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Bosnia: i manifestanti chiedono pane, giustizia sociale e libertà di espressione

Quando i cittadini di Tuzla, la seconda città più grande della Bosnia, sono scesi in strada [en, come i link successivi salvo diversa indicazione] a protestare il 4 febbraio 2014, in pochi s'aspettavano quei tumulti nazionali cui il mondo sta assistendo, a una sola settimana di distanza. E quanto conta al momento non è che quest'ultima agitazione in Bosnia ed Erzegovina possa essere qualificata come “primavera Bosniaca”, nome promulgato da alcuni media. Quel che conta sono le ragioni alla base di questi tumulti e la direzione che gli eventi prenderanno, gli argomenti che la gente del posto vogliono porre all'attenzione della comunità internazionale e mediatica.

Il “Furore” della Bosnia

I dimostranti hanno abbozzato una serie di richieste, concentrando la loro battaglia sul tema della giustizia sociale [ba], della fine della corruzione e della libertà d'espressione. La gente ha anche chiarito che le proteste non sono motivate da rivendicazioni d'identità o da tensioni interetniche. Stefano Fait, italiano, ha commentato:

“Le proteste in Bosnia? Si tratta di proteste contro l'ingiustizia, le privatizzazioni e una nazione inesistente, non l'identità. Ecco perché ai media occidentali non interessa”.

Eric Gordy, un professore presso l'University College of London (UCL) che scrive anche per un blog su argomenti di politica e della situazione accademica nei Balcani, ha redatto alcune descrizioni sintetiche sulla recente atmosfera bosniaca, che ha potuto osservare nel corso di una sua visita, dando la propria opinione su quanto sta alimentando le attuali proteste contro il governo:

“La prima conversazione l'ho avuta con un barista di un grande hotel di Sarajevo […] Io e un collega avevamo sentito che gli impiegati dell'albergo non venivano pagati da parecchi mesi, quindi ci siamo informati. E’ vero, ci è stato detto. La maggior parte degli impiegati dell'albergo sono passati attraverso una serie di diverse gestioni e fasi di bancarotta, e spesso hanno dovuto fronteggiare periodi di salario ridotto, del tutto assente, o altre forme di retribuzione. E allora per cos'è che lavorano? Volevano che l'albergo rimanesse in piedi, nella speranza che un giorno ricominciasse a rendere profitti, e volevano che gli impiegati continuassero a pagare i contributi per la pensione e per il fondo di assistenza medica. […]

La seconda conversazione è stata con un gruppo di studenti magistrali dell'università di Tuzla, per la maggior parte insegnati – o alla ricerca di un impiego in questo campo. Erano però solo in grado di trovare occupazioni a tempo determinato. Perché non un incarico a tempo indeterminato nelle scuole? Perché i posti di lavoro vacanti sono distribuiti fra i diversi partiti politici locali, che danno impiego ai propri membri attraverso contratti annuali. Conseguenza di ciò è che nessun giovane può ottenere un lavoro se non attraverso i servizi di un partito politico, e nessun giovane può mantenere il posto se non dimostrando continuamente lealtà al suddetto. Potrete probabilmente immaginare quale meraviglioso effetto questo abbia sullo sviluppo e sull'insegnamento del pensiero critico e indipendente nelle scuole.

Il governo ha sostenuto di non avere fondi nemmeno per fornire i servizi più basilari ai suoi cittadini. Alcuni bosniaci hanno risposto in modo umoristico, facendo girare commenti e immagini come quella sottostante, molto diffusi sui social network.

The note reads: "Donations for the government”, using the word ‘sergija’ which is a term for donations made to religious institutions and charities. Image widely circulated on Twitter.

La nota dice: “Donazioni per il governo”, utilizzando il termine “sergija“, che indica le donazioni alle istituzioni religiose e di carità. Immagine diffusa su Twitter.

Copertura mediatica

Sui principali media nazionali e regionali i manifestanti sono stati spesso etichettati come hooligan. Esempio da manuale di manipolazione mediatica è la voce di corridoio secondo cui i manifestanti avessero con sé armi. Il tabloid serbo “Kurir”, considerato la voce del governo in Serbia, ha pubblicato un articolo ricco di dettagli sulla “violenta unificazione” [sr] dei cantoni di diversa composizione etnica della Bosnia ed Erzegovina (BiH). Nell'articolo si urla, attraverso punti esclamativi, immagini di violenza e parole di biasimo, come i manifestanti stessero accumulando un gran numero di armi con cui condurre la millantata “unificazione violenta” con la Repubblica Srpska [it], la così chiamata repubblica serbo-bosniaca è una delle due entità politiche del Paese, accanto alla Federazione della Bosnia ed Erzegovina.

L'articolo di Kurir cita abbondantemente Mehmedalija Nuhić, detto “l'analista politico di Tuzla”. Sui social media, la gente si è chiesta [ba] chi fosse questa persona, mentre alcuni rigettavano le sue posizioni. Tanja Sekulić, redattrice esecutiva di Klix.ba, ha scritto su Twitter:

“Il colmo dell'idiozia: L'analista Mehmedalija Nuhić afferma che i manifestanti hanno ottenuto armi che apparentemente utilizzeranno contro i cittadini della RS [Repubblica Srpska, la parte a maggioranza serba della Bosnia ed Erzegovina].

#protest

La Kontakt Radio, con sede a Banja Luka, ha pubblicato un articolo investigativo [ba], indagando sul fantomatico Nuhić, “presentato [al pubblico] come analista”. “Ogni singolo giornalista nei dintorni di Tuzla si chiede chi sia questo analista”, scrive il team di Kontakt Radio. Come la veloce inchiesta di Kontakt Radio rivela, Nuhić è di fatto un ispettore municipale che lavora nella città di Lukovac. “E non vi prendiamo in giro,” commenta l'autore, concludendo sfacciatamente l'articolo con alcune informazioni di immediata reperibilità su Nuhić, che spazzano via la sua credibilità di “analista politico”.

 

La gente della regione è avvezza alla manipolazione mediatica e e l'esempio appena riportato non è che uno degli innumerevoli casi di macchinazione. In un editoriale [ba], Paulina Janusz si lascia andare a una riflessione sulla coesione che i partiti politici e i media bosniaci hanno dimostrato contro i dimostranti. I media, da parte loro, sono stati pronti nel riportare ogni diceria sui comportamenti scorretti dei manifestanti, ma i manifestanti sono stati pronti nel rispondere a tali notizie. L'attivista Emir Hodžić, presente alle proteste di Sarajevo del 7 febbraio, ha spiegato in dettagli alla Radio Slobodna Evropa (Radio Free Europe) su quanto ha vissuto, dichiarando “non siamo né vandali né hooligan”.

 

Altri sono stati parimenti accurati nel descrivere meticolosamente le proprie esperienze sui blog. Il seguente video di una giovane donna in lacrime, che implora la polizia di unirsi alla folla, è diventato virale, accompagnato da sarcastici commenti sui social media, come ad esempio “ecco, questi sono gli hooligan della Bosnia”:

 

Dario Brentin, fra gli altri, ha raccolto articoli sin dai primi giorni delle proteste in una nota su Facebook. Altro materiale simile a questo è stato tradotto in inglese e aggiornato sui File della Protesta della Bosnia ed Erzegovina. Una raccolta di link, redatta collettivamente, è anche disponibile sulla piattaforma CrowdVoice.org

E adesso?

 Molti politici e rappresentanti dei media hanno già dato inizio al gioco dello scaricabarile, abbastanza attivamente. Lord Paddy Ashdown, che ha ricoperto la carica di Alto Rappresentante e Inviato Speciale dell'Europa nel Paese da maggio 2002 a gennaio 2006, ha sollecitato l'Unione Europea a “rendere la Bosnia funzionale”. In un’intervista con Christiane Amanpour della CNN, Lord Ashdown mette in guardia:

Al momento i suoi cittadini si lamentano della povertà e della mancanza di movimento, della disfunzione dello stato e della corruzione fra la classe politica” [ma la cosa] “potrebbe degenerare in negativo molto velocemente. […]

La comunità internazionale deve agire adesso. Se non agiscono subito, ho molta paura che la situazione di affermazione del secessionismo possa facilmente diventare inarrestabile, con l'avvicinarsi delle elezioni.

L'allarmismo si presenta anche su più fronti. Valentin Inzko, cittadino austriaco e Alto Rappresentante della Bosnia ed Erzegovina, ha dichiarato a Balkanist.net:

“Se la situazione si aggrava, dovremo forse pensare alle truppe EU. Ma non per il momento.

A prescindere di chi sia la colpa e chi sia a dovere “mettere a posto” il Paese, una domanda persiste: Perché così tanti Paesi est-europei e balcanici stanno improvvisamente protestando? Poco dopo lo scoppio delle proteste a Tuzla e Sarajevo, il blog di ricerca indipendente bulgaro Banitza ha pubbliato un post preoccupato, “Salutando la ‘democrazia’ dall'Ucraina ai Balcani”:

Perché adesso? Perché non sei mesi fa? Perché non un anno prima? Queste sono domande poste ai manifesti in Bulgaria, che hanno raggiunto il massimo numero durante l'estate. Chiaramente la situazione è talmente tragica che niente e nessuno avrebbe potuto innescare lo sdegno pubblico. […]

Ovvio che la violenza non possa essere la risposta. È distruttiva. Ma la disperazione ha chiaramente diritto di precedenza sul dialogo in questo caso. […] È semplice – per le persone che protestano, l'ipotesi della pazienza non sussiste. E ciò è comprensibile. Esiste un livello di tolleranza che è, come dimostrato molte e molte volte nel corso del 20° secolo, molto flessibile e malleabile fra gli esseri umani. Ma esso ha anche i suoi limiti. E fra i Paesi balcanici, quest'anno, il senso di tolleranza è stato esaurito dalla pressoché totale arroganza pubblica degli Intoccabili – chiamateli mafiosi, ex-comunisti, élite affaristica. Non fa differenza. La loro capacità di sbandierare la propria dominanza economica è una cosa, ma la loro sempre crescente abilità a rafforzare la propria immunità politica e legale è apparentemente eccessiva. Che la democrazia sia profondamente disfunzionale è stato, per lungo tempo, un fatto comprovato.

Scrivendo per Balkanist, Darko Brkan ha formulato quattro proposte:

 

  1. Dichiarare vittoria per i cittadini della Bosnia ed Erzegovina

  2. Chiudere le indagini della polizia [contro i cittadini che hanno preso parte alle proteste]

  3. Stabilire governi provvisori nei cantoni

  4. “Pulizia intestina” all'interno i partiti politici.

Quanto potrebbe cambiare le carte in tavola è la recente decisione della Corte Cantonale di Sarajevo, che ordina una “presa temporanea” dell'intera proprietà mediatica che documenta le proteste a Sarajevo. I manifestanti pro-governativi hanno anche testimoniato, come si vede in un video del 10 febbraio.

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