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Netizen Report: la Cina ha una nuova legge sulla cybersicurezza

Diciottesimo Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Foto di Dong Fang, VOA, di dominio pubblico.

Il Netizen Report di Global Voices Advocacy offre uno spaccato internazionale sulle sfide, vittorie e tendenze emergenti nei diritti di internet a livello mondiale.

Sono trascorse solo due settimane dall'entrata in vigore della nuova legge cinese sulla cybersicurezza, ma nei social network e nei mezzi di informazione se ne avvertono già gli effetti.

Il 1 giugno, ai profili pubblici dei social media è stato ufficialmente imposto il divieto di scrivere o ripubblicare notizie e servizi senza un permesso, come previsto dalle Disposizioni per l'Amministrazione del Servizio di Informazione e Notizie su Internet [en, come gli altri link, salvo diversa indicazione].

Il 7 giugno, l'Amministazione del Cyberspazio della Cina (CAC), l'agenzia nazionale per la censura dei contenuti in rete, ha chiuso almeno 60 profili di siti di notizie sul mondo delle celebrità su Weibo, Tencent, NetEase e Baidu. Il CAC ha affermato che tale iniziativa mira a “promuovere in maniera dinamica i valori socialisti fondamentali e a sviluppare un ambiente sano e positivo” limitando i servizi sensazionalistici sugli scandali che coinvolgono le celebrità. 

Ciò contribuisce a riorientare le attività del CAC. In passato, molti credevano che la forza motrice della censura fosse principalmente di tipo politico e che gli utenti potessero godere della “libertà online”, fintantoché si fossero astenuti dal pubblicare commenti sull'attualità. La repressione nei confronti delle notizie di intrattenimento indica che le battaglie ideologiche non sono rivolte solo ai nemici stranieri, ma anche a quelle attività e pensieri contrari ai “valori socialisti fondamentali”.

La nuova legge sulla cybersicurezza è inoltre diventata motivo di contesa per le aziende estere operanti in Cina nel settore della tecnologia. Tra l'altro, la legge chiede alle aziende di archiviare i dati in Cina e che gli utenti si registrino con il loro vero nome, quando utilizzano i servizi di messaggistica. I funzionari non hanno ancora fornito molte informazioni in merito alle modalità con cui la legge verrà attuata, ma le sole disposizioni non si preannunciano benevole verso la protezione dei diritti digitali.

La censura online continua ad inasprirsi in Egitto

In Egitto, i sostenitori dei diritti dei media e gli organi d'informazione indipendenti riportano che la censura sul web si è inasprita ulteriormente da quando, verso la fine di maggio, le autorità hanno ufficialmente oscurato 21 siti web d'informazione, accusandoli [ar] di aver “appoggiato il terrorismo e di aver diffuso menzogne”. Tra i siti oscurati rientrano la versione araba dell'Huffington Post, Al Jazeera e, tra gli altri, il sito di notizie indipendente Mada Masr che ha sede in Egitto. La scorsa settimana, l’Associazione Egiziana per la Libertà di Pensiero ha riportato che sono stati bloccati cinque siti web di VPN cioè rete virtuale privata (che aiuta ad aggirare la censura) insieme alla piattaforma per blog Medium e a diversi organi di stampa iraniani e turchi. L'11 giugno, il gruppo informa inoltre che il numero totale di siti bloccati al momento in Egitto è aumentato a 64.

I legislatori egiziani stanno considerando la localizzazione dei dati dell'applicazione Uber

Il Parlamento egiziano prenderà presto in considerazione un disegno di legge che imporrebbe alle aziende fornitrici di un servizio di condivisione dei passaggi di mantenere i loro server in Egitto e di fornire le informazioni, che includono una mappa digitale del cliente, dell'autista e del viaggio, agli “organi governativi competenti”. L'intelligence militare egiziana ha tentato di accedere all'interno dei programmi software di tracciamento dei servizi di condivisione dei passaggi, utilizzati delle aziende Uber e Careem, ma le richieste sono stata respinte da queste ultime in virtù delle norme di competenza, in quanto i server si trovano al di fuori dell'Egitto.

Negli ultimi anni, le autorità egiziane si sono impegnate ad alzare i livelli di sorveglianza nei confronti dei cittadini, includendo l'uso di attacchi di phishing per accedere ai profili degli attivisti egiziani (scoperti da Citizen Lab dietro lo pseudonimo “Nile Phish”) e procedendo legalmente contro i cittadini per i messaggi pubblicati sui social media.

Il Ministro delle Telecomunicazioni del governo Rouhani si vanta della censura di internet

In Iran, nonostante siano stati reclamizzati gli sforzi compiuti dal Ministro volti a proteggere l'accesso ai social media, il governo del Presidente Hassan Rouhani, recentemente rieletto, ha annunciato di aver migliorato i metodi utilizzati per il controllo dei contenuti di internet e di aver chiuso diverse piattaforme.

Il Ministro delle Telecomunicazioni si è vantato in Parlamento affermando quanto segue: “Negli ultimi tre anni abbiamo chiuso sette milioni di indirizzi notificatici dalle autorità competenti e abbiamo bloccato 121 software importanti, nonché gli strumenti che consentono di eludere i controlli”.

In Vietnam, un blogger è stato privato della nazionalità ed espulso

Il blogger ed ex docente universitario Pham Minh Hoang, che ha la doppia cittadinanza francese-vietnamita, ha recentemente pubblicato una lettera aperta in cui dichiara la decisione delle autorità di privarlo della cittadinanza vietnamita. La revoca [vi], firmata dal presidente vietnamita, ha decorrenza immediata. 

In qualità di membro del gruppo di opposizione Viet Tan, Hoang è stato condannato nel 2011 a 17 mesi di carcere e a 3 anni di arresti domiciliari per i suoi messaggi sull'educazione e l'ambiente. Le autorità potranno ordinare l'espulsione del blogger se la decisione verrà confermata. È la prima volta in epoca moderna che ad un attivista viene revocata la cittadinanza.  

Il Venezuela può vietare l'anonimato sui social media?

Il 12 giugno, la Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni Venezuelana (CONATEL) ha rilasciato una dichiarazione [es], in cui annunciava la volontà da parte dell'organismo di regolamentazione di portare avanti una proposta volta a vietare l'anonimato sui social media, giustificandosi affermando che tale pratica avrebbe prodotto un numero insostenibile di comportamenti violenti e offensivi online.

L'iniziativa arriva diversi mesi dopo l'instaurasi di una crisi su più fronti che ha portato alla recessione economica, alla repressione da parte del governo e ad un periodo di disordini civili, durante il quale le intimidazioni e gli attacchi online — destinati sia al governo sia agli organismi della società civile — hanno svolto un ruolo significativo. Non è chiaro, invece, come tali norme verranno applicate a piattaforme come Twitter, in cui è concesso l'uso di pseudonimi.

Nuove Ricerche sui temi trattati (in inglese):

 

 

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