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Souleymane Bachir Diagne sui migranti: “dietro i numeri ci sono delle vite, ci sono delle famiglie”

Il professor Souleymane Bachir Diagne. Foto pubblicata con l'autorizzazione dell'autore

Il professor Souleymane Bachir Diagne. Foto pubblicata con l'autorizzazione dell'autore.

L’intervista che pubblichiamo è stata condotta dal blogger di Dakar Amon Rémy Mallet [fr] e pubblicata inizialmente sul suo blog “Bienvenue dans le Ndakarou[fr]. La riproponiamo su GlobalVoices con il permesso dell'autore.

Nel 2014, la rivista Jeune Afrique ha nominato il filosofo senegalese Souleymane Bachir Diagne tra le 50 personalità più influenti di tutta l'Africa. Lo incontriamo sabato 16 maggio, a margine della conferenza che ha tenuto a Bonn, in Germania, a proposito di ‘’grammatica filosofica’’ e sfide della traduzione. Durante l'intervista, Diagne, professore alla Columbia University di New York, si è soffermato soprattutto sull'immigrazione clandestina e sul futuro dell'insegnamento superiore in Senegal.

Amon Rémy Mallet (di seguito ARM): Da qualche tempo, sono ripresi in quantità massicce gli sbarchi degli immigrati africani sulle coste europee. Cosa pensa di questa situazione?

Souleymane Bachir Diagne (di seguito SBD): È una situazione dolorosa. In questi casi, ci si concentra soprattutto sulle cifre, sul numero di quelli che muoiono. Ma, dietro le cifre, ci sono delle vite umane. Ci sono delle persone che, prima di partire, hanno chiesto la benedizione delle loro madri. Se la vedo in quest'ottica, mi dico che ci sono anche delle famiglie che hanno perso i loro cari, in cui avevano riposto tutte le loro speranze. Detto questo, per trovare una soluzione bisogna osservare la situazione in tutta la sua complessità. Dovremmo fare in modo che i nostri giovani vedano il nostro continente come un cantiere, in cui tutto è ancora in fieri. Se i giovani africani continuano a pensare che il loro futuro è altrove, il problema diventa insolubile. Oggi, si sente spesso dire che l'Africa sta decollando, che i Paesi africani registrano tassi di crescita elevati. Purtroppo, però, i tassi di crescita non vanno a bussare alla porta dei più poveri. La povertà e la disperazione la fanno ancora da padrone.

Esausto, un aspirante immigrato si riposa a pochi passi dai turisti, su una spiaggia vicino Tuineje, isola di Fuerteventura (Isole Canarie). Noborder su Flickr CC-BY-20

Esausto, un aspirante immigrato si riposa a pochi passi dai turisti, su una spiaggia vicino Tuineje, isola di Fuerteventura (Isole Canarie). Noborder su Flickr CC-BY-20

ARM: Molti dei migranti che si avventurano in mare, mettendo in pericolo la propria vita, fuggono da Paesi dilaniati da conflitti e instabilità politica. Come si spiega, allora, che molti giovani lascino il Senegal, che pure è un Paese stabile, e decidano di correre simili rischi?

SBD: Perché pensano che il loro futuro sia altrove. Per ovviare al problema, bisognerebbe risolvere la questione della disoccupazione, che frustra le speranze di tutti i giovani. È ora che il mondo capisca che l'Africa ha bisogno di investimenti. Non vogliamo solo la carità per i poveri, chiediamo anche un vero partenariato. Le cose, però, cominciano a muoversi. È un peccato che i giovani vadano incontro a queste tragedie proprio nei momenti in cui tutto sembra andare nel verso giusto. Dovremo perciò agire su diversi fronti. È necessario, poi, attivarsi contro i trafficanti e fare in modo che non possano più nuocere a nessuno. Sono veri e propri negrieri dell'era moderna.

ARM: Il presidente senegalese Macky Sall ha deciso di inviare delle truppe in Arabia Saudita. Qual è la sua opinione in merito?

SBD: Non ho seguito assiduamente il dibattito sulla questione. Da quanto ho capito, però, è stata l'Arabia Saudita a chiedere il sostegno del Senegal. I soldati senegalesi dovrebbero sorvegliare i luoghi sacri, mentre l'esercito saudita è impegnato a combattere contro i ribelli yemeniti. Non sono sicuro di aver compreso bene come stanno le cose, ma di una cosa sono certo: l'esercito senegalese gode di un'ottima reputazione e non sono affatto sorpreso che venga richiesto l'intervento dei nostri soldati in operazioni di questo tipo. Considerando, poi, il ruolo che ricopriamo all'interno dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, immagino che il Senegal non potesse tenersi del tutto in disparte.

ARM: Tempo fa le è stato affidato l'incarico di dirigere la commissione sull'insegnamento superiore in Senegal, che ha concluso i suoi lavori con una serie di raccomandazioni. Come ricorda oggi quell'esperienza?

SBD: Riguardo la commissione che ho diretto, sono soddisfatto dei risultati. Oggi, la necessità di una riforma è pienamente condivisa e le proposte avanzate dalla commissione nazionale per il futuro dell'insegnamento superiore sono risultate gradite a tutti.[..] Nutro grandi speranze nei confronti delle università che verranno istituite, soprattutto verso la seconda università di Dakar e l'università agricola, che avrà sede a Kaolack. Ho molta fiducia anche nello sviluppo di insegnamenti professionali e nell'università telematica. L'insegnamento a distanza è infatti l'insegnamento del futuro. A mio parere, l'università senegalese, e l'università africana in generale, dovrebbe sfruttare le tecnologie di insegnamento a distanza, proprio come gli africani hanno sfruttato la telefonia a proprio vantaggio: se siamo riusciti a sviluppare idee innovative nel campo della telefonia, sono convinto che potremo fare lo stesso anche con l'insegnamento a distanza. Quello che mi preoccupa ora sono gli altri sistemi di insegnamento. Il Senegal è reduce da un lunghissimo sciopero degli insegnanti delle scuole secondarie. Fortunatamente, lo sciopero si è concluso prima che fosse troppo tardi.

ARM: Come si immagina l'insegnamento secondario in Senegal tra 20 anni?

SBD: Cominciamo con l'esaminare i rischi cui andiamo incontro. Se il sistema dell'insegnamento superiore continuerà ad andare dove lo porta la corrente, con scioperi a ripetizione, sicuramente le élite si allontaneranno dall'insegnamento pubblico e si rivolgeranno altrove. Le scuole pubbliche, quindi, saranno riservate ai figli dei meno abbienti. Di conseguenza, le diseguaglianze sociali aumenteranno. E, per tornare al tema dell'emigrazione, dovrebbe esserci chiaro che l'Africa potrebbe decollare davvero, ma a prezzo di un divario incolmabile. Con un buon sistema di istruzione pubblica, però, possiamo fare in modo che il figlio di un operaio non finisca necessariamente per diventare operaio o disoccupato. È per questo che dobbiamo rimettere in piedi l'insegnamento secondario. A mio giudizio, il Senegal ha a disposizione una notevole tradizione intellettuale e degli insegnanti qualificati. Se tutto va bene, quindi, e se facciamo tutto il necessario, c'è da sperare che queste risorse faranno del Senegal un Paese più prospero ed economicamente vivace. Ho grandi aspettative per la generazione futura e credo che ormai il peggio sia passato.

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