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Ruanda: Iniziativa per rendere omaggio al capitano Mbaye Diagne, un eroe senegalese

Continuano nel mondo le commemorazioni ufficiali delle vittime del genocidio del 1994 in Ruanda. Ma è raro trovare chi ricordi ancora il capitano Mbaye Diagne [fr, come i link seguenti, eccetto dove diversamente indicato]. Eppure questo giovane ufficiale dell'esercito senegalese ha dato prova di coraggio nel momento in cui il resto del mondo dava prova di viltà. Da anni Enrico Muratore si batte perché il nome di questo eroe non cada nell'oblio.

Capitaine Mbaye

Foto del Capitano Mbaye Diange dalla pagina facebook della Associazione che porta il suo nome, con il loro permesso.

Global Voices ha posto qualche domanda a Enrico Muratore sugli obiettivi della sua azione con l’Associazione del capitano Mbaye Diagne – Nekkinu Jàmm:

Enrico, potrebbe presentarsi in poche parole?

Buongiorno, sono un ex funzionario dei diritti umani delle Nazioni Unite, ho preso parte alle missioni di mantenimento della pace, e ho lavorato in Ruanda, paese di cui mi sono molto interessato dopo il genocidio del 1994. Sono italiano ma vivo in Africa da quindici anni, e in Senegal da quattro.

Questo 31 maggio ha organizzato una cerimonia per la commemorazione di un soldato senegalese morto durante il genocidio del Ruanda nel 1994. Potrebbe spiegarci le ragioni di questa cerimonia? 

Celebriamo la memoria del capitano Mbaye Diagne, che era un osservatore militare dell’UNAMIR [it] (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda). Quando cominciò il genocidio il 7 aprile 1994, iniziò subito a fare delle missioni di salvataggio solitarie e disarmate, per salvare tutti quelli che potevano essere salvati. Cominciò con i figli del primo ministro ruandese Agathe Uwilingyimana, che era appena stata uccisa dopo il massacro della sua scorta di dieci paracommando belga. Quando le Nazioni Unite decisero di ritirare i 9/10 della loro presenza militare già sul posto, che avrebbe potuto opporsi al genocidio, 270 militari restarono, e tra loro anche il Capitano, che proseguì le sue missioni pericolose per salvare gli altri, finché non fu ucciso il 31 maggio 1994, dopo aver salvato, dicono, quasi 600 persone. Così celebriamo il suo ricordo, di un uomo giusto e altruista, che in questo giorno ha dato la sua vita per salvare quella di altri.

Quali sono gli obiettivi dell'Associazione che ha contribuito a creare? Chi sono i membri? È aperta ad altri?

L'Associazione mira a promuovere la memoria del capitano Mbaye Diagne e a sostenere la sua famiglia, perché non è giusto che si abbandonino le famiglie di coloro che hanno dato la vita per gli altri. Il loro sacrificio non significa che non amassero le loro famiglie, è ovvio! Quindi bisogna fare qualcosa per loro. La Presidente dell'Associazione è Yacine Diagne, vedova del Capitano; il vicepresidente è il colonnello Faye, che era amico del Capitano ed era in Ruanda nell'UNAMIR insieme a lui; io sono il Segretario Generale (SG) e i figli del Capitano, Coumba e Cheick, sono gli assistenti del Segretario Generale; poi c'è Ras Makha Diop, filosofo, giardiniere e artista senegalese, come tesoriere, che sostituisce il defunto e tanto rimpianto dottor Adotevi, uomo buono e giusto. Contiamo inoltre membri fondatori come Pierantonio Costa, ex console onorario in Ruanda, che durante il genocidio salvò 2000 persone dalla morte, Mark Dyle, corrispondente principale della BBC e vecchio amico del Capitano, l'alto funzionario Bacre Ndiaye dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, autore di un rapporto premonitore sul Ruanda risalente al 1993, quando era lo Special Rapporteur sulle esecuzioni extragiudiziali, e poi altre personalità senegalesi e straniere, alcune delle quali hanno partecipato a una delle due, o a entrambe le missioni delle Nazioni Unite in Ruanda, che abbiano conosciuto il Capitano o che ne abbiano solamente apprezzato il sacrificio per salvare degli innocenti. Accettiamo sempre nuovi membri, nella misura in cui constatiamo che ammirano con sincerità la figura del Capitano, e che hanno intenzione di sostenere gli obiettivi della nostra Associazione.

Insomma si tratta di un eroe! Finora cosa si sa di lui?

C'è molto materiale disponibile su internet, ma è vero che l'opinione pubblica mondiale non conosce il Capitano. Eppure il suo sacrificio è stato ufficialmente riconosciuto, tra gli altri, dal governo ruandese, dal segretario di stato americano Hillary Clinton [it], e dal Giardino dei Giusti di Padova in Italia.

Cosa è stato realizzato fino a questo momento?

Creare l'Associazione è stato di per sé un traguardo, perché non era facile. Abbiamo una pagina facebook che si chiama Associazione del capitano Mbaye Diagne – Nekkinu Jàmm e stiamo mettendo a punto un sito web multilingue [en]; organizziamo delle attività con la stampa, per esempio, in un’ intervista del 31 maggio scorso, la moglie del Capitano descrive come è stata informata del suo decesso e rievoca i suoi ricordi, poi una con il Fatto Quotidiano [it] in Italia, e in passato con Radio West Africa Democracy o con i media senegalesi; attività come il torneo di calcio juniores organizzato con la Federazione calcistica del Senegal [it]; o ancora, ogni mattina del 31 maggio, la veglia di preghiera nella casa della famiglia del Capitano.

Era sposato e aveva dei figli, cosa fanno adesso?

In tutto questo tempo la famiglia è stata semplicemente dimenticata, ora si spera che l'Associazione che abbiamo creato li aiuterà a farsi ascoltare di più, e a trovare la loro strada per promuovere la memoria del proprio marito e padre, perché è un esempio che potrà essere molto utile per l'educazione dei giovani e della popolazione intera in questi tempi turbati e violenti.

Il capitano Mbaye è caduto in missione, giusto? Cosa hanno fatto le autorità nazionali e l'ONU?

Bisogna chiederlo alla moglie e presidente dell'Associazione Yacine Diagne, ma per quanto ne so io, le Nazioni Unite non hanno fatto niente a parte risarcire, 19 anni fa, la famiglia per l'assicurazione sulla vita che il Capitano aveva sottoscritto in servizio. La casa di famiglia sta cadendo a pezzi, hanno dovuto chiedere aiuto a una sorella di Yacine; i figli hanno perduto anni di scuola, Coumba, la più grande, ha avuto vari problemi di salute e la mamma del capitano è anziana e malata. Soltanto i familiari più stretti e qualche amico, in particolare dell'Esercito, hanno fatto qualcosa; ora è l'Associazione che fa quello che può.

Dei morti, se ne occupa solo Dio e qualcuno che ha ancora un po’ di coscienza. Noi, come Associazione, già da qualche tempo abbiamo contattato l'Ufficio delle Nazioni Unite per l'Africa Occidentale, ma non ci hanno ancora risposto. Speriamo lo facciano.

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