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“La mia libertà mi appartiene”—i netizen dei Caraibi celebrano la giornata dell'emancipazione

Statua “La canzone della redenzione”, Emancipation Park, Jamaica. Foto di Mark Franco, usata con permesso.

Il primo agosto di ogni anno, molti territori caraibici — inclusi Trinidad e Tobago e Jamaica — commemorano la Giornata dell'Emancipazione [en, come i link successivi] in onore del giorno nel 1834 in cui i britannici liberarono gli africani ridotti in schiavitù. La giornata ha suscitato conversazioni appassionate sul significato della festività e sulla manifestazione della schiavitù nella società contemporanea.

Su Twitter, il partito al governo in Jamaica ne ha ricordato l'importanza:

183 anni fa, il primo agosto, la Jamaica ha fatto un passo verso uguaglianza di diritti e giustizia #EqualRightsAndJustice. 311,000 schiavi furono liberati in Jamaica. #Emancipation

Altri hanno condiviso il seguente punto di vista, un invito a fare un ulteriore passo in avanti:

Arriva il mattino d'Agosto! Libertà, per tracciare il nostro destino. Per aspirare, per costruire, per diventare.

Nell'immagine: Un popolo, senza la conoscenza della propria storia, della propria origine e cultura, è come un albero senza radici. – Marcus Garvey.

#Jamaica celebrated 183 yrs of #Emancipation today. But the legacy of slavery still affects my home today. Its time to move forward together

— Rachael Minott (@rachaelminott) August 1, 2017

Oggi la #Jamaica ha celebrato il 183esimo anno dell'emancipazione. Il retaggio della schiavitù interessa però ancora oggi la mia casa. È giunto il momento di andare avanti tutti insieme.

Emancipazione come prodotto?

La questione dell'appropriazione culturale è emersa immediatamente nei dibattiti online sulla Giornata dell'Emancipazione. Su Facebook, Rhoda Bharath ha condiviso il link a un articolo che invita i neri d'America a “smetterla di appropriarsi dell'abbigliamento africano e dei segni tribali”, osservando che “se stiamo usando in modo ignorante una cultura che non è nostra, ce ne stiamo appropriando”. Nei commenti Bharath ha aggiunto: “Per me, ciò che dobbiamo ricordare è quale cultura è stata al potere e quale è stata dominata […] L'appropriazione ha luogo quando una cultura dominante s'impossessa o rivendica una cultura subordinata”.

Sulla stessa linea, Bharath si è irritata quando ha letto un articolo che citava Khafra Kambon, il presidente del Comitato sull'Emancipazione (ESC) di Trinidad e Tobago, che ha affermato: “È importante riconoscere il valore non ancora sfruttato del prodotto Emancipazione”. Bharath ha ribattuto:

Was Khafra Kambon quoted correctly here in today's Express?
I just got a nosebleed.
Product? For whom?
Unexploited? For who to come and exploit? And turn it into a commercialised pappyshow?
Emancipation celebrations should not be a product.

Khafra Kambon è stato citato correttamente sull'Express di oggi?
Mi è appena uscito sangue dal naso.
Prodotto? Per chi?
Non ancora sfruttato? Chi dovrebbe venire a sfruttarlo? E trasformalo in uno spettacolo commerciale?
Le celebrazioni dell'emancipazione non dovrebbero essere un prodotto.

Come ricordiamo?

Gli utenti in rete hanno discusso anche degli effetti duraturi della schiavitù. Su Facebook, il drammaturgo di Trinidad Tony Hall ha postato il link a un'intervista all'avvocato afroamericano Bryan Stevenson, che ha concluso affermando: “Non credo che la schiavitù sia finita nel 1865. Penso che si sia semplicemente evoluta”.

La giornalista e ora filmmaker Kim Johnson ha postato un articolo scritto alcuni anni fa, spinta da una fotografia che aveva conservato, nel quale illustra la storia dell'abolizione della schiavitù e come la Giornata dell'Emancipazione sia diventato tale a Trinidad e Tobago:

When I first came across the photograph of the slave it felt white-hot with meaning, as if it would burn the New York Times page on which it was printed. […] Neither the subject nor the photographer was named, only the date and the place: 1863, a Louisiana cotton plantation. And the fact that the man was a slave who had been flogged by his ‘owner’. […]

On the Holocaust Monument in Israel, dedicated to the victims of the Nazis, is the inscription:
‘This must never happen again.’

We in the Caribbean have been more ambivalent towards the horror and shame that was plantation slavery. The sons and daughters of both slaves and slave-owners must live together, and indeed have gone far towards building a civilisation from the charnel house of history. Our monument is ourselves, our society and culture. Its inscription: ‘Do you remember the days of slavery?’ […]

It is a memory which changes over time and which, according to UWI Professor of History Barry Higman finds ‘its most complete expression in the celebration of the anniversary of emancipation’.

Quando per la prima volta mi sono imbattuta nella fotografia dello schiavo ho sentito che era incandescente, come se la pagina del New York Times su cui era stampata potesse prendere fuoco. […] Non erano nominati né il soggetto né il fotografo, solo la data e il luogo: 1863, una piantagione di cotone in Luisiana. E il fatto che l'uomo fosse uno schiavo che era stato frustrato dal suo “padrone”. […]

Sul Monumento all'Olocausto in Israele, dedicato alle vittime del Nazismo, si legge l'iscrizione:
”Questo non deve accadere mai più”.

Noi nei Caraibi siamo stati più ambivalenti verso l'orrore e la vergogna che è stata la schiavitù di piantagione. I figli e le figlie degli schiavi e dei padroni degli schiavi devono convivere, e a dire il vero hanno fatto molta strada verso la costruzione di una civiltà partendo dall'ossario della storia. Il nostro monumento siamo noi stessi, la nostra società e la nostra cultura. La sua iscrizione: “Ti ricordi i giorni della schiavitù?” […]

È una memoria che muta nel tempo e che, secondo il professore di storia della UWI Barry Higman, trova “la sua espressione più completa nella celebrazione dell'anniversario dell'emancipazione”.

Profondamente colpita dall'ingiustizia della schiavitù, Johnson ha ricordato un viaggio al porto di Badagry in Nigeria, che mette in luce la complicità degli africani nel commercio transatlantico degli schiavi:

Chief Bowei explained, ‘The descendants of the slave masters talk with so much pride and they show you the graves of the slavemasters, their ancestors and show you the grave of this man, he was a slave master and they are so proud and I get so disgusted, that’s me. My very first time to Trinidad I just laid low to study the people in Trinidad. To see if they had any bitterness in them especially toward pure Africans as a result of the slave trade and all that.’

Chief Bowei ha spiegato: “I discendenti dei negrieri parlano con tale orgoglio e ti mostrano le tombe dei loro antenati e ti mostrano la tomba di quell'uomo, era un negriero e ne sono così orgogliosi e io così disgustato, son fatto così. La prima volta che sono stato a Trinidad mi sono dedicato a studiare la gente di Trinidad. Per vedere se avevano covato rancore, specie verso i puri africani, in quanto risultato del commercio degli schiavi e tutto il resto.”

Il potere delle statue

La blogger con base in Jamaica Annie Paul ha curato alcuni tweet sul tipo di monumenti usati per celebrare l'emancipazione in diverse parti del mondo. È stata ispirata dal tweet qui di seguito di Samuel Sinyangwe che, durante un viaggio alle Barbados, è rimasto ammaliato dalla statua rappresentante Bussa, che capeggiò una rivolta degli schiavi nel 1816:

Primo giorno alle Barbados e siamo passati davanti a questo monumento tre volte. Non ho mai visto nulla di simile (1/x)

Nel tweet successivo ha spiegato:

In tutta la mia vita non ho mai visto un monumento che incarni la potenza dell'emancipazione dei neri come lo fa questa statua. Volutamente.

Paul ha trovato il post “affascinante perché in Jamaica i curatori erano decisamente contrari a quella che era considerata una rappresentazione cliché dello schiavo che spezza le sue catene. Questo aveva influenzato direttamente la selezione del monumento jamaicano dell'emancipazione”.

Sinyangwe ha aggiunto:

Questa è la statua che ricordo aver visto durante tutta la mia infanzia in orlando. Un omaggio ai soldati confederati che combatterono per mantenere in schiavitù la gente di colore.

It was taken down ONE MONTH ago. And they'd never replace it with a statue like the one in Barbados.

— Samuel Sinyangwe (@samswey) July 2, 2017

È stata rimossa UN MESE fa. E non è mai stata rimpiazzata con una statua come quella delle Barbados.

Gli utenti di Twitter di tutta la regione hanno cominciato presto a postare fotografie di monumenti che commemorano l'emancipazione in vari paesi, come questo di Cuffy in Guyana:

…Questo è Cuffy a Georgetown, Guyana. Guidò la rivolta degli schiavi del 23 febbraio 1763, giorno che la Guyana riconosce ancora come Giornata della Repubblica.

… un altro che rappresenta una scena della rivolta degli schiavi a Curaçao:

A Curaçao potete trovare questo monumento. Si tratta della rivolta degli schiavi del 1795 scoppiata qua sull'isola.

…una bella fotografia del  Marron Inconnu ad Haiti:

Il “Marron Inconnu” di Haiti.

…e naturalmente l'emblematica statua all'entrata dell'Emancipation Park in Jamaica:

“La canzone della redenzione” all'Emancipation Park, Jamaica. L'espressione di una totale libertà.

Rivendicando la libertà

La Giornata dell'emancipazione ha inoltre aperto il dibattito sull'importanza di rivendicare le libertà duramente conquistate. L'attivista Tillah Willah ha detto:

What Emancipation mean, we still enslaved, who is a born again African and cote ci cote la and guinea hen bring ram goat.
Hear nah, my grandmothers’ knees were too bruised by prayers and cleaning people floors for me to do anything else but be who I am.
My freedom is mine. I choose to give thanks. And do work. And help people. And weep. And dance. And remember joy. I choose to question myself everyday and put down other people's loads that are no longer mine to carry. That is my freedom. What is yours?

Cosa significa Emancipazione, siamo ancora asserviti, chi è rinato africano e da una parte e dall'altra e una storia assurda.
Senti, le ginocchia di mia nonna erano troppo livide a furia di pregare e pulire i pavimenti della gente perché io possa essere diversa da ciò che sono.
La mia libertà è mia. Ho scelto di ringraziare. E di lavorare. E di aiutare le persone. E di piangere. E di ballare. E di ricordare la gioia. Ho scelto di mettermi in discussione ogni giorno e di posare i carichi altrui che non spetta più a me portare. Questa è la mia libertà. E la vostra, qual è?

Il giornalista Wesley Gibbings conclude affermando che la libertà d'emancipazione appartiene a tutti noi:

The way I see this is like living in the same village with other people. Do we say ‘one third is yours and another his and one third for me?’ Or is it that all of the village or town is for all of us?
I therefore do not lay claim to a quarter this and a quarter that when it comes to my mixed heritage. I am a quarter nothing! All of them are all of me.
I don't feel compelled to do something ‘African’ to commemorate our emancipation. I listen to the music every day and I have been there (more than once) so I know there is no monolithic version of ‘African’ dress and, especially today, of ‘African music’. Most of all, it is who I am in totality.
So much to explain to the man who once warned me about ‘all you’ being at the Emancipation Village in Port of Spain. Too much to explain on this important day. I lay as much claim to this freedom as anybody else. It is mine.

Per come la vedo io, è come vivere nello stesso villaggio con delle altre persone. Diciamo “un terzo è tuo, un terzo è suo e un terzo è mio?” Oppure il villaggio o la città appartengono a tutti noi?
Non rivendico quindi un quarto di questo e un quarto di quello quando si tratta della mie origini miste. Non sono un quarto di niente. Tutti i pezzi sono parte di me.
Non mi sento obbligato a fare qualcosa di “africano” per celebrare la nostra emancipazione. Ascolto musica tutti i giorni e ci sono andato (più di una volta) quindi so che non esiste una versione monolitica di vestito “africano” e, soprattutto oggi, di “musica africana”. La cosa più importante, è ciò che sono nella totalità.
C'è così tanto da spiegare a quell'uomo che una volta mi aveva avvertito che “voi tutti” andate al Villaggio dell'emancipazione di Port of Spain. C'è troppo da spiegare su questo giorno importante. Rivendico questa libertà come chiunque altro. È mia.

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