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Si al kebab e no alla rivoluzione: i migranti e la battaglia per la Catalogna

“Bandiera catalana a Figueres”. Foto di Kippelboy via Wikipedia. CC BY 3.0

Di seguito è riportata una versione rielaborata dell'articolo scritto da Irina Illa Pueyo [es] per Afroféminas nel quadro dei dibattiti per l'indipendenza della Catalogna [en].

“Senza migranti, non c'è rivoluzione,” era uno degli slogan cantati durante la manifestazione del 3 ottobre a Barcellona. Eravamo in molti a considerare dai canti che partivano da diversi megafoni.

Parole come “donne”, “nonne”, “persone”, “lavoratori”, “proletariato”, “anti-capitalismo”, “anti-fascismo”, “indipendenza” erano per lo più accettate, ma quando è arrivato il momento di dire la parola “migranti”, ci siamo trovati/e soli/e. Megafono alla mano, abbiamo raccolto tutto il nostro fiato per alzare la voce, ma dei cinque sensi che ogni essere umano possiede, gli unici a rispondere a quella parola, in quel momento, erano l'udito e alcuni occhioni spalancati dalla sorpresa all'udire tale parola. Era come se fosse una parola sconosciuta, o ancora meglio, che i presenti non fossero pronti ad includerla, anche solo simbolicamente in questo gruppo.

Sono rimasta molto sorpresa da come rasta, turbanti, trecce e vestiti africani venissero indossati da giovani che non hanno neanche riconosciuto la parola “migrante” ad un evento a sostegno di coloro che vengono perseguitati in Catalogna: i suoi residenti. Ancora più sorprendente è stato il fatto che durante la pausa tra le manifestazioni della mattina e del pomeriggio, molte persone sono andate a mangiare kebab, il cibo da fast food più popolare in molte città europee, il quale ha origine in Medio Oriente. Ossia, mentre va bene mangiare in un ristorante di kebab gestito da migranti, non c'è interesse a creare un legame con loro o a includerli nella causa. Mi ha anche sorpreso che le stesse persone con i rasta, le trecce e i turbanti abbiano comprato esteladas, le bandiere catalane più comunemente viste in manifestazioni a favore dell'indipendenza, fabbricate dalle mani di migranti sfruttati in Cina.

Nella scuola dove lavoro, una bambina mi ha detto che la madre, di origini boliviane, è stata picchiata per essere andata al lavoro. Una donna migrante viene picchiata per essere andata a lavoro e non sostenere uno sciopero contro la brutalità della polizia, ma non le è neanche permesso votare. Inoltre, nel caso in cui dovesse scendere in strada a marciare contro la brutalità della polizia, la comunità bianca sarebbe a malapena presente.

Sembra quasi che il tema della migrazione sia sempre un passo indietro rispetto alle preoccupazioni della comunità bianca, nell'ombra, come un semplice sostegno, svolgendo lavori manuali estenuanti per facilitare gli intellettuali bianchi e permettergli di pensare.

C'è una riluttanza generale nell'ascoltare i migranti in ambienti che non sono esclusivamente razziali, perché la teoria sembra essere una cosa dei bianchi, mentre l'esperienza e la vittimizzazione sono cose dei migranti. Dobbiamo cominciare a considerare la presenza di migranti in tutti i tipi di spazi come qualcosa di normale, non come una minaccia per l'omogeneità del pensiero e della cultura.

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