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La violenza ad Arsal ci ricorda quanto siano vulnerabili i rifugiati siriani in Libano

Valle della Bekaa, Libano. Crediti fotografici: UNHCR/L. Abou Khaled. Attribuzione – Non opere derivanti 2.0 generico (CC BY-ND 2.0)

I siriani che sono fuggiti nella città di Arsal al confine con il Libano a causa della guerra, sono stati nuovamente travolti dall'ondata di violenza scatenata sia dalle forze libanesi che dai gruppi militari del paese.

Questo ultimo incidente ha suscitato il timore di una nuova ostilità nei confronti dei rifugiati. Arsal ha una storia di massacri connessi alla Siria causati proprio dalla sua vicinanza al paese; inoltre, accade spesso che, in seguito ai conflitti armati, i rifugiati finiscano per essere il capro espiatorio.

Il 30 giugno 2017, i soldati libanesi hanno fatto irruzione in due campi profughi siriani della città di Arsal al confine orientale con il Libano, nella valle della Bekaa, con lo scopo di “scovare terroristi, armi ed esplosivi”. Secondo [en, come gli altri link, salvo diversa indicazione] l'agenzia di stampa nazionale libanese (NNA), i militari sono venuti in contatto con cinque kamikaze. Una giovane ragazza siriana è morta dopo che un attentatore suicida si è fatto esplodere.

Nel corso dei raid, almeno 350 persone sono state arrestate; secondo il quotidiano libanese Daily Star, il 4 luglio ne sono state rilasciate 315. Nessuna notizia è emersa sul luogo di permanenza dei detenuti. I familiari di Ruslan Trad, uno dei collaboratori di Global Voices, erano tra i detenuti.

Mentre giungevano le notizie sulle violenze ad Arsal, sui social media venivano ampiamente diffuse e criticate le foto di detenuti stesi con i volti a terra e circondati da soldati.

L'esercito libanese ha fatto irruzione nel campo profughi di Arsal e ha arrestato 150 uomini.

Tuttavia, vi è anche chi sostiene le operazioni dell'esercito. Il blogger libanese Claude El-Khal ha scritto che le critiche diffuse in rete costituiscono un “attacco all'esercito”.

Il Da7yeh, un noto sito web di informazione caratterizzato da un orientamento editoriale filo-Hezbollah, il potente movimento politico-militare libanese, ha condiviso con i suoi oltre 400,000 sostenitori una foto di alcuni detenuti, ridicolizzandoli e definendoli membri dell'ISIS. Hezbollah ha combattuto nella guerra siriana al fianco di Iran e del governo del presidente Bashar al-Assad, sostenendo che il loro intervento aveva l'obiettivo di “proteggere il Libano” e di “combattere i terroristi”.

Il commento dice: “gli eroi dell'esercito libanese hanno scritto ‘mulo’ sulla schiena di un membro dell'ISIS’. Fonte: la pagina Facebook di ‘Da7yeh’ [ar].

Le denunce di tortura in seguito alla morte dei detenuti

Martedì 4 luglio, l'esercito ha condiviso un'altra dichiarazione secondo cui quattro detenuti siriani sono morti in prigione “a causa di problemi di salute”, sollevando interrogativi sulle condizioni in cui vengono trattati i prigionieri.

Molti attivisti siriani sostengono che i detenuti sono stati uccisi o che l'esercito libanese è colpevole di averli maltrattati prima del loro decesso. Diverse organizzazioni attive nel campo dei diritti umani, tra le quali la Ong Human Rights Watch e il Lebanese Center for Human Rights che hanno specificamente condannato il ricorso alla tortura da parte delle forze armate, hanno chiesto che venga avviata un'indagine indipendente [ar]:

نستنكر بشدة ما حصل منذ يوم الجمعة المنصرم، من نشر صور مهينة لعمليات التوقيف والتعذيب والحملة الممنهجة لترهيب كل من رفع الصوت لانتقاد الإجراءات غير القانونية المتبعة من قبل القوى المسلحة.

Condanniamo fermamente quanto sta accadendo dallo scorso venerdì: la diffusione di immagini degradanti che documentano gli arresti, la tortura nei confronti dei detenuti e la sistematica campagna di intimidazione contro ogni persona o organizzazione che ha fatto sentire la proprio voce, criticando le procedure illegali utilizzate dalle forze armate.

Tuttavia, coloro i quali criticano e contestano i metodi utilizzati dall'esercito hanno spesso subito disprezzo e ricevuto intimidazioni. Il detto “l'esercito è una linea rossa” (الجيش اللبناني خط أحمر) è popolare in Libano e denota la diffusa convinzione che l'esercito è al di sopra delle critiche.

Ad esempio, la pagina Facebook “L'esercito è una linea rossa” (in arabo) ha sollecitato gli oltre 40.000 sostenitori a richiedere l'arresto dell'avvocato Tarek Chindeb, il quale, sul proprio profilo Twitter, ha criticato l'esercito.

Inoltre, le agenzie governative hanno preso di mira i gruppi a sostegno dei diritti umani che denunciano i casi di tortura. Nel 2011, diverse organizzazioni hanno fatto appello al governo affinché “si mettesse fine alle molestie nei confronti di un attivista dei diritti umani che aveva documentato casi di torture”.

Da parte sua, il ministro dei diritti umani libanese ha chiesto l'apertura di un indagine sugli eventi avvenuti dopo le violenze verificatesi ad Arsal, indicando la necessità di “preservare l'immagine dell'esercito ed evitare la diffusione di voci non rispondenti al vero”.

Il blogger libanese Kareem Chehayeb, segnalando al contempo le prove che dimostrerebbero che la tortura è “regolarmente esercitata dalla polizia e dall'esercito libanesi”, ha dichiarato che i fatti avvenuti ad Arsal provano quanto sia particolarmente problematica la gestione dei rifugiati in Libano:

Qualsiasi cosa sia accaduta, dobbiamo riconoscere che le reazioni scatenate in seguito a questi attacchi, per i quali i rifugiati/siriani sono tutti considerati presunti colpevoli, sono disumane.

Arsal e la guerra civile in Siria

Screenshot di Google Maps che mostra la posizione di Arsal in Libano. Fonte: Google Maps.

A causa della sua vicinanza con la Siria, Arsal è da tempo coinvolta nella rivoluzione siriana e nella conseguente guerra civile.

Tra novembre e dicembre 2013, la durissima battaglia del Qalamoun, in Siria, portata avanti tra le forze pro e anti regime, ha spinto 100.000 rifugiati verso le zone confinanti del Libano, in particolare ad Arsal. La battaglia si è conclusa con una vittoria decisiva a favore del regime di Assad e del suo alleato Hezbollah.

Nel corso di un paio di mesi, la popolazione di Arsal era triplicata.

Solo pochi mesi dopo, il 2 agosto 2014, l'esercito libanese ha arrestato un comandante del Nusra, il gruppo affiliato di Al Qaeda in Siria, ed è stato attaccato a sua volta sia dallo stesso Nusra sia dall'ISIS. Il gruppo estremista ha assunto il controllo della città il giorno stesso, intrappolando, per alcuni giorni, i rifugiati e i residenti tra due parti antagoniste.

E’ seguita poi la battaglia di Arsal, che è durata fino al 7 agosto 2014, durante la quale avrebbero perso la vita 30 militari, 17 soldati e 42 civili, mentre 19 soldati sarebbero risultati dispersi. Alla fine, i gruppi si sono ritirarati dalla città e l'esercito libanese ha intensificato gli sforzi per recuperare i propri soldati.

Il 30 agosto, l'ISIS ha diffuso online un video terribile in cui decapitava uno dei soldati libanesi catturati, Ali Sayyed. Il 7 settembre, l'ISIS ha decapitato un secondo soldato libanese, Abbas Medlej.

Presto è giunta la notizia che anche il gruppo Nusra aveva giustiziato due soldati.

Il 1 dicembre 2015, 16 prigionieri libanesi sono stati scambiati con 13 membri del Nusra ad Arsal. L'accordo, concluso dopo un anno di trattative, era il negoziato in Qatar.

La situazione precaria dei rifugiati siriani

19 settembre 2014: le ferite riscontrate nel rifugiato siriano “Ali” in seguito all'attacco avvenuto nella sua casa a Jnah, durante il quale è stato colpito con un fucile a pompa da un uomo che credeva appartenesse a un partito politico libanese. Fonte: Human Rights Watch. CC BY-NC-ND 3.0 US

Le ultime notizie su Arsal fanno temere che i siriani possano essere vittime di rappresaglie.

Dopo la battaglia di Arsal del 2014, la Ong Human Rights Watch ha documentato 11 violenti attacchi nei confronti di rifugiati siriani o persone percepite come tali. Al tempo, un rifugiato ha detto all'organizzazione:

When I first arrived, Lebanese people were very hospitable to me, they treated me like a refugee, someone who needed protection and had fled from the war. Now they treat me as if I am a terrorist or a security threat.

Quando sono arrivato, il popolo libanese è stato molto ospitale con me, mi hanno trattato come un rifugiato, come una persona che, costretta all fuga a causa della guerra, aveva bisogno di protezione. Ora mi trattano come se fossi un terrorista o una minaccia per la sicurezza.

Il ministro della Difesa libanese Yacoub Sarraf ha dichiarato che i recenti avvenimenti hanno evidenziato l'importanza di affrontare la crisi dei rifugiati in Libano. Secondo l'UNHCR, circa 1 milione di rifugiati siriani sono in Libano.

Molti parlamentari sostengono l'ipotesi di respingere i rifugiati siriani verso le “zone sicure” della Siria, il che significherebbe trovare un accordo con il governo di Assad: una proposta che rischia di essere fortemente contestata in Libano.

L'opinione pubblica è infatti particolarmente stanca del dominio di Assad: il Libano ha subito in passato l'occupazione da parte della Siria fino al 2005. Si trattava della cosiddetta rivoluzione dei cedri, innescata dall'assassinio dell'ex Primo Ministro libanese e politico anti Assad Rafik Hariri.

Inoltre, gli stessi rifugiati sono contrari alla proposta di rimpatrio in quanto temono di dover tornare in aree occupate dal regime. Il Daily Star ha citato una fonte anonima secondo cui molti rifugiati provenienti da Arsal hanno chiesto di essere trasferiti a Jarablus, in Siria, una città occupata dalle forze di regime.

Secondo alcuni movimenti politici libanesi, la Siria non ha un governo legittimo e, quindi, non vi è alcuna forza politica con cui negoziare sul rimpatrio dei rifugiati. Il ministro libanese responsabile della gestione dei rifugiati sollecita un piano di rimpatrio coordinato dall'ONU, senza trattare con Assad.

In risposta a tali proposte, l'ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdel-Karim Ali, ha accusato i politici libanesi anti Assad di “aver tentato di calpestare le realtà storico geografiche”.

Nel frattempo, l'ONU ha dichiarato che è “prematuro” concedere a numerosi rifugiati di tornare in Siria.

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