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Generazioni di contadini hanno occupato le terre nella campagna abbandonata del Paraguay per sopravvivere

Mariano Castro con il suo raccolto di zucche. Foto scattata da Melanio Pepangi e utilizzata con la sua autorizzazione.

Quella che segue è una versione abbreviata di un articolo pubblicato da Kurtural [es, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] che viene ripubblicata su Global Voices con l'autorizzazione dell'autore. Fa parte della serie “I senza terra non vanno al supermercato”, che verrà rieditata per Global Voices.

Quando era più giovane, Mariano Castro ha contribuito alla fondazione della comunità paraguayana di by Pytã. Oggi, ha una casa di cinque stanze e una fattoria con pollai, recinti di maiali, nove mucche e un granaio con sei tonnellate di grano che ha raccolto manualmente. Ha dozzine di alberi da frutto, una stufa a legna e un raccolto recente di gigantesche zucche arancioni. Ha 55 anni, uno sguardo sereno e vulnerabile e un sorriso timido. Con sua moglie, Élida Benítez, ha avuto otto figli ed ha cinque nipoti. Due dei suoi figli sono morti: uno è in prigione e l'altro è stato ucciso.

A Mariano Castro manca solo una cosa: il diritto di proprietà sulla terra che ha coltivato per così tanti anni.

È una mattina d'inverno, una mattina calda e soleggiata come tante altre tipiche degli inverni del Paraguay, e Mariano è già nei campi, come suo solito, prima dell'alba. È nato nella città di Caacupé nel 1962, un anno prima della costituzione dell'Istituto per il Benessere Rurale (IBR) e l'approvazione della legge sull'agricoltura in Paraguay. Due eventi che avrebbero cambiato il corso della vita di Castro.

Quando aveva 2 o 3 anni, Enrique, il padre di Castro lasciò la propria abitazione a Caacupé in cerca di terra da poter coltivare per sostenere i propri figli. Iniziò a cercarla vicino a Caaguazú, una delle aree del Paraguay più colpite dalla lotta per la riforma agraria, un'idea che avrebbe fatto sprofondare l'intera regione in una crisi negli anni '70. In Paraguay, la riforma agraria fu cooptata dall'allora dittatore Alfredo Stroessner, per distribuire illegalmente ingenti porzioni di terra equivalenti a circa 8 ettari di terreno, ossia all'estensione di Panama, ai suoi sostenitori ed amici. Questo terreno distribuito illegalmente, che in Paraguay viene chiamato “tierras malhabidas” (terreni acquisiti in modo illecito), è spesso oggetto di controversie tra i coloni che formano nuove comunità e i presunti proprietari dei terreni. Per cercare della terra, il padre di Castro si spinse molto più a est prima di decidere di insediarsi permanentemente a Curuguaty, una comunità nel distretto di Canindeyú, al confine con il Brasile.

Qualche decennio più tardi, Castro seguì le orme del padre. Nell'estate del 1996, quando Castro era poco più che trentenne, trovò un terreno da occupare a circa 270 km da Asunción, la capitale del Paraguay.

Nel 2013 quella colonia, che oggi si chiama Yby Pytã I, e altre quattro comunità rurali dei dintorni, si unirono formando la municipalità di Yby Pytã.

Occupare il terreno è stato il mezzo principale usato dai paraguayani per avere accesso alla terra. Tre generazioni della famiglia Mariano hanno ottenuto le loro proprietà occupandole. Foto scattata da Melanio Pepangi e usato con la sua autorizzazione.

I terreni agricoli di Yby Pytã avevano dei proprietari, ma Castro afferma che quei terreni erano improduttivi e che si trattava di grossi lotti di terreno sottoposti ad espropriazione legale. Inoltre, per lui, la terra appartiene a chi la usa e per usarla bisogna occuparla.

Occupare la terra è stato il mezzo principale utilizzato dai contadini paraguayani per avere accesso alla terra. “Tutte le colonie e le municipalità di questo paese sono nate occupando la terra”, afferma Perla Álvarez, un membro dell'Organizzazione Nazionale delle Donne Contadine ed Indigene (Conamuri). La ricercatrice Mirta Barreto, che ha pubblicato molti libri sul problema della distribuzione dei terreni, concorda sul fatto che la maggior parte dei terreni siano controllati dai contadini paraguayani che li hanno ottenuti grazie all'occupazione.

Come formare una comunità

Misurando, zappando, tagliando, ripulendo, occupandosi del bestiame e via di seguito. Questo è il modo in cui viene occupata la terra e in cui si formano le colonie e le cittadine. Mariano Castro lo sa perché si è dedicato per un anno e mezzo a queste attività. Per 18 mesi, percorreva circa 37 km tra casa sua a Curuguaty e Yby Pyta con una carovana di giovani distrutti dall'estenuante e continuo lavoro di zappare, tagliare, ripulire in continuazione.

Per Castro, la terra appartiene a chi la lavora e per lavorarla bisogna occuparla. Foto scattata da Melanio Pepangi e utilizzata con la sua autorizzazione.

Per Castro era un viaggio lungo e difficoltoso. “I miei figli mi chiedevano perché non stavo a casa, perché li abbandonavo. Trascorrevo circa due settimane alla volta nella colonia. Qualche volta stavo via di casa più a lungo, perché non c'erano trasporti e percorrere quelle distanze a piedi era faticoso”, afferma.

Poco a poco la colonia ha iniziato a prendere forma: ciascun membro del gruppo si è occupato del proprio lotto di 25 acri, come previsto dalle legge sull'agricoltura paraguayana. Castro ha costruito una casetta, con pareti di bambù e i pavimenti lavorati a mano.

Una tradizione interrotta

Nel 2012, Castro non aveva motivo di preoccuparsi quando tre dei suoi figli – Néstor, Adalberto e Adolfo – decisero di occupare nuovi terreni per sostenere e far crescere le loro famiglie. Per lui, seguivano semplicemente i suoi passi, come lui aveva seguito quelli del padre Enrique. Con il permesso di Castro, i figli scelsero Marina Kue come futura sede della loro colonia, un terreno di proprietà dello stato sul lato opposto rispetto a Yby Pytã I.

La mattina del 15 giugno 2012 però Néstor, Adalberto, Adolfo e altri membri della nuova colonia si trovano ad affrontare oltre 300 poliziotti che erano arrivati a Marina Kue per far sgombrare i coloni. Alla fine della giornata, erano morti sei poliziotti e 11 contadini, tra cui Adolfo. Successivamente, dopo un lungo e ampiamente condannato processo in cui si è indagato solo sui decessi dei poliziotti, Néstor è stato condannato a 18 anni di prigione.

I figli ed i nipoti di Mariano Castro che posano per una foto a Marina Kue il sabato pomeriggio, dopo l'incontro con i nuovi abitanti della comunità. Foto scattata da Melanio Pepangi e utilizzata con la sua autorizzazione.

Dopo gli scontri del 15 giugno, che sono passati alla storia con il nome di Massacro di Curuguaty [en], Castro ha abbandonato i suoi campi per recarsi ad Asunción e lottare per la liberazione dei suoi figli Néstor e Adalberto. Ha passato anni a protestare, parlare con i giornalisti e a collaborare alla difesa dei suoi figli. Ha venduto una dopo l'altra le sue 29 mucche per pagare le spese legali e mediche.

Oggi, Castro è tornato nei suoi campi. I coloni sono tornati a Marina Kue e tra loro ci sono anche i figli di Castro, Adalberto e Rodolfo. Castro è tornato a svegliarsi ogni mattina alle 4:30 prima del sorgere del sole, fa colazione e si reca nei suoi campi per renderli fertili con il suo lavoro. Trascorre le sue giornate ad arare, zappare e lavorare con l'erpice la terra per cui ha lottato per 20 anni.

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