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Gli Ahwazi dell'Iran continuano a soffrire, altri due attivisti scomparsi sono stati giustiziati

Gli Ahwazi di origine araba dell'Iran protestano contro lo sfruttamento delle risorse petrolifere e gli abusi contro i diritti umani davanti agli uffici di Londra di NIOC (National Iranian Oil Company) il 3 luglio 2016. Immagine di proprietà della Peter Tatchell Foundation utilizzata con la sua autorizzazione.

I racconti di arresti illegali e ingiusti, e perfino di morti, sono finiti in prima pagina [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] sulla scia delle proteste avvenute quest'inverno in Iran. Inizialmente, i dimostranti si erano mobilitati contro lo stallo dell'economia del paese e il massiccio aumento dei prezzi dei generi alimentari, ma con il tempo la protesta è degenerata in un'aperta critica della leadership iraniana.

La recente morte misteriosa del Dr. Kavvous Seyed Emami, un professore e attivista ambientale estraneo alla politica, ha suscitato molto clamore. Benché tragedie di questo tipo siano ovviamente sconvolgenti, incidenti simili si verificano da anni tra la popolazione araba degli Ahwazi iraniani, anche se richiamano meno attenzione.

Sono oltre dieci milioni gli Ahwazi che vivono nelle province di Khuzestan, Bushehr, Hormozgan e dell'Isola di Qeshm. Costituiscono infatti la maggioranza della popolazione della regione che loro chiamano “Ahwaz”. Nonostante vivano nella regione dove si trova il 95% delle risorse petrolifere e di gas naturale dell'Iran, gli Ahwazi di origine araba vivono in povertà e sono vittime di una politica simile a quella dell'apartheid. Essendo considerati inferiori a causa della loro etnia, la maggior parte di loro vive sotto alla soglia di povertà ed ha un accesso limitato o nessun accesso a opportunità di lavoro, istruzione, assistenza sanitaria o servizi di base.

Questa comunità ha sofferto in silenzio ed è stata perseguitata dal governo iraniano per oltre un secolo, nella totale indifferenza della comunità internazionale. A rendere il problema più acuto è la completa assenza di informazioni su ciò che sta accadendo nella regione di Ahwaz. La pulizia etnica è la norma: sono ormai centinaia di migliaia le persone che sono state sfollate dalle loro abitazioni, senza preavviso o senza alcun risarcimento.

Di recente sono anche state uccise diverse persone coinvolte in attività pacifiche di difesa dei diritti umani a favore degli Ahwazi dell'Iran. Tra questi, Sayed Habib Rahmani Moussawi e Mahdi Haradani [fa], due dissidenti Ahwazi arabi detenuti che sono stati uccisi dai servizi di intelligence iraniani.

Attualmente, i funzionari di governo si rifiutano di consegnare i corpi dei giovani o di comunicare il luogo della loro sepoltura ai familiari, che sono stati a loro volta minacciati di essere arrestati qualora celebrino i tradizionali riti funebri. Si sospetta che i due giovani siano morti a causa delle torture subite durante la loro detenzione.

Moussawi era un attivista che si batteva per la politica, la cultura e i diritti umani. Era molto conosciuto e rispettato nel quartiere di Al-Thawra della capitale, Ahwaz, per le sue instancabili campagne a favore della libertà del popolo  Ahwazi. Si occupava di promuovere la diffusione della lingua araba e di insegnare ai giovani della regione il ricco retaggio della cultura araba. Era già stato arrestato nel 2005 e nel 2007 a causa del suo attivismo.

Haradani, che proveniva dal quartiere Mandali della città, si occupava di attività simili. Era scomparso lo scorso ottobre. Il loro attivismo pacifico aveva suscitato l'ira delle autorità che vietano l'insegnamento della lingua araba, nonostante sia la lingua nativa del popolo indigeno della regione di Ahwaz, così come l'uso degli abiti arabi tradizionali.

Entrambi erano stati arrestati dagli agenti delle Guardie Rivoluzionaria nel 2017. Per mesi è stato impedito loro di mettersi in contatto con i familiari. Inoltre, le autorità non hanno mai formalizzato le accuse, hanno tenuto nascoste informazioni sulla loro effettiva ubicazione e informato i familiari che gli uomini erano stati giustiziati solo in occasione di un incontro con i familiari ad Ahwaz, il 14 febbraio 2018.

In una telefonata struggente, la vedova di Sayed Rahmani Moussawi ha raccontato a Global Voices che il calvario è iniziato quando il marito è stato portato via di forza delle forze del regime a metà del giugno del 2017, durante il periodo del Ramadan. Pur non essendo stata ufficialmente informata del suo arresto, la famiglia era sicura che Rahmani, padre di tre figli, fosse stato preso di mira per le sue attività in difesa dei diritti degli Ahwazi. La moglie di Moussawi ha dichiarato che il non sapere se il marito fosse vivo o morto era una vera agonia:

We searched for him at all the relevant government agencies, but we were unable to get any information. On Thursday, we were summoned by the regime intelligence services, and they informed us that he had been executed.

Lo abbiamo cercato presso tutte le agenzie governative, ma non siamo riusciti a ottenere informazioni. Giovedì, siamo stati chiamati dai servizi di intelligence del regime ed è stato allora che ci hanno informato che era stato giustiziato.

Pur sapendo che lei e i suoi figli potrebbero essere oggetto di ritorsioni, la donna ha raccontato della crudele persecuzione che suo marito ha subito da parte delle autorità iraniane negli anni che hanno preceduto la sua morte:

My husband was innocent — all he did was to raise awareness of the regime’s policies aimed at eradicating Ahwazi people from our homeland by every means, including wiping out our language.

Mio marito era innocente. L'unica cosa che ha fatto è stato richiamare l'attenzione del pubblico sulle politiche del regime che miravano ad sradicare con ogni mezzo il popolo Ahwazi dalla sua patria, ed eliminare ogni traccia della nostra lingua.

Mentre parlava, si è interrotta più volte per riprendere un contegno, perché il suo dolore ancora recente prendeva il sopravvento:

He organized various Arab celebrations in our home to teach people about the importance of protecting our Arabic language and identity. These cultural and civic activities led to regime agents having him dismissed from his job at many places, and blacklisted so that when he applied for job positions in many areas, the recruitment staff would tell him, ‘Sorry, we’re unable to hire you for security reasons.’

This persecution caused us great suffering — sometimes we couldn’t provide bread for our children or ourselves. Last Ramadan, I was fasting. It was just after our third baby was born. Our children told him, ‘Dad, Dad, we need you to make us happy, to buy sweets for us — you promised to make us happy and buy sweets for us, you promised to make us happy.’

I still remember when he heard those words, his tears came rolling down his cheeks and he said, ‘Sure, I’m going to do that.’

Then he came to me and asked me, ‘Do we have dinner to break our fast?’

I told him, ‘We have tea and bread.’  He wept a lot and he gently hit his head against the wall in frustration, then he went out, saying ‘I’ll borrow money from my friend and I’ll come back.’

Those were his last words to me, and the last time I and my children saw him. We waited for hours, days, weeks, months, and we searched everywhere, but no news and no trace of him was found.

Organizzava vari eventi in arabo in casa nostra, per insegnare agli altri quanto fosse importante proteggere la lingua e l'identità araba. A causa di queste attività culturali e civiche, gli agenti del regime lo hanno fatto licenziare da vari datori di lavoro e messo in una lista nera in modo che, ovunque facesse domanda, l'ufficio del personale gli rispondesse “Non possiamo assumerti per motivi di sicurezza”.

Questa persecuzione ci ha causato immense sofferenze. A volte non avevamo nemmeno il pane né per noi né per i nostri bambini. Durante l'ultimo Ramadan, io stavo digiunando. Era da poco nato il nostro terzo figlio. I nostri figli gli hanno detto: “Papà, devi farci felici e comprarci delle caramelle. Avevi promesso di farci felici e di comprarci delle caramelle. Avevi promesso di farci felici”.

Ricordo ancora che le lacrime hanno iniziato a rigargli il viso quando ha sentito queste parole e che ha risposto “certo che lo farò”.

Poi mi hanno chiesto “romperemo il digiuno con una cena?”.

In quell'occasione gli ho detto che avevamo tè e pane. Piangeva tanto e sbatteva la testa contro il muro frustrato, poi è uscito dicendo “Vado a chiedere un prestito a un amico e torno”.

Queste sono state le sue ultime parole e anche l'ultima volta che io e i miei figli l'abbiamo visto. Abbiamo aspettato per ore, giorni e mesi e lo abbiamo cercato ovunque ma non c'era traccia di lui”.

La moglie di Moussawi ci ha raccontato anche di quando ha saputo che era stato giustiziato dal regime:

They didn’t tell us what he did, what the charges against him were, where his trial was, why they kept us in the dark about his detention. It’s very likely that they killed him under torture when they were trying to get false confessions to try to link him to something — when they couldn’t, they killed him, and to cover that up, they say he was hanged.

Non mi hanno mai detto cosa aveva fatto, di cosa era accusato, dove si celebrava il suo processo, perché non ci hanno fornito informazioni sulla sua detenzione. È altamente probabile che lo abbiano ucciso mentre lo stavano torturando per ottenere una falsa confessione che lo collegasse a qualcosa… Quando non ci sono riusciti, l'hanno ucciso per coprire il tutto. Dicono che è stato impiccato.

Anche alla famiglia di Mahdi Haradani è stata notificata in modo perentorio la sua morte mentre era in custodia e, anche nel suo caso, i funzionari si sono rifiutati di fornire informazioni sulle accuse che gli erano state imputate e di riconsegnare il corpo ai familiari.

Casi raccapriccianti come questi sono la norma e non l'eccezione per il popolo Ahwazi. Gli attivisti scompaiono regolarmente e i loro familiari scoprono solo mesi dopo che sono stati arrestati e detenuti nelle malfamate prigioni segrete del regime.  Vengono uccisi sotto tortura e rapidamente giustiziati dopo processi “farsa” sulla base di false accuse, come quelle di essere un “Moharebeh” (“nemico di Dio”). Questi “processi” non rispettano gli standard delle leggi internazionali: vengono messi su per salvare le apparenze, agli imputati viene negato il diritto di richiedere l'assistenza di un avvocato e i verdetti sono già stati decisi.

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