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Birmania: porre fine alla violenza interreligiosa

I gruppi interreligiosi birmani che lavorano per la pace e la comprensione tra i vari gruppi si sono trovati a dover affrontare un numero crescente di episodi di violenza [en, come nei link successivi, salvo ove diversamente indicato] contro la minoranza musulmana del Paese.

Il 30 aprile un ritrovo buddista a Oakkan, una cittadina a nord della ex-capitale Yangon [it] è sfociato in un attacco alla comunità islamica locale. Circa 77 case sono state bruciate, nove persone ferite ed una uccisa. Si è trattato solo dell'ultima di una lunga serie di aggressioni a case e negozi di proprietà di musulmani birmani, che si sono concentrate specialmente nelle città di Nattalin, Bago e nella regione centrale del Paese. I disordini scoppiati a Meikhtila il 20 marzo costituiscono il secondo conflitto per gravità dopo le gravissime violenze dello scorso anno nello Stato Rakhine [it] che hanno costretto alla fuga 100.000 persone.

Myanmar youth campaigner throw Peace for Myanmar scarfs to people. Photo by Thet Htoo, Copyright @Demotix (4/15/2013)

Giovani birmani lanciano sciarpe alla folla nel corso della campagna “Pace per la Birmania”. Foto di Thet Htoo, Copyright @Demotix (4/15/2013)

Lo scoppio di questi conflitti rende ancor più tormentosa la cosiddetta “transizione democratica” del Paese.

Ko Thant Zin, musulmano che ha partecipato alla campagna interreligiosa “Una preghiera per la Birmania” [my], ha dichiarato [my] in un'intervista:

Il nostro obiettivo è la pacificazione del Paese e la cessazione dei conflitti e delle violenze. Tutto questo mi rattrista in quanto musulmano e come cittadino di questo Paese reputo la situazione ormai inaccettabile. La maggior parte delle persone in Birmania desidera la pace e per questo credo che il nostro movimento avrà successo. Ogni religione deve fare i conti con insulti e vilipendi dall'esterno. Se dovessimo vendicarci ogni volta, non ci sarebbe più fine alla violenza. Dobbiamo sforzarci di capire che questi atti di distruzione non sono la verità e che nessuno ha diritto di offendere i fedeli di un'altra religione. Quelli che girano video blasfemi contro Buddha o Gesù prendono le cose poco sul serio e credono di giocare senza capire che altri saranno davvero offesi dalle loro azioni. Secondo la nostra religione nessuno ha il diritto di denigrare gli altri. Anche se ci sentiamo tristi, dobbiamo controllare questi sentimenti in favore della pace.

Nelle città di Pathein [it] e Myeik [it] sono state organizzate preghiere [my], gruppi di discussione [my] e donazioni di sangue [my] connotate in senso interreligioso.

Nonostante ciò razzisti ed estremisti religiosi continuano a dividere le varie comunità. I commenti pieni di odio e la propaganda sui social media hanno purtroppo giocato un ruolo decisivo nell'incitare alla violenza alla vigilia degli scontri, proprio poco tempo dopo l'introduzione in Birmania di norme meno restrittive sulla libertà di espressione.

Mon Mon Myat si interroga sul Bangkok Post, su chi possa avere interesse ad incitare all'odio sui social network. (Versione in birmano qui [my]). Il reportage mette a fuoco sia contenuti che stile dei messaggi “incriminati” e lascia intendere che la propaganda potrebbe essere coadiuvata dallo Stato:

Si pensa che la scintilla che ha scatenato la violenza a Meiktila sia stata una disputa tra un gioielliere musulmano e due potenziali clienti buddisti.
Ma quello che sarebbe potuto e dovuto restare un banale litigio si è trasformato rapidamente in conflitto tra gruppi religiosi. E tutto ciò a causa di un gruppo di agitatori online, che incitano continuamente all'odio e all'intolleranza dai loro siti e blog.

Il reportage sottolinea inoltre come il governo dovrebbe affrontare la violenza con maggiore decisione:

Che queste atrocità siano state commesse da gruppi militari o paramilitari, rimane il fatto che il governo non ha fatto niente per portare i responsabili davanti alla giustizia.

Nel frattempo i cittadini di Mandalay si sono organizzati in un “comitato di prevenzione dei conflitti” [my]. Il 3 maggio un gruppo non identificato ha tentato di scatenare degli scontri proprio a Mandalay, ma la sicurezza è riuscita a mantenere la situazione sotto controllo, arrestando tre persone.

Ye Htut commenta, sul suo profilo Facebook [my] le recenti proteste di alcuni gruppi radicali islamici in Indonesia, che hanno manifestato l'intenzione di indire una Jihad contro la Birmania:

Queste notizie rischiano di danneggiare l'immagine dei musulmani che vogliono vivere pacificamente in Birmania. Le affermazioni degli estremisti danno un'immagine sbagliata dell'Islam e sono un ostacolo a tutti i movimenti che lavorano per la pace, l'armonia e la fiducia tra gruppi religiosi.

Invita inoltre i media birmani a trattare simili questioni con attenzione:

I media dovrebbero evitare di instillare paura e sfiducia tra i Buddisti. Dovrebbero cercare di ridimensionare le affermazioni degli integralisti, per esempio mettendo in luce come queste non siano legittimate dai loro governi o ascoltando le posizioni dei leader islamici birmani a proposito degli estremisti.

Il blogger Nay Phone Latt scrive [my]:

Si può cambiare la situazione per via governativa. Si tratta di stabilire e di far applicare leggi chiare che puniscano gli insulti ad altre religioni e proteggano le minoranze. Per quanto riguarda la società civile, il cambiamento parte dall'eliminazione dell'odio e dalla comprensione reciproca. Se non si afferma che ricorrere alla violenza è sempre sbagliato, non riusciremo ad uscire dal circolo delle uccisioni e l'intero Paese non sarà altro che un campo di battaglia. Sia il governo che la società civile devono impegnarsi per impedirlo.

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