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L'ISIS si è ritirato dalla città siriana di Raqqa, ma le sue mine antiuomo continuano a mutilare e uccidere

La distruzione di Al-Qouatli, una strada della città di Raqqa. Foto di Abood Hamam utilizzata con la sua autorizzazione.

Per quasi quattro anni, tra il 2013 e il 2017, la città siriana di Raqqa è rimasta [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] sotto il controllo di uno dei gruppi jihadisti più sanguinosi di questo secolo: l'ISIS, conosciuto anche come ISIL, Daesh e Stato Islamico.

Durante il suo ‘regno’, l'ISIS ha obbligato gli abitanti di questa città, che aveva scelto come capitale del suo “califfato”, a seguire le sue regole estreme. Chiunque disobbediva, veniva ucciso per crocifissione o con altri metodi brutali mediante esecuzioni pubbliche.

A ottobre 2017, dopo una battaglia lunga quattro mesi, le Forze democratiche siriane (SDF) – un'alleanza costituita da curdi, arabi, assiri e altri gruppi sostenuti dagli Stati Uniti – sono riuscite a riprendere il controllo della città ed a cacciare l'ISIS. Stando a quanto riferito dalla BBC, la liberazione di Raqqa sarebbe stata raggiunta dopo un accordo tra l'SDF e l'ISIS, che garantiva ai combattenti dell'ISIS e alle loro famiglie di raggiungere in sicurezza Deir Ezzor, nella Siria orientale.

Nonostante la sconfitta del gruppo a Raqqa, l'ISIS continua ancora a causare danni alla popolazione della città. Al momento di abbandonare la città, uno dei combattenti dell'ISIS aveva ammonito i civili dicendo loro che ‘la terra avrebbe combattuto per loro’.

E ‘la terra sta combattendo per l'ISIS’ grazie anche alle mine antiuomo.

Parlando al telefono con Global Voices, Abu Fares, un uomo di 53 anni che ha perso due figli a causa delle mine antiuomo lasciate dall'ISIS, ha raccontato con una voce addolorata:

When the SDF and the international coalition attacked the city, we were forced to leave. However, we couldn't leave at the beginning of the fight, because ISIS used us as human shields. I lost one of my sons while we were trying to flee the city in the Shahdah district when a landmine exploded.

Quando l'SDF e la coalizione internazionale hanno attaccato la città, ci hanno obbligati a lasciare le nostre case. All'inizio dei combattimenti non potevamo abbandonarle perché l'ISIS ci usava come scudi umani. Ho perso uno dei miei figli mentre cercavamo di scappare dal distretto di Shahdah a causa dell'esplosione di una mina antiuomo.

Al riguardo, leggi anche: L'ISIS ha nascosto centinaia di mine ovunque nella città di Manbij in Siria [it].

Abu Fares ha perso il suo secondo figlio alla fine dei combattimenti:

A month after the battles ended we were allowed to return to our homes. I sent one of my sons to check our home near the clock roundabout, but when he arrived, the landmines were waiting for him in front of the house's door”.

Circa un mese dopo dalla fine dei combattimenti, ci è stato consentito di tornare a casa. Ho mandato uno dei miei figli a controllare la nostra casa, vicino alla rotonda con l'orologio, ma davanti alla porta di casa lo attendevano le mine antiuomo.

Secondo quanto riferisce un membro di “Raqqa is Being Slaughtered Silently”  (Il massacro silenzioso di Raqqa), un gruppo di attivisti locali che documenta le violazioni subite dalla città, da quando l'SDF ha riconquistato la città sono complessivamente morti 220 civili e decine di persone sono rimaste ferite a cause delle mine lasciate dall'ISIS.

Una mina antiuomo lasciata dall'ISIS a Raqqa. Foto scattata dagli attivisti del gruppo “Raqqa is being slaughtered silently” e utilizzata con autorizzazione.

Appena è stata avviata l'operazione “Wrath of Euphrates” (Collera divina dell'Eufrate), il nome in codice dell'operazione contro l'ISIS nel novembre del 2016, l'ISIS ha iniziato a disseminare varie mine per impedire alle forze dell'SDF di avanzare e di entrare a Raqqa. Anziché colpire gli obiettivi previsti, queste mine antiuomo hanno purtroppo spesso ucciso civili che tentavano di sfuggire dai combattimenti.

Questi dispositivi esplosivi hanno anche ucciso numerosi combattenti dell'SDF, tra cui il volontario britannico Oliver Hall, che ha perso la propria vita qualche mese fa mentre tentava di bonificare una mina. Al momento della pubblicazione di questo articolo, l'SDF non aveva ancora reso noto il numero di persone uccise da queste mine.

Un'organizzazione volontaria chiamata “Roj” (l'abbreviazione di Rojava [it], una regione che si estende tra la Siria settentrionale e il Kurdistan occidentale) è attualmente impegnata a rimuovere migliaia di mine con l'aiuto del Consiglio civico di Raqqa [ar] e di alcune organizzazioni internazionali. “Il numero di mine inesplose presenti a Raqqa è inimmaginabile”, ha raccontato a Reuters Panos Moumtzis, il Vice-segretario generale dell'ONU nel febbraio 2018.

Per molti abitanti, questa operazione non sta avvenendo abbastanza velocemente. Amira, 35 anni, ha raccontato a Global Voices di aver dovuto pagare 50.000 sterline siriane (circa 100 dollari) ad un privato per bonificare le mine installate nella sua casa, dopo che le organizzazioni addette alla bonifica avevano respinto la sua richiesta dicendole che non era ancora arrivato il turno del suo quartiere.

Amira ci ha raccontato anche che è stata costretta a rientrare a Raqqa dopo la sua fuga iniziale a causa delle terribili condizioni di vita dei campi profughi messi a disposizione nel nord della Siria per gli sfollati:

ISIS planted mines everywhere, under beds, among the rubble, inside fridges and wash machines even inside an electric lamp experts found a mine.

L'ISIS ha piantato le mine ovunque: sotto ai letti, tra le macerie, nei frigoriferi e nelle lavatrici. Gli esperti hanno addirittura trovato una mina all'interno di una lampadina elettrica.

Secondo i residenti, solo i quartieri residenziali di Al-Tayar, Al-Mishlab e Al-Darriah sono stati completamente bonificati.

Al riguardo, leggi anche: L'esperienza di due attivisti siriani prigionieri dell'ISIS a Al Bab [it]

La bonifica di Raqqa sta procedendo molto lentamente a causa della carenza di fondi e risorse del Consiglio Civile. La situazione sta obbligando i civili a tornare alle loro case, anche se non sicure, con conseguenti morti continue in una città che ha già sofferto tanto per quattro anni durante l'occupazione dell'ISIS.

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