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Donne latinoamericane condividono online le storie delle molestie sessuali subite

"No dejes que pase de nuevo". Foto del usuario de Flickr Pablo Fernández. Usada bajo licencia CC 2.0

“Non lasciare che accada di nuovo”. Foto dell'utente di Flickr Pablo Fernández. Utilizzata con licenza CC 2.0

Per gran parte della giornata del 24 aprile, l'hashtag #MiPrimerAcoso (letteralmente, La Mia Prima Molestia) suTwitter ha raccolto le terribili testimonianze sulla prima molestia sessuale subita da decine di migliaia di donne. La prima di una lunga serie, purtroppo.

In tema con la mobilitazione nazionale contro la violenza sessista che ha avuto luogo il 24 aprile in diverse città del Messico, sotto lo slogan “Vivas Nos Queremos” [es, come i link seguenti] (“Ci vogliamo vive”), è stato dato il via a questa conversazione sul social network.

Ma a condividere la loro testimonianza assieme alle donne messicane ci sono state anche tante altre donne, provenienti da diversi paesi sudamericani, che hanno deciso di raccontare queste orribili esperienze.

Quando e come sei stata molestata per la prima volta? Raccontalo oggi a partire dalle 14:00 (orario del Messico) con l'hashtag #MiPrimerAcoso. Abbiamo tutte qualcosa da dire, fatti sentire!

Le testimonianze

Poiché l'appello era diretto a raccontare la prima volta in cui si era subita una molestia, la maggior parte delle donne ha ricordato episodi di aggressione vissuti durante l'infanzia. Di seguito, alcune testimonianze che dimostrano quanto presto questa violenza abbia inizio.

Avevo 12 anni. Mi trovavo davanti al portone della scuola, in attesa di entrare. Passò un tizio e mi mise la mano sotto il maglione.

Avevo 11 anni, un tale è passato in bicicletta è mi ha stretto un seno. Una signora per strada mi ha incolpata per avere addosso quella maglietta.

Ero in autobus. 13 Anni. Un tizio mi appoggiò i genitali sulla spalla. Rimasi immobile. Non sapevo che fare. Mi fece schifo e mi vergognai

Avevo circa 8 anni, ero seduta sull'autobus e uno stupido mi appoggiò il suo schifosissimo pene sul braccio. Ero con mia madre, non le dissi nulla.

Avevo 6 anni circa. Un signore mi prese in braccio sulle gambe e mi mise la mano sotto il vestito. Feci finta di niente perché mi fece pena.

Quando avevo 5 anni un tipo, di oltre 40 anni, mi sollevò per prendermi in braccio e poi toccarmi i genitali sotto il vestito.

Avevo 8 anni. Il mio vicino di casa adolescente mi portò in un posto fuori mano e mi abbassò i pantaloni per toccarmi. Riuscii a scappare.

Considerando quanto appena visto, Karina Velázquez afferma:

Arrivo e leggo #MiPrimerAcoso e quasi tutte parlano di età allucinanti: 4, 6, 8, 11 anni… E adesso che mi vengano a dire che sono stati “provocati”, voglio vedere…

È stato dedicato uno spazio anche a chi ha preferito lasciare la propria testimonianza in modo anonimo:

Se vuoi raccontare #MiPrimerAcoso in modo anonimo, inviaci un messaggio privato e sarà pubblicato da questo account

Questa non è che una delle decine di testimonianze arrivate:

[Nell'immagine si legge: “#miprimeracoso I miei genitori lavoravano e io aspettavo che tornassero affacciata alla finestra, avevo 10 anni e un vicino di casa adolescente si avvicinò alla finestra, si abbassò i boxer e iniziò a masturbarsi incitandomi a toccarlo, nel tentativo di allontanarmi caddi persino dalla seggiola che usavo per affacciarmi. Non aspettai mai più i miei genitori affacciata alla finestra né lo lasciai più fare alla mia sorellina di 5 anni più piccola.”]

Il silenzio

Un altro aspetto ricorrente è stato il silenzio che ogni giorno avvolge questi terribili episodi. Sia che fosse per vergogna, impotenza o senso di colpa, molte donne non avevano mai raccontato le orribili esperienze vissute. Altre invece, che dopo aver confessato l'abuso non erano state credute o erano state ridicolizzate, avevano deciso di non parlarne più, fino a questo momento.

I bambini che in una piscina facevano a turno per passare sott'acqua e toccarmi il sedere, mentre mi trovavo con la mia sorellina più piccola, senza sapere che fare. Il tipo vestito in modo strambo che mi inseguì masturbandosi per due isolati. Il tassista che si bloccò davanti a me, “ordinandomi” di salire. L'uomo che mi mise all'angolo con il suo camioncino mentre tornavo verso casa in una strada solitaria, fino a che non mi salvò un minibus che passava. Il tizio che mi si avvicinò all'ingresso del cinema mentre aspettavo le amiche e mi disse “Vieni, entra con me e guardiamo quello che vuoi”. Il ragazzo fattissimo che giovedì scorso mi gridava “vedrai che ti piace” mentre mi stava alle calcagna fino a che, per fortuna, ho raggiunto la fermata dell'autobus e a quel punto si è messo a infastidire il resto della gente (una vera fortuna eh…). L'ex fidanzato che per moltissimi anni, troppi, ha disposto del mio corpo come voleva ogni volta che alzava il gomito, e poi non si ricordava nulla. I gesti dissimulati, di persone vicine e che non conosco che mi mettono a disagio, come se dovessi improvvisamente coprire il mio corpo o scappare via correndo. E tutto quello che in questo momento neanche mi viene in mente. Città piene di trappole. Famiglie piene di silenzi. Tutti i molestatori che con piccoli e grandi gesti non fanno che aggiungere paura alla paura. Non si tratta di convincere qualcuno che esiste un problema, si tratta di disfarci del problema iniziando a parlarne, a circoscriverlo e a guardare dov'è. E mi rimangio un po’ le parole: anche se continuo a credere che non ci sia un'unica maniera per rispondere, né che si debba “per forza” raccontare, né che ci sia uno standard per distinguere le vittime coraggiose da quelle codarde, è certo che leggere quello che tutte voi raccontate per la prima volta mi dà il coraggio di raccontarlo a mia volta in pubblico, apertamente. E raccontare mi rende triste per Alessandra, che è stata violentata, perché non sarebbe mai dovuto accadere, ma è grazie al fatto di raccontarlo che si è finalmente liberata da una vergogna che non sarebbe mai nemmeno dovuta esistere. È come abbracciare me stessa dopo tanti anni, un abbraccio che estendo a tutte voi. Grazie.

Ho letto in diverse TL che l'hashtag #MiPrimerAcoso le mette in difficoltà/le imbarazza. Molte voci si fanno sentire, molte continuano a stare in silenzio. Siamo più di quante sembriamo.

Molte di noi non raccontano le molestie per vergogna, per il senso di colpa, perché è la società a farci sentire in colpa.

Scossa dall'hashtag #MiPrimerAcoso. Perché ci costa fatica raccontare, perché ancora ci rende vulnerabili e perché continua ad esserci chi ci prende in giro.

Molte delle donne che scrivono, raccontano che la prima molestia l'hanno subita da parte di un familiare, cosa che le ha ulteriormente spinte a mantere il silenzio sull'accaduto.

Il fratello della mia amica la toccava mentre dormiva, la madre non le credette, le sorelle sì perché anche a loro aveva fatto lo stesso.

La mia prima molestia la subii dal padre di mia madre a 9 anni. Lo raccontai quando ne avevo 25 e non mi credette nessuno. La mia prima molestia [Nell'immagine si legge: “Viviamo in una società che insegna alle donne A STARE ATTENTE A NON ESSERE VIOLENTATE piuttosto che insegnare agli uomini a NON VIOLENTARLE”.]

#LaMiaPrimaMolestia è successa quando avevo 9 anni in una riunione familiare. Nessuno lo seppe allora e mi dispiace molto sapere che ancora oggi nessuno mi crederebbe.

La quotidianità, il tema centrale

Il fatto che una donna venga violentata per strada è talmente all'ordine del giorno che uno dei temi centrali delle migliaia di tweet è stato proprio la sensazione di “normalità” che caratterizza il fenomeno.

Non ricordo #LaMiaPrimaMolestia. Così come non ricordo più come sia camminare per strada senza aver paura che succeda qualcosa e che si arrivi oltre.

Mia madre mi disse di ignorare gli uomini che rimangono a fissarmi mentre cammino per strada perché loro “sono fatti così”.

Da quando siamo piccole dobbiamo convivere con la violenza sessista, con le loro occhiate luride, con gli apprezzamenti e i fischi per strada e con le manate.

Sono cresciuta sin da bambina vedendo come TUTTI i giorni, per strada, molestassero le mie sorelle. Quando successe a me pensai che fosse normale.

Il problema non è solo #LaMiaPrimaMolestia, ma è che a questa ne segue una seconda, una terza, una quarta… Fino a che non ti convinci che sia normale.

La solidarietà

Sebbene non siano mancate le prese in giro e i commenti misogini, ci sono stati anche tanti uomini che hanno letto le testimonianza con attenzione, riflettendo su quanto sia destabilizzante la molestia “quotidiana” e il ruolo che questa ha nella violenza di genere.

Leggendo le storie di #MiPrimerAcoso penso a tutte le volte che noi uomini, sin da bambini, siamo stati testimoni e normalizzatori di questa violenza.

È disarmante leggere centinaia di donne aprire il loro cuore con l'hashtag #MiPrimerAcoso. Ma è ancora più disarmante sapere che non è stata l'ultima volta.

Proprio come suggerito, alcuni giorni fa, da tre donne coraggiose che hanno esortato a parlare davanti a un delitto di natura sessuale, questa volta molte donne hanno colto l'occasione per lanciare un appello alla solidarietà, affermando che alzare la voce per aiutare chi sta subendo una molestia è un modo per spezzare il circolo della violenza.

Molti dei casi di #MiPrimerAcoso sono esperienze brutalmente solitarie vissute in spazi eminentemente pubblici. Se ce ne rendiamo conto avviciniamoci, proteggiamoci a vicenda.

Sii gentile con te stessa. La bimba che sei stata a 10 anni non sapeva reagire, né sapeva perché farlo. L'adulta che sei oggi può aiutare se stessa e le altre.

Le testimonianze di #MiPrimerAcoso mi riempiono di rabbia, ma anche di speranza. Non abbiamo più paura. Adesso ci siamo le une per le altre.

È possibile leggere altre testimonianze e riflessioni sotto l'hashtag #MiPrimerAcoso.

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