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Facebook ammette il ritardo nell'affrontare i discorsi d'odio in Myanmar

“Un monaco usa il suo cellulare alla pagoda Shwedagon a Yangon in Myanmar.” Immagine e didascalia di Remko Tanis. Flickr photo, (CC BY-NC-ND 2.0)

Il 15 febbraio 2018 Facebook scrisse [en, come i link seguenti] che i suoi sforzi nell'affrontare disinformazione, notizie false e discorsi di incitamento all'odio in Myanmar erano stati lenti e inadeguati:

The ethnic violence in Myanmar is horrific and we have been too slow to prevent misinformation and hate on Facebook.

La violenza etnica in Myanmar è orribile e siamo stati troppo lenti nel prevenire la disinformazione e l'odio su Facebook.

L'azienda citò alcuni problemi tecnici e altre ragioni per cui aveva fallito nell'agire con decisione contro la disinformazione in Myanmar:

The rate at which bad content is reported in Burmese, whether it’s hate speech or misinformation, is low. This is due to challenges with our reporting tools, technical issues with font display and a lack of familiarity with our policies.

La frequenza con cui vengono segnalati i contenuti negativi in birmano, che si tratti di discorsi di incitamento all'odio o disinformazione, è bassa. Questo è causato dalle difficoltà con i nostri strumenti di segnalazione, problemi tecnici con la visualizzazione dei font e una mancanza di familiarità con le nostre politiche.

Durante la sua udienza di fronte al Senato degli Stati Uniti di aprile 2018, l'amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg esaltò invece i progressi dell'azienda nel rimediare alla diffusione dei discorsi di incitamento all'odio in Paesi come il Myanmar.

Tuttavia sette organizzazioni della società civile firmarono una lettera in cui smentivano le dichiarazioni di Zuckerberg e sottolineavano le “mancanze intrinseche” nella capacità di Facebook di rispondere alle emergenze. Zuckerberg si scusò rapidamente e promise di fare di più per impedire di usare Facebook per promuovere discriminazioni e violenza religiosa in Myanmar.

L'uso di Facebook ha subito un'impennata in Myanmar negli ultimi anni, ma questo ha portato anche a una vasta diffusione di notizie false, discorsi di incitamento all'odio e altre forme di disinformazione che prendono di mira la minoranza musulmana del Paese e in particolare il popolo apolide dei Rohingya.

Gruppi buddhisti estremisti sono stati accusati di fomentare odio e intolleranza nei confronti dei Rohingya, portando a scontri violenti, migrazione forzata degli abitanti musulmani dello Stato di Rakhine e l'aumento di persecuzioni online contro le minoranze.

Il governo del Myanmar rifiuta di riconoscere i Rohingya come uno dei gruppi etnici del Paese e li considera immigrati clandestini.

Anche prima della testimonianza di Zuckerberg al Senato degli Stati Uniti, le autorità delle Nazioni Unite avevano incolpato Facebook per il suo fallimento nel prevenire i discorsi d'odio in Myanmar.

Marzuki Darusman, presidente della Commissione indipendente di indagine sul Myanmar, il 12 marzo 2018 riferiva:

[H]ate speech and incitement to violence on social media is rampant, particularly on Facebook. To a large extent, it goes unchecked.

I discorsi di incitamento all'odio e alla violenza dilagano senza freni sui social media, in particolare su Facebook. Per la maggior parte non subiscono alcun controllo.

Yanghee Lee, oratore speciale sui diritti umani in Myanmar, spiegò ai membri della 37esima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite:

[T]he level of hate speech, particularly on social media, has a stifling impact on asserting sensitive and unpopular views.

Il livello dei discorsi dell'odio, in particolare sui social media, scoraggia le persone dall'esprimere opinioni sensibili e impopolari.

Un aggiornamento di Facebook nell'agosto del 2018 permise la revisione dei meccanismi implementati nei mesi precedenti per affrontare i discorsi d'odio e la disinformazione, ad esempio grazie ai seguenti programmi sviluppati da Facebook:

In the second quarter of 2018, we proactively identified about 52% of the content we removed for hate speech in Myanmar.

As of this June, we had over 60 Myanmar language experts reviewing content and we will have at least 100 by the end of this year.

We proactively identified posts that indicated a threat of credible violence in Myanmar. We removed the posts and flagged them to civil society groups to ensure that they were aware of potential violence.

Nella seconda metà del 2018 abbiamo attivamente identificato circa il 52% dei contenuti rimossi per incitamento all'odio in Myanmar.

A giugno abbiamo più di 60 esperti di lingua del Myanmar che revisionano i contenuti e ne avremo almeno 100 per la fine dell'anno.

Identifichiamo attivamente post che indicano minacce di violenza credibile in Myanmar. Rimuoviamo i post e li segnaliamo a gruppi della società civile per assicurarci che siano consapevoli delle potenziali aggressioni.

L'aggiornamento di Facebook era arrivato il giorno dopo la pubblicazione di un reportage speciale di Reuters sulle ‘esigue’ risourse stanziate dall'azienda di tecnologia per risolvere le lamentele legate ai discorsi di odio in Myanmar. Reuters ha anche identificato circa 1.000 post con contenuti di incitamento all'odio ancora visibili su Facebook nella prima settimana di agosto 2018.

Facebook ha riconosciuto il legame tra i discorsi di odio online e la violenza inflitta alle minoranze in Myanmar, ma resta da vedere fino a che punto le azioni dell'azienda fermeranno la diffusione dei contenuti di odio. Questo caso, tuttavia, dovrebbe incoraggiare la società civile e i difensori dei diritti umani a fare ulteriori pressioni su Facebook e altre piattaforme digitali per prevenire la pubblicazione e la trasmissione di disinformazione in Myanmar e nel mondo.

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