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20 anni dopo la depenalizzazione dell'omosessualità in Ecuador, la comunità LGBTI continua a essere punita

Le famiglie di coloro che sono stati sequestrati e confinati in cliniche per “curare l'omosessualità” richiedono i “servizi” di questi istituti e li pagano per tenere internati i loro familiari. Disegno di Mónica Rodríguez utilizzata con la sua autorizzazione.

Quella che segue è una riedizione di un'inchiesta scritto da Carlos Flores, originariamente pubblicato dalla rivista Connectas [es] con la collaborazione dell'autore. Fa parte di una serie in tre parti che sarà pubblicata e tradotta da Global Voices. Il rapporto completo contiene ulteriori testimonianze e analisi dettagliate delle incoerenze legali che permettono la violenza e la discriminazione nei confronti dei gay, transgender e transessuali in Ecuador.

La prima parte, riportata di seguito, contiene le testimonianze di vittime che sono state ospiti di questi istituti che sostengono di essere in grado di “curare” l'omosessualità. Nelle altre parti della serie verranno invece esaminate le carenze del sistema giudiziario nonché gli ostacoli sociali che impediscono di proteggere i diritti della comunità LGBTI.

Vent'anni dopo la depenalizzazione dell'omosessualità in Ecuador [en], la comunità LGBTI continua a essere punita dalla società e raramente viene tutelata dalla legge. I maltrattamenti e le discriminazioni prendono varie forme e vengono perpetrati da organizzazioni che sfuggono al controllo dello stato. Alcune di queste organizzazioni asseriscono di essere cliniche per disintossicarsi, ma in realtà si occupano di “curare” l'omosessualità. Gli abusi che si verificano all'interno di queste cliniche sono tra i più vari e diversificati.

È opinione diffusa che in Ecuador le torture fisiche e psicologiche – che includono insulti, umiliazioni, diete malsane, pestaggi, elettroshock e perfino “stupri correttivi” – siano state usate come cosiddette “terapie di cura per l'omosessualità” per “molto tempo”.

Alcune testimonianze delle vittime rinchiuse in questi istituti hanno dato vita ad opere come quelle di Paola Paredes [en], che ha raccontato dei maltrattamenti che hanno subito varie donne ricoverate in queste strutture. Alle testimonianze rivelano che sono le famiglie stesse a collaborare con queste cliniche e che molte donne vi vengono portate da organizzazioni religiose.

L'assenza di controllo e protezione da parte del governo è evidente in casi come quello di Jonathan Vásconez, un uomo transgender che è vissuto in isolamento per un anno e mezzo, e che ha tentato di fuggire, ma gli è stato impedito, per due volte da El Centro La Estancia (The Ranch) a Patate (Tungurahua) nel nord-ovest dell'Ecuador.

La sua storia è iniziata quando aveva 23 anni. Aveva già una figlia e usava ancora il suo nome di donna che i genitori gli avevano dato alla nascita, María de los Ángeles. In occasione di un incontro con il proprio partner, venne intercettato da tre estranei che lo picchiarono e lo ammanettarono dicendogli che erano poliziotti. Jonathan dice che è stata la sua famiglia a farlo internare contro la sua volontà, con la falsa accusa che fosse un tossicodipendente. All'interno del centro ha subito numero abusi ed aggressioni [es]:

Pidieron a tres compañeros que se levantaran y trajeran un tanque café, que me llegaba a la cintura, lleno de agua. Entre los tres me metieron al tanque, de cabeza, unas ocho veces. Puedo decir que ahí vi la muerte. El director de la clínica me grababa con un celular y me pedía que dijera que había ido a robar a mi hija, cosa que no era cierta. Cuando vieron que me moría, me dejaron […] Estuve un mes y una semana, esposado a la cama, y me hacían comer en el piso…

Chiesero a tre uomini di portare una vasca marrone piena di acqua che arrivava alla mia vita. Tutti e tre a turno mi hanno infilato nella vasca con la testa in giù circa otto volte. Ho visto la morte da vicino. Il direttore della clinica mi ha registrato con un cellulare e mi ha ordinato di dire che avevo tentato di fuggire per rapire mia figlia, ma non era vero. Quando hanno visto che stavo morendo, mi ha lasciato andare […] Sono stato lì per un mese e una settimana, ammanettato al letto e mi facevano mangiare sul pavimento…

Dopo poco, Jonathan è riuscito a fuggire, ma per ordine di sua sorella è stato nuovamente catturato.

L'uso della religione e il dispezzo della giustizia

Le cliniche e i loro dirigenti vengono raramente processati, e quando accade sembrano scomparire nel nulla o cambiare nome. Inoltre, molti istituti utilizzano le leggi e i valori religiosi per dare una struttura e uno scopo al loro lavoro. In ogni caso, non è chiaro se queste cliniche continuino ad operare con un nuovo nome o in altre località, anche in caso di denuncia o intervento da parte delle autorità.

Va detto anche che molte vittime evitano di denunciare i maltrattamenti per paura di subirne altri da parte delle persone che li hanno già maltrattati.

Questo è ciò che è accaduto a Luisa (il nome è fittizio), che è stata internata in uno di questi centri su richiesta dei genitori perchè non accettavano l'idea che fosse lesbica e che si fosse innamorata della cugina, con la quale vive attualmente. Ricorda molto bene la “terapia” a cui è stata sottoposta: doveva lavarsi prestissimo la mattina e in appena cinque minuti, pregare, seguire il programma di 12 fasi usato per i tossicodipendenti, la malnutrizione e le frasi che le venivano ripetute giorno dopo giorno, mentre le imponevano le mani sulla testa. “Non sei lesbica. Ti cureremo noi. C'è molta confusione nella tua vita, ma vedrai che [dopo la cura] imparerai ad amare gli uomini”,

Luisa ha vissuto questa esperienza traumatica nel 2012, a soli 24 anni, e ha trascorso quattro mesi condividendo il suo spazio personale con altre lesbiche. Alcuni ospiti del centro erano tossicodipendenti e altri, come lei, no. Dopo aver lasciato il centro, è tornata a casa ma il suo spirito era completamente cambiato. Due settimane dopo, il padre di Luisa riprese ad attaccarla violentemente e fu allora che decise di scappare per paura di essere nuovamente internata.

Luisa non ha mai voluto niente più che a fare con il centro Hogar Renacer (“La casa della rinascita”, ovvero la clinica dove era stata internata). “Non mi sono mai lamentata. Non volevo cacciarmi nei guai. Le persone che ci lavoravano erano pericolose”.

L'ufficio del procuratore distrettuale non fornisce dettagli sui casi risolti o sulle condanne di coloro che sono considerati “casi simbolici”, a causa dell'influenza che queste persone hanno sull'opinione pubblica. Nonostante tutto, continuano ad affermare che l'incidenza dei fenomeni è diminuita anche se i collettivi e le organizzazioni sociali la pensano diversamente.

Fundación Causana [es], un “collettivo di lesbiche e femministe” che lotta per difendere i diritti della comunità LGBTI, afferma che solo tra il 2016 e 2017, si sono già occupati di otto casi impedendo il ricovero delle persone interessate in queste strutture. Le condizioni sociali delle persone vittime di questo trattamento non sono cambiate molto, nonostante il fatto che le leggi si siano evolute. Pertanto, benché la legislazione attuale abbia aperto la porta al rispetto e all'uguaglianza per tutti, l'Ecuador è ben lontano dall'aver risolto il problema.

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