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Burundi: l'opposizione denuncia che l'unica campagna ammessa al referendum per l'estensione del mandato presidenziale è quella del ‘Sì’

https://www.flickr.com/photos/governmentza/25242837576/

Il Presidente del Sudafrica Jacob Zuma (a sinistra) a fianco del Presidente burundese Pierre Nkurunziza (a destra) durante la visita in Burundi del 25 febbraio 2016. Foto dell'utente di Flickr GovernmentZA. CC BY-ND 2.0

Nel 2015, il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza ha ottenuto un terzo mandato, nonostante la Costituzione preveda il limite di due incarichi. La sua controversa rielezione ha generato proteste, un fallito colpo di stato e sporadici attacchi di ribelli, con la conseguente fuga all'estero come rifugiati [fr, come gli altri link, salvo diversa indicazione] di un gran numero di burundesi [en], tra cui molti membri dell'opposizione, attivisti e giornalisti.

Il governo sta ora preparando un referendum, previsto per maggio, sulle modifiche costituzionali che consentirebbero a Nkurunziza di rimanere al potere fino al 2034. Le prossime elezioni si terranno nel 2020.

Gli emendamenti concederebbero al presidente in carica due ulteriori mandati, oltre a estendere la durata dell'incarico presidenziale da cinque a sette anni, e a ridurre la maggioranza parlamentare richiesta per l'approvazione delle leggi. Si parla anche di una possibile messa al bando delle coalizioni tra politici indipendenti. Una mossa significativa, visto che nel 2015 la coalizione di indipendenti Amizero y’Abarundi costituiva la principale opposizione [en].

I critici vedono le modifiche proposte e le prossime elezioni come il culmine degli sforzi dello zoccolo duro [en] del partito di maggioranza, incluso Nkurunziza, per consolidare il controllo sullo stato. In una lettera, diversi partiti hanno richiesto un intervento internazionale, e la coalizione d'opposizione CNARED ha invitato a boicottare e a fermare il progetto.

Tuttavia, le autorità hanno liquidato le critiche come manipolazioni [en], sostenendo che aggiornare la costituzione equivale a esercitare la democrazia.

Inoltre, gli oppositori denunciano intimidazioni e arresti volti a soffocare le campagne a sostegno del “no” al referendum.

Nel 2014, la proposta di simili [en] cambiamenti [en] alla costituzione, varata nel 2005, fu a un passo dall'essere approvata dal parlamento. In seguito, i ministri dichiararono che il primo mandato di Nkurunziza, dal 2005 al 2010, non contava ai fini del limite di due mandati previsto dalla costituzione, visto che era stato eletto indirettamente dai legislatori, e non dal popolo, e che il mandato 2015-2020 sarebbe stato l'ultimo.

A maggio 2015, poco prima delle elezioni che Nkurunziza ha vinto [en] con quasi il 70% dei voti, la Corte Costituzionale ha ratificato questa posizione, anche se, secondo diverse testimonianze, è stata messa sotto forte pressione [en] (tanto che il vicepresidente della Corte, Sylvère Nimpagaritse, era fuggito dal paese).

Nell'ottobre del 2017, i ministri hanno annunciato il referendum sostenendo che le modifiche proposte sono il frutto delle raccomandazioni raccolte dal governo durante sessioni di ascolto dei cittadini. Tuttavia, ‘International Crisis Group’, un’ organizzazione non-governativa con base in Belgio, ha definito questi incontri una “commedia” servita quasi esclusivamente a fare eco alle posizioni ufficiali, dato il “clima di paura” che circonda la discussione politica, come descritto da Human Rights Watch [en].

Come molti altri oppositori, Pancrace Cimpaye, il portavoce della coalizione CNARED, ha avuto parole dure in proposito. Ha affermato che i cambiamenti previsti sarebbero un danno sia per la costituzione, sia per gli Accordi di Arusha, che furono determinanti per la fine della guerra civile, durata dal 1993 al 2005, ma visti [en] con scetticismo [en] dai leader del partito [en] di governo CNDD-FDD [en].

Il lancio del progetto per seppellire gli Accordi di Arusha e la costituzione da parte di Nkurunziza è una dichiarazione di guerra al popolo burundese. Tra Nkurunziza e il popolo burundese, chi vincerà?

Intanto, le questioni a lungo termine [en], dalla trasparenza [en] all'inclusione economica, restano senza risposta.

Una campagna limitata

Il contesto attuale potrebbe rendere difficoltosa la legittimazione popolare del referendum, considerando le divisioni diplomatiche, l'inefficacia del dialogo, e i 400.000 burundesi ancora presenti nei campi per rifugiati (anche se i ministri in carica contestano i numeri [en] diffusi dall'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, accusandola di manipolazione).

Dal 2015, inoltre, numerosi [en] resoconti hanno documentato [en] omicidi, torture e attacchi ribelli, oltre alla repressione [en] sistematica di dissidenti e media.

Lo scorso dicembre, il presidente Nkurunziza ha avvertito che chiunque manifesti parole o azioni contrarie alle proposte referendarie prima dell'avvio ufficiale della campagna, attraverserà una “linea rossa che non deve essere superata”, e il vicepresidente Gaston Sindimwo ha dichiarato che ciò “solleverebbe disordini”. Tuttavia, il governo sta attualmente conducendo la sua campagna, considerandola una semplice “spiegazione” dei cambiamenti previsti.

L'apertura della campagna è prevista 14 giorni prima del referendum, e qualsiasi atto precedente di propaganda è illegale, come ha dichiarato Prosper Ntahorwamiye, portavoce della CENI (Commissione Elettorale Nazionale Indipendente). Tuttavia, ha anche aggiunto che non è compito della CENI proibire ai membri del governo di fare campagna per il “sì” prima del periodo stabilito.

Voci ufficiali hanno già palesato il loro sostegno al “sì”, inclusi il Ministro dell'interno Thérence Ntahiraja e il difensore civico Edouard Nduwimana. SOS Médias Burundi, un collettivo di giornalisti “underground”, ha riportato che il governatore provinciale Gad Niyukuri ha messo in guardia contro i “detrattori” e ha minacciato di arrestare coloro che faranno propaganda per il “no”.

Agathon Rwasa, vice presidente dell'Assemblea Nazionale e leader dell'opposizione, ha denunciato l'intensificarsi delle persecuzioni contro gli oppositori. Infatti, molti dei suoi simpatizzanti sono stati arrestati con l’accusa di pianificare una campagna per il “no”. In una lettera, Rwasa ha criticato le etichette usate per stigmatizzare chi si oppone agli emendamenti proposti, come quella di essere “antisovranisti”.

Il 5 gennaio, diverse organizzazioni della società civile – tutte ufficialmente radiate, sospese o non riconosciute in Burundi, incluse Aprodh, Ligue Iteka e Focode – hanno lanciato dall'esilio una contro-campagna chiamata “Teshwa ute”, tradotto dal giornale Iwacu come “Fermi, non osate”. Il Ministro dell'Interno la respinge, bollandola come disinformazione basata su notizie mendaci.

Crowdfunding o contributi forzati?

Altrettanto controversa è un’ordinanza che è stata emessa lo scorso dicembre che annunciava il “contributo” dei cittadini al finanziamento delle elezioni, o “crowdfunding”, come l'ha definito il blogger di Yaga, Alain Amrah Horutanga. Viene descritto come volontario, ma l'ammontare dei contributi è stato fissato in base alla categoria di impiego, e ai dipendenti pubblici è richiesta una lettera di spiegazioni nel caso decidessero di non contribuire.

Il Ministro degli Interni e dell'Educazione patriottica Pascal Barandagiye lancia ufficialmente il quadro normativo che regolamenta i contributi per le elezioni del 2020. I cittadini contribuiranno in misura del loro status…

L'oppositore Léonce Ngendakumana ha sottolineato l'apparente obbligatorietà del gesto, e sono stati segnalati “contributi” forzati. I sindacati hanno firmato una lettera di protesta in cui denunciano il fatto che il governo stia prelevando i “contributi” direttamente dai salari.

I donatori esteri si sono ritirati dalle controverse elezioni del 2015 e, da allora, il presidente ha sostenuto che l'auto-finanziamento delle elezioni è una dimostrazione di indipendenza. Eppure, tutto questo accade mentre l'insicurezza e le sanzioni influenzano la vita quotidiana, dall’inflazione alla carenza di carburante, ai bilanci di governo all'insegna dell’austerity.

Che si tratti di esercitare la democrazia o di una presa di potere autoritaria, le modifiche costituzionali proposte e il processo referendario rischiano di rafforzare le divisioni che stanno alla base della situazione di insicurezza, che non accenna a migliorare.

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