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Russia: il Cremlino alla conquista di Internet, un flop assicurato

"The Flop Scheme" from Mel Brooks' 1968 classic, The Producers. Where Leo Bloom realizes that a producer can potentially make more money with a flop than a hit. Screenshot from YouTube.

“Fare soldi con un flop”, una scena del classico di Mel Brooks del 1968, in cui Leo Bloom si accorge che un produttore potrebbe guadagnare più soldi con un flop che con un successo. Immagine presa da YouTube.

Quando si tratta di tecnologia, il governo russo compensa per ambizione ciò che gli manca in competenza. All'inizio di questa settimana, l'11 ottobre 2013, il quotidiano russo Vedomosti ha riportato [ru, come tutti i link successivi] che Rostelecom, l'azienda di telefonia controllata dallo Stato, ha in programma di lanciare un motore di ricerca per il web sponsorizzato dal governo all'inizio del prossimo anno. Il servizio, chiamato in via provvisoria Sputnik.ru, dovrebbe competere con Google e Yandex, e potrebbe godere di corsie preferenziali sui portali governativi online (Natalia Timokova, responsabile dei rapporti con la stampa del Primo Ministro, ha tuttavia negato che si tratti dell'uso di “risorse amministrative”).

Il blogger e guru di RuNet Anton Nosik ha criticato Sputnik.ru su LiveJournal e attraverso un commento sul canale televisivo Dozhd, in cui lo ha definito come l'ultimo di una serie di progetti online inutili, dispendiosi e destinati al fallimento. Ha paragonato il motore di ricerca statale al tentativo russo di 4 anni fa di creare un portale governativo dove i cittadini potessero usufruire online dei servizi statali (come ad esempio il rinnovo della patente, il pagamento di multe ecc.) senza dover fare la spola tra più uffici, dove la gente rimane spesso ad aspettare in fila per ore. Nosik fa notare che Rostelecom (la quale, insieme a Sputnik.ru, è incaricata di indicizzare il portale governativo) è riuscita finora ad integrare nel sito solo 250 dei 34.000 servizi governativi.

Le critiche di Nosik ricordano quanto aveva commentato Dmitri Medvedev verso la metà di settembre, quando il Primo Ministro ha dichiarato davanti a una commissione di Stato che la bassa qualità del lavoro portato a termine per il portale di e-government getta discredito sul progetto. Nonostante i giudizi espressi da Medvedev, il 9 ottobre (solo due giorni prima che il quotidiano Vedmosti parlasse di Sputnik.ru) il Ministro per lo Sviluppo Economico ha annunciato che avrebbe ridotto l'integrazione dei servizi statali di oltre dieci volte, mantenendo online solo “una ventina di servizi scelti tra quelli più utilizzati”. Se il governo dovesse attuare le misure di taglio, il programma di e-government russo da 20 miliardi di rubli (equivalenti a 619 milioni di dollari) farebbe lievitare il costo di ciascun servizio disponibile a un milione di rubli.

Secondo il quotidiano Vedomosti, Rostelecom avrebbe già speso 20 milioni di dollari per sviluppare Sputnik.ru; tuttavia, Nosik si dice scettico che questa cifra, per quanto ingente, possa bastare per la costruzione di un sito che si dice rivale di colossi come Google o Yandex. Quest'ultimo è il motore di ricerca più usato dagli utenti russi e spende ogni anno cinque volte di più in termini di sviluppo. Nosik e altri sono convinti che il governo dovrà ricorrere a risorse di tipo amministrativo se davvero è intenzionato a competere con i giganti di Internet.

Il 30 settembre, infatti, il blog collettivo Habrahabr ha pubblicato un articolo in cui si spiega che la Safe Internet League (il gruppo più favorevole alla proposta legislativa di creare una “lista nera”, ossia di limitare e “correggere” l'utilizzo della rete soprattutto per alcune categorie, come i minori) ha intentato una causa contro Google, presumibilmente allo scopo di giustificare limitazioni future della compagnia in Russia. La Safe Internet League accusa già la sezione russa di Google di aver aggirato le leggi federali ignorando le richieste di applicazione delle leggi russe, e di aver esposto i cittadini russi alle agenzie di intelligence americane.

Sembrerebbe solo una coincidenza ma, a due settimane dalla pubblicazione dell'articolo sulla campagna legale contro Google, Habrahabr è finito sulla lista nera di Internet del governo. Il materiale offensivo che ha portato a questo passo, e utilizzato come giustificazione (ossia il commento postato da un utente che spiegava come suicidarsi utilizzando un'arma da fuoco), è apparso in un articolo, poi censurato, che derideva la Safe Internet League e Roskomnadzor per la proposta di bandire i siti Internet che spiegano ai lettori come suicidarsi.

Bloggers joke about what Sputnik.ru’s autocomplete function might offer. Image circulated on Internet. October 2013.

I blogger russi scherzano sulla funzione di autocompletamento di Sputnik.ru. Immagine presa da Internet. Ottobre 2013

Mentre il quadro di misure russe relative a Internet è quello che più grava sulla spesa e sulla crescita, la “lista nera” e le notizie sul motore di ricerca sponsorizzato dal governo non sono riuscite a imbavagliare i blogger, che si sono divertiti a schernire lo Stato per la serie di fallimenti in campo tecnologico. Valery Fetodov, ad esempio, ha paragonato Sputnik.ru al tentativo di tre anni fa dell'azienda Rostec di produrre uno smartphone russo che sbaragliasse il suo principale concorrente, l'iPhone: dopo una lunga attesa, lo YotaPhonedovrebbe uscire sul mercato verso la fine dell'anno. Altri hanno scherzato attraverso delle immagini (vedi sopra) create con Photoshop sui risultati che potrebbe fornire la funzione di autocompletamento di Sputnik.ru, proponendo risposte divertenti a possibili domande patriottiche come, ad esempio, “perché la Russia è il Paese migliore?” oppure “perché l'Europa è dominata dalle lobby gay?”   

Viste le dimensioni della rete russa e lo spirito combattivo dei suoi blogger, è difficile immaginare dove potrebbero portare i recenti tentativi del Cremlino di controllare maggiormente il web. Ciò detto, i miliardi di rubli dei contribuenti di cui usufruiscono Rostelecom e le sue società sussidiarie sono forse la giustificazione che permette ai burocrati russi di continuare a svolgere un lavoro “inutile e destinato a fallire”.

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