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Netizen Report: che ruolo ha Facebook nell'ambito della guerra civile in Libia?

Categorie: Medio Oriente & Nord Africa, Libia, Citizen Media
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Libici nel centro di Tripoli protestano contro la presenza continua di gruppi armati nel 2011. Foto di Maghrebia via Wikimedia (CC BY 2.0)

Il Netizen Report di Global Voices Advocacy offre uno spaccato internazionale sulle sfide, vittorie e tendenze emergenti nei diritti di internet a livello mondiale.

Agli inizi di settembre 2018, Facebook è rimasto bloccato [2] [en, come i link seguenti, salvo diversa diversa indicazione] nella capitale libica Tripoli e nelle città circostanti, mentre infuriavano i combattimenti tra milizie armate. [3] Il 3 settembre, la Reuters ha riferito che il blocco è iniziato verso mezzogiorno, ora locale, e che, sebbene i cittadini potessero collegarsi ad altri siti web, Facebook era inaccessibile.

Non è ancora chiaro chi abbia bloccato la piattaforma, né per quali motivi. Al Jazeera [4] ha riferito che le Poste Statali Libiche, e l'Azienda statale di Telecomunicazioni e Informatica, che possiede gli unici due internet provider del Paese, ha comunicato che “un problema di sicurezza ha portato a interruzioni di servizio” senza però alludere direttamente al blocco di Facebook.

Come in altre parti della regione [5], Facebook è di gran lunga la più popolare piattaforma di social media, in un Paese di 6 milioni di persone, a bassa densità di popolazione. Se da un lato Facebook ha svolto un ruolo chiave nel 2011 nel mobilitare proteste contro il regime dello scomparso dittatore Muammar Gaddafi [6][it], diversi gruppi armati in lotta per il controllo del Paese hanno poi utilizzato la piattaforma [7] per individuare, minacciare e mettere a tacere critici e oppositori, incitare all'odio e praticare altre attività illegali, come il traffico di armi e di esseri umani. Una recente indagine del New York Times [7] ha mostrato che “praticamente ogni gruppo armato in Libia” dispone di una propria pagina Facebook.

The New York Times found evidence of military-grade weapons being openly traded, despite the company’s policies forbidding such commerce. Human traffickers advertise their success in helping illegal migrants reach Europe by sea, and use their pages to drum up more business.

Il New York Times ha trovato prove di aperti scambi di armi di livello militare, nonostante le politiche dell'azienda vietino tale commercio. II trafficanti di esseri umani pubblicizzano i loro successi nel far arrivare gli immigrati clandestini in Europa via mare, e usano quelle pagine per incrementare il business.

L'Arabia Saudita dice no alla satira online

Il 3 settembre, i pubblici ministeri in Arabia Saudita hanno annunciato via Twitter [8] un inasprimento legislativo nei confronti della pubblicazione online di testi che “ridicolizzano, deridono, provocano e turbano l'ordine pubblico, i valori religiosi e la morale pubblica attraverso i social media”, con l'introduzione di un emendamento ad una legge sulla criminalità informatica già esistente. Ciò significherà il divieto di satira politica nel regno e fornirà alle autorità un ulteriore meccanismo giuridico per mettere a tacere le critiche.

La legge sui reati informatici del Paese è stata usata varie volte per criminalizzare il dibattito politico, come è accaduto nel caso di Israa Al-Ghomgham [9], un'attivista che è rimasta in carcere per più di tre anni con imputazioni relative al suo attivismo online, durante e dopo le rivolte arabe del 2011-2012. I pubblici ministeri intendono ora chiedere la pena di morte contro Al-Ghomgham, la cui prossima udienza si svolgerà in ottobre.

Dopo aver “cagato su Dio”, un attore spagnolo si rifiuta di comparire in tribunale

Un popolare attore rischia la detenzione [10] [es] in Spagna a causa di un commento su Facebook del luglio 2017 che recitava: “Cago su Dio e, con la merda che rimane, sulla santità e la verginità della Vergine Maria”. L'Associazione spagnola degli avvocati cristiani ha sporto denuncia sostenendo che il commento offende i sentimenti religiosi, a dispetto del fatto che “cago su Dio” sia un'esclamazione comune in Spagna. Dopo che gli è stata notificata la denuncia, Willy Toledo ha rifiutato di comparire in tribunale in due occasioni, e a quel punto il giudice competente ne ha ordinato l'arresto. #MeCagoEnDios (#CagoSuDio) è diventato il primo argomento di tendenza su Twitter in Spagna, diffuso prevalentemente da utenti che si mostrano solidali con Toledo.

WhatsApp rimane sotto tiro India

Un comitato interministeriale in India sta elaborando una serie di raccomandazioni [11] volte a contenere la diffusione di disinformazione nel Paese, che in molti casi ha scatenato atti di vera e propria violenza, in particolare sotto forma di linciaggio. Anche se Facebook e WhatsApp sembrano essere gli obiettivi principali dei leader di governo che fanno parte del comitato, molti in India [12] dicono che le degenerate pratiche politiche dei partiti sono alla radice del problema.

Anche la Cina è a caccia di notizie false

Una nuova piattaforma gestita dallo stato [13], Piyao, sta ora concentrando gli sforzi per fermare i “pettegolezzi” online in Cina, dove qualsiasi informazione [14] che non provenga dai canali ufficiali del governo può essere considerata una voce critica. Ospitato dalla Commissione Centrale per del Cyberspazio e gestito dall'agenzia di stampa governativa Xinhua, Piayao ha integrato i dati di altre 40 piattaforme dedicate alla segnalazione delle voci, generando un database contenente 30.000 casi. Piayao incoraggia la popolazione a fornire informazioni, ma utilizza anche l'intelligenza artificiale per individuare le voci che si diffondono online.

I “Cinque Occhi” chiedono maggiore accesso alle comunicazioni criptate

Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada — le cosiddette nazioni dei “Cinque Occhi” — hanno pubblicato una nota [15] a fine agosto 2018 che sollecita aziende del settore tecnologico e sviluppatori privati a rendere accessibili le comunicazioni criptate alle autorità di polizia. Il linguaggio della nota è per lo più molto generico e vago, ma la frase finale rende palesi le intenzioni dei governi:

Should governments continue to encounter impediments to lawful access to information necessary to aid the protection of the citizens of our countries, we may pursue technological, enforcement, legislative or other measures to achieve lawful access solutions.

Se i governi dovessero continuare ad incontrare ostacoli al legittimo accesso ai dati, strumento necessario per proteggere i cittadini dei nostri Paesi, potremmo adottare misure tecnologiche, repressive, legislative o di altro tipo per arrivare a condizioni legittime di accesso.

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Afef Abrougui [18], Ellery Roberts Biddle [19], Mohamed ElGohary [20], L. Finch [21], Rohith Jyothish [22], Leila Nachawati [23], Georgia Popplewell [24] e Sarah Myers West [25] hanno contribuito a questo rapporto.