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Canada: bando europeo sulla caccia alle foche minaccia gli indigeni dell'Artico

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea in Lussemburgo ha confermato [en, come tutti i link seguenti salvo diversa indicazione] il divieto del commercio di prodotti derivati dalle foche, nonostante un’interrogazione presentata dagli Inuit canadesi e da parecchie autorità legislative del Canada, che sostengono che tale bando limiti seriamente, per le popolazioni autoctone, la possibilità di guadagnarsi da vivere.

La decisione della corte presa il 25 aprile 2013, giunge dopo che gli inuit Tapirii Kanatami, assieme ad altri venti gruppi attivi nella difesa dei diritti degli inuit e del diritto di caccia alla foca, hanno lanciato una petizione che vuole annullare il divieto di caccia, evidenziando quanto questa attività sia importante per gli abitanti dell'Artico, per l'alimentazione e per il reddito, aspetti ora critici se considerati rispetto al costo della vita nel Grande Nord, già alto e in ulteriore crescita.

Il divieto, in vigore dal 2009, proibisce la vendita di carne, pellami e olio di foca. Anche se è contemplata un’ esenzione per i cacciatori indigeni, i critici sostengono che lo scopo non è stato raggiunto, visto che sui mercati il prezzo delle pelli di foca è caduto a picco dopo l'entrata in vigore di questa restrizione.

Leona Aglukkaq (@leonaaglukkaq), deputato al parlamento canadese nelle schiere del Partito Conservatore, ministro regionale per il Canada Settentionale, di etnia inuk, ha condannato senza mezzi termini la decisione del tribunale:

@leonaaglukkaq: “Il divieto posto sui prodotti derivati dalle foche, adottato nell’ Unione Europea, è una decisione politica priva di alcun fondamento reale o scientifico sostenibile #cacciasostenibile-http://t.co/ejMOAYIU9E

I legislatori canadesi si preparano a contestare il bando presso l'Organizzazione mondiale del commercio (WTO), sostenendo che il bando “sta diventando una restrizione illecita del commercio.” Anche la Norvegia ha annunciato la sua decisione di presentare ricorso al WTO.

La caccia alla foca è, tra i vari tipi di caccia, quella che raccoglie più condanne a livello mondiale, e i suoi oppositori esibiscono le immagini brutali dei cuccioli presi a bastonate. Organizzazioni come US Humane Society, PETA, Fondo internazionale per il benessere degli animali, hanno lanciato varie campagne contro l'industria canadese.

L’ Unione Europea risponde dicendo che i metodi usati per la caccia alla foca sono causa di sofferenza e di angoscia per gli animali. I dirigenti europei, che applicano l'interdizione a partire dal 2009, descrivono la caccia alla foca come “crudele, inumana e inaccettabile”.

L'impatto del bando sulle comunità indigene

Inuit di Nunavut lavora una pelle di foca per ricavarne capi di abbigliamento

Inuit di Nunavut lavora una pelle di foca per ricavarne capi di abbigliamento. Foto di Rachael Petersen

Ma il bando alla caccia alla foca sta dando un colpo terribile alle comunità inuit, che utilizzano tutte le parti dell'animale per ricavarne cibo e vestiario.
Alan Emery, biologo marino canadese, più di un anno fa ha commentato così nel suo blog le iniziative contro la caccia alla foca:

Anche se le intenzioni dei militanti anti-caccia sono lodevoli, almeno nel caso della popolazione inuit, la strategia di distruzione indiscriminata del mercato delle pelli di foca ha avuto un impatto molto, molto negativo: gli inuit non hanno possibilità di spostarsi verso una fonte di reddito alternativa. Ciò ha creato una costante diminuzione del reddito e un aumento dell'insicurezza alimentare per la popolazione. (…) Gli inuit hanno ricevuto davvero un brutto colpo: la maggior parte delle famiglie è stata obbligata da decreti governativi a rinunciare al suo stile di vita seminomade, e ad andare a vivere in alloggiamenti forniti dal governo, dove le case sono di infimo livello. In questi alloggi “moderni” le opportunità di guadagnarsi da vivere sono relativamente scarse, dunque la maggioranza delle famiglie inuit vive a livelli al di sotto degli standard canadesi.

Il governo del territorio del Nunavut, nell'estremo nord del Canada, ha condotto un'analisi sugli effetti dell’ embargo europero sugli inuit. Lo studio completo può essere scaricato a questo link [iu, en]. Dalla relazione si evince:

La caccia alla foca è stata una pietra angolare della cultura inuit, dell’ alimentazione e della sopravvivenza nell’ Artico per millenni. Anche dopo l'introduzione dell'economia di mercato nell'Artico Canadese, è stata un fattore importante del benessere socio-economico degli inuit. Nel Nunavut la caccia alla foca si pratica tutto l'anno, ed è una parte importante della vita quotidiana di tutte le comunità della costa.

Caccia alla foca presso Igloolik, Nunavut. Foto di Rachael Petersen

Caccia alla foca presso Igloolik, Nunavut. Foto di Rachael Petersen

L'Istituto Europeo per la Conservazione e lo Sviluppo, ha eseguito uno studio sull'impatto dell'interdizione europea della caccia alla foca sugli inuit della Groenlandia, giungendo a conclusioni simili:

Il divieto europeo sulla caccia alla foca sta distruggendo il mercato delle pelli di foca, e soprattutto mina lo stile di vita tradizionale di migliaia di indigeni, la cui sopravvivenza è legata alle risorse del mare.

Madeline Redfern (@madinuk), ex sindaco della capitale del Nunavut, Iqaluit, e presidentessa dell’ Ajungi Arctic Consulting, gruppo di esperti di politiche pubbliche dell'Artico, si è fatta portavoce di questi sentimenti in una serie di tweet il 25 aprile 2013, in seguito all'approvazione della legge da parte dell'Europa:

@madinuk: I diritti degli animali stanno colpendo minoranze vulnerabili, di solito le popolazioni indigene usano prodotti ed economie di derivazione animale anziché beni di largo consumo.

@madinuk: Precedente pericoloso. I legislatori europei hanno accettato le rivendicazioni dei diritti degli animali sulla base di pregiudizi culturali. A chi o a quale minoranza toccherà ora?!

@madinuk: L'embargo europero sulle pelli di foca non è dannoso solo per gli inuit, ma anche per tutti coloro che producono/usano qualsiasi prodotto animale, perché ci si basa sulla “moralie” e non sulla scienza/sostenibilità.

I social media e i diritti della caccia alla foca

I social media sono stati uno strumento potente per portare sotto i riflettori la realtà delle pratiche di caccia tradizionali del Grande Nord. Maatalii Okalik (@maatalii), presidente del Centro per i giovani inuit di Ottawa, ha condiviso su Twitter la foto di giovani inuit del Nunavut che manifestano a favore della caccia alla foca a Ottawa, sulla Parliament Hill, il 24 aprile 2013:

Inuit del Nunavut a favore della caccia alla foca sulla Parliament Hill. Immagine concessa da Maatalii Okalik.

Inuit del Nunavut a favore della caccia alla foca presso Parliament Hill. Immagine dall'utente Twitter Maatalii Okalik.

Il gruppo su Facebook “Storie quotidiane di caccia dal Nunavut”, fondato da un inuit trentaseienne del posto, conta quasi 37.000 membri del Canada settentrionale, dell'Alaska e della Groenlandia. I membri indigeni diffondono foto e video – sia attuali sia d'epoca – e condividono storie di viaggio nelle terre del Grande Nord. La speranza è di promuovere la consapevolezza dei diritti dei cacciatori indigeni e di insegnari ai giovani, che magari non hanno più la possibilità di andare a caccia, come vivevano i loro antenati.

Un gruppo attivo sul territorio, “Niente foche, niente vita”, si è formato recentemente per difendere i diritti di caccia degli indigeni. Secondo il loro sito, è stato fondato da “un gruppo di inuit attivi in iniziative sul territorio che vogliono informare la comunità internazionale sulla caccia inuit alla foca, sul mercato delle pelli di foca, su come gli inuit siano colpiti dall'embargo internazionale dei prodotti derivati dalle foche.”

Il gruppo ha lanciato una petizione per chiedere al Canada di rifiutare la nomina dell'Europa come osservatore internazionale sul Consiglio Artico [it], un forum intra-governativo che si occupa dei problemi dell'Artico. Il Consiglio Artico comprende tra gli stati membri: Canada, Danimarca, Federazione Russa, Finlandia, Islanda, Norvegia, Stati Uniti e Svezia. I componenti del gruppo evidenziano che la Dichiarazione di Nuuk, approvata dal Consiglio Artico nel 2011, richiede che i candidati allo status di osservatore “dimostrino rispetto per le popolazioni indigene dell'Artico”. Secondo loro, il conferimento di tale status dovrebbe essere negato all'Unione Europea per gli effetti negativi che il bando della caccia alla foca ha avuto sulle comunità indigene del Grande Nord.

Il movimento “Niente foche, niente vita” ha presentato la petizione al Parlamento del Canada all'inizio di maggio 2013. Notizie aggiornate su questo movimento sono presenti alla relativa pagina Facebook.

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