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Giordania: bavaglio sui media imposto dal governo dopo l'assassinio di uno scrittore

Categorie: Medio Oriente & Nord Africa, Giordania, Censorship, Citizen Media, Diritti umani, Libertà d'espressione, Media & Giornalismi, Religione
Censorship. Image by Isaac Mao, April 18, 2005. CC BY 2.0

Censura. Immagine di Eric Drooker. CC BY 2.0

Il 25 settembre, hanno sparato allo scrittore giordano Nahed Hattar [1] [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] davanti al tribunale di Amman, la capitale, dove era stato fissato il processo a suo carico per una vignetta che aveva condiviso su Facebook.

Le autorità governative hanno ufficialmente vietato di parlare della notizia del suo assassinio.

La vignetta in questione [2] [ar] rappresenta un uomo barbuto in paradiso, disteso sul letto con due donne all'interno di una tenda. Dio sbricia dentro la tenda e l'uomo gli chiede di portargli un po’ di vino e degli arachidi. Lo scrittore ha postato la vignetta accompagnata dal commento “il Signore di Dawa'ish.” Dawa'ish in arabo è l'acronimo usato per riferirsi ai membri dell'ISIS o ai sostenitori al plurale. Dawa'ish e Dai'sh [3] [it] (acronimo arabo per ISIS) sono solitamente usati [4] per riferirsi negativamente al gruppo e ai suoi membri.

Hattar was facing three years in jail for insulting religion. [5]

Hattar andava incontro a tre anni di carcere per insulto alla religione.

Per volere del Primo Ministro Hani al-Mulgi, Hattar era stato arrestato il 13 agosto scorso, per “insulto alla divinità”. Secondo Al Jazeera [6], subito dopo lo scrittore avrebbe rimosso la vignetta dichiarando che questa “prende il giro i terroristi e il loro concetto di Dio e del paradiso. Non insulta in alcun modo la divinità”.

Hattar era un comunista devoto, conosciuto per i suoi scritti politici controversi [7] e per il suo sostegno al governo siriano di Bashar al-Assad. Lo scrittore 54enne era stato arrestato, e poi rilasciato su cauzione, all'inizio di settembre. Malgrado le minacce [8] di morte, non gli era stata fornita la protezione della polizia.

Dopo che si è diffusa la notizia sull'assassinio il 25 settembre, i giordani aspettavano già l'ordine di censura.

La procedura standard… lasciare il problema da parte tappandogli la bocca con un calzino [ar].

A breve il governo procederà al bavaglio dei media sull'assassinio di Nahed Hattar. Perché il problema è far tacere i media.

Come possiamo combattere l'estremismo se non possiamo parlarne?

Certamente, il 26 settembre la Corte di Sicurezza Statale ha emanato [15] [ar] un divieto sulla diffusione della notizia legata all'assassinio di Hattar. Secondo una dichiarazione pubblicata dalla commissione dei media, un organo governativo che regola i media audiovisivi ed elettronici e la stampa, la censura ha lo scopo di “preservare la segretezza delle indagini e assicurare l'interesse pubblico”.

Questa situazione non è una novità per la Giordania. Il 1 settembre 2016, il governo ha varato [16] un divieto sulla diffusione delle notizie riguardanti il Re e la famiglia reale, riservandone la pubblicazione alla sola Corte Reale Hascemita. Il divieto è stato diffuso sotto forma di una dichiarazione di 25 parole, mostrata sui principali media giordani, e non venivano forniti dettagli sulla durata del divieto e sul tipo di pene riservate ai trasgressori.

Su Twitter, i giordani lamentano il fatto che ora gli ordini di bavaglio sembrano essere emanati per ogni episodio rilevante.

  1. Succede qualcosa di rilevante 2. #UNITI [18] #Siamouno [19] 3. Ripetere censura.

La rivista locale online 7iber conta [21] [ar] 15 ordini di bavaglio tra l'inizio del 2014 e metà agosto 2016. La lista include anche l'ordine di censura emesso a seguito della denuncia contro Hattar da parte delle autorità giordane, il giorno dopo il suo arresto.

In un altro esempio, il 28 agosto 2016, le autorità hanno vietato [22] la diffusione di notizie sulla detenzione di un predicatore, a causa della pubblicazione su Facebook di un video che criticava la partecipazione di Amman nella campagna militare degli Stati Uniti contro l'ISIS.

Sebbene il governo giordano abbia rapidamente condannato [23] l'assassinio di Hattar definendolo come “un crimine terribile”, i critici sostengono che la colpa ricada in parte su di esso per aver dato maggior rilievo al caso contro lo scrittore e non alle indagini sulle minacce di morte che riceveva.

Lo scrittore e redattore Naseem Tarawnah ha condiviso su Twitter:

Dite quello che volete su Hattar, ma la sua uccisione ci ricorda quale sia la vera libertà di parola, d'espressione e di stampa in Giordania.

In un editoriale pubblicato il 26 settembre [8], in cui si piangeva la scomparsa di Hattar, 7iber ha scritto:

Se il sangue sporca le mani dell'assassino di Hattar che gli ha sparato 4 colpi, allora sono sporche anche le mani dello stato e degli istigatori… L'istigazione contro lo scrittore assassinato è iniziata sui social media e su altre piattaforme, con la pubblicazione di minacce di morte e anche spedite direttamente a lui. Ciò non ha garantito il mandato per “un ordine ad indagare” né ha dato inizio a procedure penali nei confronti degli istigatori… Se questo non fosse lo stesso governo che ha intentato il processo contro Hattar, potremmo descrivere il suo ruolo come negligente o compiacente. Ma quando ad un governo stanno più a cuore la popolarità e il consenso da parte di alcuni, invece della protezione della vita di uno dei propri cittadini, allora la sua responsabilità per questo crimine diventa ancora più significativa.

Il Comitato a Protezione dei Giornalisti ha descritto [26] l'assassinio dello scrittore come il “risultato della mancanza di impegno per la libertà d'espressione da parte delle autorità giordane,” e ha chiamato richiamato il governo a ” consegnare l'assassino nelle mani della giustizia e a cambiare la sua posizione nei confronti della libertà di stampa, per favorire l'apertura e la protezione di voci critiche.”

L'ordine di bavaglio odierno è indicativo del fatto che il governo giordano non abbia al momento alcuna intenzione di liberalizzare la libertà di parola o le sue politiche di censura.