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‘La Grande Marcia’ per il diritto di ritorno dei rifugiati palestinesi è stata repressa nel sangue

Giornata della Terra Palestinese 2018, 30 marzo. Foto di Issam A. Adwan. Utilizzata con permesso.

Dopo mesi di preparazione, il 30 marzo, decine di migliaia di manifestanti palestinesi hanno lanciato la “Grande Marcia del Ritorno” lungo i confini orientali di Gaza con Israele per commemorare la Giornata della Terra Palestinese [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione].

La mobilitazione si è conclusa con la morte di alcuni manifestanti, quando l'esercito israeliano ha aperto il fuoco sulle circa 30.000 persone presenti, uccidendo almeno 20 palestinesi e ferendone oltre 1.600. Mentre le autorità israeliane hanno affermato che si trattava di una reazione “moderata”, testimonianze dirette e riprese video mostrano invece l'uso sproporzionato della forza. Da allora è stato soprannominato il “Massacro della Giornata della Terra Palestinese” o il “Massacro della Pasqua Ebraica“, quest'ultimo termine usato in particolare dagli attivisti ebrei che si opponevano a quanto accaduto.

Altri manifestanti sono stati feriti e uccisi dalle forze di sicurezza nei giorni successivi, tra cui Yaser Murtaja, un fotoreporter di 30 anni che è stato colpito da un cecchino israeliano nello stomaco e che successivamente è morto a causa delle ferite riportate.

Il sindacato dei giornalisti palestinesi ha affermato che almeno 7 giornalisti palestinesi, che indossano chiaramente i giubbotti antiproiettile che descrivono chi sono, sono stati colpiti dalle forze israeliane nelle proteste di venerdì a Gaza.

Gli altri due nella foto sono Adham al-Hajjar e Khalil Abu Athira.

Cos'è la Grande Marcia del Ritorno?

La Grande Marcia del Ritorno è una campagna pacifica di sei settimane che chiede di permettere ai rifugiati di tornare alle terre da cui sono stati espulsi decenni fa.

Poster della Giornata della Terra Palestinese del 1985. Fonte: Wikipedia.

Il movimento ha avuto inizio durante la Giornata della Terra Palestinese 2018, che segna la data nel 1976 quando il governo israeliano annunciò il suo piano per espropriare migliaia di dunam [it] di terra palestinese a fini di insediamento israeliano.

In risposta a questo annuncio più di 40 anni fa, uno sciopero e alcune marce furono organizzate in città palestinesi all'interno dello stato di Israele, che terminarono in scontri con le forze di sicurezza israeliane durante i quali furono uccisi sei palestinesi disarmati.

La Giornata della Terra Palestinese è diventata da allora un simbolo di resistenza civile alle politiche discriminatorie contro i palestinesi, sia all'interno di Israele che nei territori palestinesi occupati.

Le proteste della Grande Marcia del Ritorno proseguiranno fino al 15 maggio per commemorare il 70° anniversario della “Nakba”, cioè “catastrofe”. Il termine si riferisce alla violenta espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalle loro terre da parte delle milizie sioniste, per far posto all'istituzione dello stato di Israele nel 1948, che alcuni attivisti e analisti descrivono come pulizia etnica.

‘La prigione a cielo aperto più grande del mondo’

Gaza è uno stretto territorio costiero lungo 40 chilometri con recinzioni e muri di cemento che scorrono lungo i suoi confini con Israele ed Egitto. Israele ed Egitto hanno imposto un embargo sulla Striscia per oltre un decennio. Di conseguenza, le condizioni di vita a Gaza sono pessime e la libertà di movimento degli abitanti è severamente limitata, al punto che Gaza viene spesso descritta come “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”.

Oggi, la maggior parte della popolazione di Gaza è composta dai primi rifugiati della Nakba e dai loro discendenti. Degli 1,9 milioni di persone che vivono a Gaza, 1,3 milioni sono rifugiati. Spesso ignorati nella copertura del conflitto israelo-palestinese, i rifugiati palestinesi sono in realtà una componente centrale di esso.

Jehad Abu Salim, un ricercatore palestinese di Gaza, scrivendo per 972mag nel 2016, ha spiegato:

The Nakba is not history relegated to the past, but history lived in the present: in the narrow alleys of the crowded refugee camps, in the women who leave their humble houses in the camps every morning to receive their food packages, in the barefoot children who play soccer on Gaza’s beach, and in the lands of depopulated villages just beyond the fence still visible from the rooftops of Gaza’s refugee camps. The Nakba is still present in Gaza, not only by the continuation of the state of refuge, but also by the continuity of the rupture that it caused.

La Nakba non è una storia relegata al passato, ma è vissuta nel presente: negli stretti vicoli degli affollati campi profughi, nelle donne che ogni mattina lasciano le loro umili case nei campi per ricevere i loro pacchi di cibo, nei bambini scalzi che giocano a calcio sulla spiaggia di Gaza e nelle terre dei villaggi spopolati, appena oltre la recinzione, ancora visibili dai tetti dei campi profughi di Gaza. La Nakba è ancora presente a Gaza, non solo per la continuazione dello stato di rifugiati, ma anche per la continuità della rottura che ha causato.

‘La maggior parte della popolazione di Gaza è composta da rifugiati che lavorano per tornare a casa’

La giornalista palestinese Mariam Barghouti recentemente ha fatto questa osservazione in un suo tweet, aggiungendo che l'assedio israeliano ed egiziano su Gaza, che è stato rafforzato nel 2007 quando il gruppo Hamas è salito al potere, è stato attivamente sfidato dai palestinesi a Gaza:

È importante ricordare che la maggior parte della popolazione di Gaza è costituita da rifugiati che lavorano per tornare a casa. Non stanno ad aspettare, ma stanno lavorando attivamente. Quasi 11 anni di assedio a Gaza, e stanno ancora protestando in migliaia per il diritto al ritorno, il diritto di vivere in dignità e libertà.

Tra le attività che si sono svolte ci sono piantare ulivi e creare tende erette a 700 metri dalla recinzione installata da Israele, come simbolo del diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi:

In preparazione alla Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, gli attivisti piantano ulivi vicino al confine di Gaza. ✌

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