Alcuni attivisti hanno lanciato una pagina su Facebook dedicata al crescente numero di casi di hate-speech in Myanmar. Il “No-Hate Speech Project”, disponibile sia in birmano [my] che in inglese [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], è online da marzo 2016 e il suo obiettivo è quello di insegnare agli utenti del web come gestire l'hate-speech sui social media.
We believe it [is] wrong to deny any group or individual the right to speak out because we oppose their views. Silencing some while favoring others is not a recipe for building tolerance. So we will offer to platform and fairly examine and discuss the ideas and opinions of all.
It is important to understand that not all hate speech is deliberate or intended as such: It is also important to realize that sometimes hate speech comes from an honestly felt fear of the unknown.
Crediamo che sia sbagliato negare a qualsiasi individuo o gruppo il diritto di esprimersi solo perché le nostre opinioni divergono. Far tacere alcuni favorendo altri non è la ricetta giusta per instaurare tolleranza. Quindi offriremo una piattaforma per esaminare con criterio e discutere delle idee e delle opinioni di tutti.
È importante capire che non tutto l'hate-speech è intenzionale o inteso come tale: a volte è soltanto il risultato di una paura genuina nei confronti di ciò che non si conosce.
Il governo del Myanmar, semi-civile e sostenuto dall'esercito, al potere dal 1962, ha messo in atto una serie di riforme legate alla libertà di espressione nel 2010: ad esempio ha eliminato la censura dei media e ha sbloccato diversi siti web. L'anno scorso, la sconfitta elettorale subita dal partito politico sostenuto dall'esercito ha contribuito a consolidare molte di queste riforme democratiche.
Nel corso degli ultimi sei anni, durante la trasformazione politica del Myanmar, il traffico su Internet è cresciuto dallo 0,2% del 2010 al 12,8% del 2015.
Ma i progressi nelle infrastrutture digitali sono stati accompagnati da una preoccupante crescita di episodi di hate-speech. In particolare, posizioni anti-musulmane hanno cominciato a inondare i social media, e alcuni analisti ritengono che questo fatto abbia contribuito all'escalation della violenza tra comunità in tutto il paese.
Alcuni gruppi ultra-nazionalisti, come Ma-Ba-Tha guidato da monaci buddisti radicali, ha pubblicamente incitato all'odio contro la minoranza musulmana, specialmente per quanto riguarda il gruppo etnico dei Rohingya.
Un report pubblicato nel 2015 dall'associazione di scrittori PEN Myanmar ha rivelato che l'hate speech è molto più dilagante di quanto precedentemente riscontrato. Lo studio ha anche evidenziato che l'hate speech non prende di mira soltanto la comunità musulmana, ma anche membri dell'opposizione politica, attivisti per i diritti umani, altre minoranze etniche, e persino utenti comuni che esprimono un parere negativo sul governo.
Il Myanmar è un paese che ospita diverse etnie, ma i buddisti costituiscono la maggioranza della popolazione. I musulmani Rohingya d'altro canto, sono un popolo senza nazione, considerati dal governo immigrati illegali.
Secondo quanto osservato da alcuni analisti, la costituzione del Myanmar, emanata nel 2008, non fornisce un quadro giuridico sufficiente contro la discriminazione. Ma i leader interreligiosi hanno organizzato una conferenza a livello nazionale il 26 aprile 2016, per chiedere che sia redatto un quadro giuridico onnicomprensivo per contrastare l'hate speech. Aung Naing Win, promotore della conferenza, ha dichiarato:
We want to work with law enforcement to take action against those who use hate speech, and we want to empower our community through education to positively engage for peace. […]
Our idea is that our religious leaders, civil society leaders, lawyers and the government will work together to create a law [on the issue].
Vogliamo lavorare insieme alle forze dell'ordine per agire contro coloro che usano l'hate speech, e vogliamo rafforzare la nostra comunità attraverso metodi di coinvolgimento pacifici. […]
L'idea è far sì che i nostri leader religiosi, i leader della società civile, legislatori e governanti lavorino tutti insieme per creare una legge [su questo tema].
Un esempio di Post con Hate Speech
Il No-Hate Speech Project lavora identificando post che contengono elementi di hate speech per poi screditare le affermazioni d'odio e contrastarle coi fatti e con punti di vista alternativi. Dal lancio del progetto a marzo, la sua attività ha identificato post con episodi di hate speech contro musulmani, donne, ribelli etnici e lavoratori stranieri.
Dopo aver trovato post di hate speech sui social media, la pagina ha ri-postato il contenuto offensivo sulla sua bacheca Facebook, accompagnato da recensioni che sfatano ciò che viene affermato e da commenti di spiegazione. Ad esempio uno dei post, caricato il 31 marzo, contrastava una foto razzista che descriveva un luogo come un'area “musulmani-free”. Ecco la risposta della pagina a questo post anti-islamista:
On February 13, a Facebooker named Soe Naing posted a photo of a sign reportedly to be found outside a village in the Irrawaddy Delta that declares it to be off limits to Muslims. […]
Under the photo, Soe Naing wrote: “The sign impressed me. Give me a “Like” if you agree every area should be Islam-free”.
At the time this post was spotted by this monitor, it already received 8289 Likes; 4234 shares and 517 comments.
Most of the comments were supportive. One named Paingshinme Nalonethar (translated as “Ownerless heart”), wrote: “It would be better if the whole country sticks to this practice. Congratulations Migyaingai.”
Those who argued against the prevailing comments included Htay Ko who stated: “I think you guys are so happy with this -but Buddha would be morose to learn how this contradicts his teachings.
Posts like this can clearly lead to conflict rather than harmony and may incite hatred.
Soe Naing has a total of 4914 friends and 21688 followers on Facebook.
Our Anti-Hate Speech Project is working carefully with colleagues to investigate the background to this sign, whether it actually exists, and if so who put it up.
Il 13 febbraio, un utente Facebook di nome Soe Naing ha pubblicato la foto di un cartello che si troverebbe all'entrata di un paese sul delta dell'Irrawaddy. Tale cartello dichiara che quel luogo è vietato ai musulmani. […]
Sotto la foto, Soe Naing scrive: “Questo cartello mi ha colpito. Mettete un “like” se siete d'accordo che ogni luogo dovrebbe essere Islam-free”.
Nel momento in cui questo post è stato visto da questo monitor, aveva già raggiunto 8289 like, 4234 condivisioni e 517 commenti.
La maggior parte dei commenti erano a sostegno di quanto affermato. Un utente chiamato Paingshinme Nalonethar (tradotto come “Cuore senza proprietario”), ha scritto: “Sarebbe meglio se l'intera nazione adottasse questa pratica. Complimenti a Migyaingai”.
Alcuni si opponevano all'opinione generale, come Htay Ko che ha scritto: “Anche se tutti voi sembrate contenti di questa cosa, Buddha sarebbe invece molto triste dal momento che ciò contraddice i suoi insegnamenti”.
Sono proprio post come questi che portano a dei conflitti, incitano all'odio piuttosto che all'armonia.
Soe Naing ha 4194 amici e 21688 follower su Facebook.
Il nostro Anti-Hate Speech Project lavora con impegno insieme ad altri colleghi per indagare sulla natura di questo cartello, verificare che esista davvero, e se sì, scoprire chi l'abbia messo lì.
Movimento dal basso contro l'Hate Speech
Il No-Hate Speech Project non è l'unico gruppo che cerchi di far fronte all'ostilità online del Myanmar. Dal momento che i casi di hate speech diventano sempre più frequenti, sono state intraprese molte iniziative per combattere l'intolleranza e la discriminazione contro le minoranze religiose. L'anno scorso, alcuni ragazzi hanno iniziato a promuovere la diversità incoraggiando l'amicizia inter-etnica tra i giovani. C'è anche un gruppo chiamato Panzagar su Facebook, che ha introdotto gli stiker “flower-speech”.
Quest'anno, alcuni utenti di Facebook hanno iniziato a usare gli hashtag #Say_No_to_Racism e #2016_OnlineCampaign per contrastare l'hate speech. Molti utenti dei social media hanno creato dei post basandosi su quello sottostante, realizzato dall'attivista Moe Thway, che si rivolge al pubblico per trovare sostegno contro il razzismo.
My name is Moe Thway
I am not a racist.#Say_No_to_Racisim
#2016_OnlineCampaignAnyone who is against racism please upload this status.
Join our campaign all.
We need public awareness!!!
Il mio nome è Moe Thway
Non sono razzista.Chiunque sia contro il razzismo, vi prego caricate questo stato.
Unitevi alla nostra campagna.
Abbiamo bisogno di una coscienza pubblica!!!









