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Brasile: Condannati 23 poliziotti per il Massacro di Carandiru

Dopo oltre 20 anni dalla rivolta scoppiata nel penitenziario di San Paolo, meglio conosciuta come il Massacro di Carandiru, e terminata con la morte di 111 detenuti, 23 poliziotti sono stati condannati a 156 anni di reclusione per avere causato 13 morti.

La prima parte della sentenza, nel tribunale Di Barra Funda a San Paolo, è durata tutta la settimana e dopo due rinvii [pt, come i link successivi, eccetto ove diversamente indicato] si è conclusa la notte del 21 aprile scorso, con la lettura del verdetto da parte del giudice José Augusto Nardi Marzagão.

Poco dopo l'annuncio della sentenza, #Carandiru era tra i Trending Topics del Twitter brasiliano, e alcuni utenti già commentavano la decisione che si è fatta attendere per oltre 20 anni.

I pareri riguardo l'ordinanza sono discordanti. Attraverso il loro profilo ufficiale (@RacionaisCN) il gruppo rap Racionais MCs, noto per la scrittura di canzoni che affrontano tematiche sociali tra cui la vita all'interno delle carceri, ha così commentato:

Estudantes de direito da Universidade de São Paulo (USP) instalaram em frente ao prédio da faculdade, no centro da capital, 111 cruzes para lembrar o número de presos mortos por policiais militares na Casa de Detenção do Carandiru, em 1992. Foto Marcelo Camargo, Agência Brasil (CC BY 3.0)

Alcuni studenti di Diritto dell'Università di San Paolo (USP) hanno messo davanti l'edificio della facoltà, in pieno centro, 111 croci per ricordare il numero dei detenuti uccisi dalla polizia militare nella prigione di Carandiru nel 1992. Foto di Marcelo Camargo, Agência Brasil (CC BY 3.0)

Justiça!! Massacre do Carandiru: 91% lembram, mas só 10% creem em prisão.
http://bit.ly/Z1QKM0 via ‪@revistaforum

Giustizia!! Il massacro di Carandiru: il 91% lo ricorda ma solamente il 10% è a favore della prigione.

http://bit.ly/Z1QKM0 tramite ‪@revistaforum

Dall'altra lato, ci sono state anche opinioni contrarie alla condanna dei poliziotti:

@DarioAlvesLima: policiais do Carandiru condenados, que Justiça é essa sempre a favor dos bandidos e contra a população sofrida e cumpridora dos Impostos..

@DarioAlvesLima: i poliziotti di Carandiru sono stati condannati, che giustizia è questa, sempre a favore dei delinquenti e contro i contribuenti ormai rassegnati..

@leraffaelli: Os policiais que estão sendo julgados pelo massacre do Carandiru , deveriam receber medalhas ao invés de pena!!!

@leraffaelli: i poliziotti che stanno accusando per il massacro di Carandiru dovrebbero ricevere medaglie invece di essere condannati!!!

Vent'anni e nessuna sentenza

La sentenza emessa questa settimana ha impiegato più di venti anni per arrivare al tribunale. Nell'ottobre del 1992 una lite tra detenuti di bande rivali, iniziata dopo una partita di calcio, è finita coinvolgendo tutto il Padiglione 9 del complesso penitenziario di Carandiru. Il 2 ottobre, per contenere i reclusi, 30 poliziotti della Polizia Militare di San Paolo, comandati dal colonnello Ubiratan Guimarães, hanno fatto irruzione nella prigione e sedato la protesta, provocando 111 morti.

Imagem do antigo complexo penitenciário. Domínio público

Un'immagine del vecchio complesso penitenziario. Foto di dominio pubblico.

Nel 2000, otto anni dopo la rivolta, Il colonnello è stato il primo dei 120 accusati ad dover andare in tribunale; ma solo due anni dopo essere stato condannato a 623 anni di reclusione, torna in libertà in attesa di giudizio e viene addirittura eletto deputato. Il posto gli garantisce privilegi e nel 2006, viene assolto dall’ “Organo Speciale del Tribunale della Giustizia”, specificando che all'epoca dei fatti Ubitaran, con l'ordine di fare irruzione, aveva semplicemente adempito al suo dovere. Dato che aveva preso questa decisione autonomamente, il Governatore dello Stato, Luiz Antônio Fleury Filho, e il segretario alla Sicurezza Pubblica, Pedro Franco de Campos, vengono estromessi dal processo. Nella deposizione del 16 aprile scorso, Fleury s è preso la “responsabilità politica” e ha definito l'azione del PM come “legittima”.

Nel periodo in cui avvenne la rivolta, il penitenziario della zona Nord di San Paolo conteneva circa 9000 detenuti. Quasi il triplo dei 3500 previsti dalla capacità massima della struttura. L'economista e blogger Luiz Cezar, che aveva visitato l'edificio pochi giorni prima della sommossa, ricorda la confessione di Ismael Pedrosa, direttore della prigione.

Ao lado do ex-deputado Álvaro Fraga, ouvi do diretor um relato desesperançado sobre a falta de recursos, a impossibilidade de separação de detentos e a confissão de que a qualquer momento “a panela de pressão iria arrebentar”.

(…) Soube-se [depois] que fora ele, Pedrosa, quem acionara a PM para impedir o fatídico acontecimento que informou temer naquele almoço.

Dalla parte dell'ex deputato Álvaro Fraga, ho ascoltato dal direttore, un resoconto sconfortante riguardo la mancanza di risorse e l'impossibilità di dividere i detenuti, e la rivelazione che “la pentola a pressione” sarebbe esplosa da un momento all'altro.

(…) si è venuto a sapere (successivamente) che era stato lo stesso Pedrosa a mettere in azione il PM per impedire il fatidico avvenimento di cui aveva avuto un presentimento durante quel pranzo.

Nel documentario “Memorie cruente di Carandiru” [en], pubblicato sul sito Vice News, un ex-agente penitenziario ricorda – attraverso immagini forti – la quotidianità all'interno della prigione più grande dell'America Latina. L'uomo reso ostaggio più volte all'interno del presidio, confida che nel caso di una ribellione non ci sarebbe stato nulla da fare. La normalità nel Padiglione 9 era di 2 o 3 agenti di guardia per oltre 1.800 detenuti.

L'inizio, dietro le sbarre

Homenagem aos 20 anos do Massacre do Carandiru em São Paulo. Foto de veredaestreita no Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Commemorazione in ricordo dei 20 anni trascorsi dal massacro di Carandiru a San Paolo. Foto di veredaestreita su Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Con circa 550,000 persone all'interno della casa circondariale, la quarta popolazione carceraria più numerosa al mondo, il Brasile sta giudicando i poliziotti del massacro di Carandiru, e la possibilità di affrontare uno dei peggiori capitoli della sua storia più recente. La maggior parte dei responsabili continua a lavorare senza nessun tipo di condanna. La lentezza del processo ha fatto in modo che molti dei crimini andassero in prescrizione, lasciando solo 79 dei 300 agenti indagati originariamente. Alla Corte Inter-americana dei Diritti Umani (CIDH), il caso è stato classificato come “un crimine impunito”.

Nonostante i detenuti possano fare ricorso, e c'è grande probabilità che i poliziotti debbano scontare solo il 3% della condanna, uno dei promotori portavoce del caso, Fernando Pereira da Silva, ricorda che tuttavia, la sentenza serve come risposta alla società:

Tínhamos a preocupação de a população entender que a vida do ser humano não é descartável. A invisibilidade social daqueles indivíduos, presos à época de um massacre, não pode prevalecer sobre o descumprimento da lei.

Eravamo preoccupati che alla gente arrivasse il messaggio che la vita dell'essere umano è usa e getta. L'invisibilità sociale di quelle persone, detenuti all'epoca del massacro, non può prevalere sulla mancata esecuzione della legge.

Come ha scritto il giornalista e blogger Leonardo Sakamoto, in un Paese come il Brasile, non abituato a punire il passato,

Momentos como o julgamento que se encerrou nesta madrugada são importantes para que a sociedade consiga saldar as contas com seu passado, revelando-o, discutindo-o, entendendo-o. Para evitar que ele aconteça de novo.

Mais do que um país sem memória e com pouca Justiça, temos diante de nós um Brasil conivente com a violência como principal instrumento de ação policial.

Momenti come quello del verdetto che si è concluso questa mattina sono importanti per la società, che cosi facendo salda il conto con il suo passato, denunciandolo, discutendone e prendendone coscienza, per evitare che possa accadere nuovamente.

Più che un Paese senza memoria e poca giustizia, ci troviamo di fronte ad un Brasile corresponsabile della violenza usata come principale strumento dalle forze dell'ordine.

Da una ricerca realizzata dall’Istituto Datafolha, si evince che la rivolta di Carandiru è ancora viva nella memoria del popolo brasiliano. Secondo l'indagine, il 91% degli intervistati ricorda ancora l'episodio, ma il ritardo della sentenza ha fatto aumentare dal 29% al 36% la percentuale di coloro che hanno approvato la posizione dei poliziotti.
Dei 26 agenti imputati ad aprile 2013, 23 sono stati condannati e tre sono stati assolti su richiesta del Pubblico Ministero. In questa parte di processo, la prima di quattro, era anche previsto il giudizio di 15 morti, ma due decessi sono stati esclusi, poiché i giudici hanno insistito sul fatto che furono causati da armi bianche e non dal fuoco.

La decisione del Primo Tribunale può influenzare o meno i verdetti dei prossimi 53 poliziotti- degli 84 accusati, 79 sono vivi- ma come dichiarato dall'Amnistia Internazionale in una nota pubblica, la condanna “è simbolo di un importante passo nel fronteggiare l'impunita, che è solitamente diffusa nella gravi violazioni dei diritti umani, specie quando si tratta del sistema penitenziario brasiliano”.

Apesar dos 20 anos de espera, a sentença (…) sinaliza que justiça brasileira não irá admitir abusos cometidos pelo estado contra a população carcerária.

Mesmo sem a responsabilização das altas autoridades do Estado de SP à época do massacre, como o governador e o secretário de segurança, a Anistia Internacional acredita que este resultado é um passo importante na garantia de justiça para as vítimas, seus familiares e sobreviventes do Carandiru.

Nonostante i 20 anni di attesa, la sentenza (…) lascia intendere che la giustizia brasiliana non ammetterà più abusi da parte dello Stato nei confronti della popolazione carceraria.

Anche senza la presa di coscienza delle alte cariche dello Stato di San Paolo all'epoca della rivolta, come il Governatore e il Segretario alla Sicurezza, l'Amnistia Internazionale reputa il risultato un passo decisivo nella garanzia della giustizia per le vittime, i loro famigliari e i sopravvissuti di Carandiru.

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