcuni incidenti a sfondo razziale verificatisi in vari campionati di calcio d'Europa.

Nel febbraio 2011, Roberto Carlos ha firmato un contratto con il club Anzhi Makhachkala della Prem'er Liga russa. Il mese successivo, durante una partita fuori casa contro lo Zenit, uno dei tifosi ha tirato fuori una banana a pochi centimetri di distanza da Carlos, mentre il calciatore era impegnato nella cerimonia dell'alzabandiera.

Nel novembre 2008, l'attaccante egiziano del Middlesbrough Mido è stato vittima di cori islamofobici da parte di un ristrettor numero di tifosi del Newcastle United.

Nel marzo 2012, un ventinovenne fan dell'Arsenal è stato arrestato dopo essere stato sorpreso dalle telecamere di SkySports a insultare con toni razzisti il calciatore del Newcastle United Cheik Tiote.

L'incidente più discusso della stagione 2011/2012 è quello che vede come protagonista  il capitano della nazionale inglese John Terry, che sarebbe stato ripreso mentre lanciava insulti razzisti contro Anton Ferdinand. Qualche giorno dopo, i Queens Park Rangers hanno giocato contro il Chelsea, e Ferdinand si è rifiutato di stringere la mano a Terry prima dell'inizio della partita.

Mentre il fenomeno sembra aver colpito particolarmente i vari campionati nazionali, pare che neppure gli incontri internazionali ne siano immuni ormai: il caso più recente è avvenuto il 16 ottobre in Serbia, in occasione della partita dell'Under 21 tra il Paese ospitante e l'Inghilterra.

Di seguito il video condiviso su YouTube dall'utente  che mostra quanto accaduto:

http://www.youtube.com/watch?v=9ZZY9U1CdDs

Nel post Racism in the Balkans: A Problem That Will Just Not Go Away sul blog ‘Football Philosophy’ si legge:

Le allarmanti scene a cui abbiamo assistito in Serbia questa settimana hanno ancora una volta puntato l'attenzione sul problema del razzismo nel calcio, in particolar modo in questa parte del mondo, dove nei decenni scorsi una malsana cultura politica contrassegnata da un nazionalismo intransigente e dal pregiudizio etnico hanno fomentato violenza e bigottismo sulle tribune.

Ci sono pochi dubbi sul fatto che il problema del razzismo, accentuato da periodi di aggressivo nazionalismo etnico nei Balcani, rimane un problema significativo nel mondo del calcio. E’ un problema che la UEFA e le autorità calcistiche non sembrano intenzionate ad affrontare, nella speranza che finisca nel dimenticatoio della coscienza pubblica. A questo punto, il modo in cui hanno gestito i deplorevoli fatti di martedì scorso non fa che aggiungere carne al fuoco.

Nell'articolo What Rio can learn from non-League football (“La lezione che il calcio dilettantistico ha da offrire a Rio Ferdinand”) apparso sul suo blog, Lester Holloway riflette sul rifiuto da parte dei calciatori inglesi di indossare una maglietta sponsorizzante la campagna Kick It Out:

Il calcio è sempre stato lo sport del popolo e, in una giornata in cui qualche stra-pagato giocatore della Premiership, il difensore del Manchester United Rio Ferdinand in primis, si è messo in mostra sfruttando la campagna anti-razzista, è rincuorante vedere che esistono associazioni dilettantistiche come il Sutton United che ci ricordano cosa c'è di buon nel mondo del calcio.

Innanzitutto, hanno sbagliato obiettivo. Le critiche contro le pene leggere per insulti razzisti – ad esempio, nel caso di John Terry e Luis Suarez – devono per prima cosa e soprattutto essere rivolte alle autorità calcistiche, poi agli stessi club della Premiership. Kick It Out è soltanto una lobby senza alcun potere, che chiede costantemente pene più severe da molti anni.

Il 24 ottobre, nel Regno Unito, la PFA (Professional Footballers Association, “Associazione Calciatori Professionisti”) ha presentato una proposta in sei punti, che comprende la cosiddetta “Regola Rooney” allo scopo di mettere fine al problema, come evidenziato dal blog FootyMatters:

Il piano della PFA richiede:

  • la velocizzazione del processo di gestione dei casi di razzismo denunciati, con il monitoraggio ravvicinato di ogni incidente;
  • la considerazione di pene più severe in caso di insulti razzisti e l'inclusione dei colpevoli e dei club responsabili in un programma di sensibilizzazione;
  • una versione inglese della “Regola Rooney” – introdotta dalla National Football League negli Stati Uniti nel 2003 – per assicurare che gli allenatori appartenenti a minoranze etniche vengano presi in considerazione per posizioni aperte;
  • il monitoraggio della percentuale di allenatori e manager di colore e la segnalazione delle disuguaglianze e dei miglioramenti;
  • l'innalzamento degli insulti razzisti allo status di cattiva condotta nei contratti di calciatori e allenatori (e, di conseguenza, essere causa di potenziali licenziamenti);
  • la consapevolezza di altre questioni come il genere, l'orientamento sessuale, la disabilità, l'antisemitismo, l'islamofobia e la presenza di calciatori asiatici.

Il blog Ademir to Zizinho spiega invece in un lungo post “Perché il calcio inglese non ha bisogno della Regola Rooney”:

L'idea dell'introduzione della “Regola Rooney” può sembrare una panacea per curare gli attuali mali del calcio. Eppure, in realtà non farebbe che insabbiare i difetti di fondo che circondano il processo di nomina dei manager. All'Inghilterra non manca un sufficiente numero di manager di colore nella lega calcistica, bensì un metodo pratico per portare alla luce i talentuosi, a prescindere dal gruppo etico a cui appartengono.

Piuttosto che scrutinare di regola degli individui appartenenti a minoranze etniche, considerare potenziali manager di qualsiasi etnia tra coloro che non hanno mai svolto il mestiere a livello professionistico rappresenterebbe un cambio di direzione comprensivo. Ciò non solo aprirebbe il campo a qualsiasi gruppo etnico, ma metterebbe fine alla mentalità del “circolo chiuso” secondo la quale manager incapaci passano da club a club per il semplice fatto di aver avuto lunghe carriere da calciatori nel passato. Purtroppo, allo scopo di prendere il controllo dell'agenda dei mezzi di comunicazione, la PFA si è invece attaccata a un'altra idea sciocca che non sarà di beneficio a nessuno.

E’ davvero giunto il momento che i principali organi dirigenti nel gioco del calcio prendano delle iniziative decisive contro queste posizioni che danneggiano tutti i settori dello sport. In questo preciso momento storico, nello sport non c'è posto per il razzismo, dato che il calcio è praticamente diffuso a livello globale, poiché rappresentato da giocatori provenienti da tutto il mondo sotto contratto con la maggior parte dei campionati europei e altri altrattanto affermati.

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