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Il Giappone si prepara ad accettare più lavoratori stranieri, ma l'opinione pubblica resta divisa al riguardo

Pedestrians cross a street in busy Osaka. Image from Pixabay.

Attraversamento pedonale in un’affollatissima Osaka. Fonte Pixabay.

Come è noto, il Giappone possiede una società relativamente omogenea. Soltanto il 2% dei residenti proviene da paesi esteri [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], rispetto al 4% della vicina Corea del Sud. Tuttavia, il paese potrebbe ben presto trovarsi obbligato ad accettare una percentuale maggiore di lavoratori stranieri per far fronte alla prevista diminuzione della popolazione attiva, a causa di anzianità e tassi di natalità bassi. Con la carenza di manodopera che ha raggiunto il livello più estremo degli ultimi 40 anni, con 1,48 impieghi per ciascun candidato, vi sono segnali che il governo giapponese stia considerando l'immigrazione come soluzione al problema.

Il Giappone ha per tradizione favorito riforme interne volte ad evitare tale soluzione, incoraggiando i lavoratori in pensione a rientrare nella forza lavoro e facendo ricorso all’intelligenza artificiale.

Una delle componenti chiave nella politica di riforme economiche del Primo Ministro Shinzo Abe, soprannominata “Womenomics“, prevede un maggiore inserimento femminile all'interno della forza lavoro. Se questa politica ha raggiunto alcuni limitati traguardi, le sole riforme interne appaiono incapaci di colmare le lacune nel mercato del lavoro.

“Stiamo aprendo il nostro paese.”

In risposta alla crescente preoccupazione, lo scorso 14 settembre, il Ministro degli Esteri giapponese Taro Kono ha annunciato al Forum Economico Mondiale la necessità del Giappone di accogliere più lavoratori stranieri, sostenendo l'incapacità della politica in vigore di sostenere la società giapponese.

“Stiamo aprendo il nostro paese,” ha annunciato Kono. “Stiamo provando ad elaborare una nuova politica di permessi di lavoro che ritengo farà sentire ben  accolto in Giappone chiunque desideri integrarsi nella nostra società.”

Il Primo Ministro Abe ha inoltre recentemente annunciato piani per attrarre 500.000 lavoratori stranieri in Giappone entro il 2025, per riempire le carenze di manodopera croniche nei settori dell'agricoltura, delle costruzioni, dell'accoglienza e dell'assistenza agli anziani, attraverso la creazione di una nuova categoria di visti della durata di 5 anni per lavoratori stranieri non professionisti. Per far fronte all'invecchiamento della propria popolazione e stabilizzarla sui 100 milioni, il Giappone avrà bisogno di accettare ben 200.000 immigrati ogni anno.

Nell'ottobre 2017 il paese contava 1,28 milioni di lavoratori stranieri, di cui per la maggior parte cinesi (30%) seguiti da vietnamiti, filippini e brasiliani.

I cassieri non giapponesi stanno diventando sempre più comuni, con i lavoratori stranieri che costituiscono all'incirca il 5% degli impiegati della catena di supermercati FamilyMart.

Con la crescente internazionalizzazione delle aree urbane, un ventenne su dieci residente a Tokyo è nato in un paese straniero. Per i giovani di 20 anni residenti a Tokyo tale numero aumenta ad uno su otto.

Per alcuni, l'immigrazione costituisce già una realtà in Giappone [jp]:

Mentre il Giappone discute animatamente sull'accoglienza degli immigrati, questi vi stanno già arrivando, come se non ci fosse alcun bando all'immigrazione o qualcosa di simile. Tokyo è praticamente una sorta di paradiso per gli immigrati.

Il caso dei “tirocinanti” temporanei, non “migranti”

Molti lavoratori stranieri arrivano in Giappone attraverso il programma “tirocinante tecnico”, elaborato nel 1990 per favorire il trasferimento di abilità tecniche. Secondo le critiche, tale programma incentiverebbe gli impieghi semplici e a basso costo permettendo alle imprese nei settori della produzione industriale, dell'agricoltura e della pesca di assumere giovani stranieri riducendo al minimo le spese.

Ai tirocinanti non è permesso cambiare impiego, e vi sono state diverse segnalazioni da parte di alcuni di essi costretti a subire orari di lavoro illegalmente lunghi e abusi fisici da parte dei datori di lavoro. I tirocinanti vietnamiti sono stati costretti persino a prendere parte agli interventi di decontaminazione nucleare a Fukushima. L'utente di Twitter Mulboyne ha condiviso un articolo della rivista Mainichi su un’impiegata vietnamita che dopo essere stata lasciata con un salario mensile pari a 200 dollari, nonostante lavorasse a tempo pieno, ha trovato più remunerativo un impiego a nero:

Pur tenendo la testa bassa, la polizia l'ha scoperta nel corso di un'indagine relativa ad un altro argomento. É stata arrestata ad aprile. Dall’articolo emerge come i suoi colleghi la definissero una grande lavoratrice, sempre diligente e mai in ritardo.

Mentre i tirocinanti possono rimanere per un massimo di cinque anni, le riforme proposte da Abe permettono a coloro che hanno completato il programma di restare per altri cinque anni. Tuttavia, l'attenzione rimane puntata sull'incentivazione dei soggiorni temporanei rispetto all'immigrazione permanente. I tirocinanti non sarebbero dunque capaci di portare con sé le loro famiglie e dovrebbero far temporaneamente ritorno nei loro paesi di origine dopo aver completato il programma. Tecnicamente, questo impedirebbe loro di far domanda per la residenza permanente, che richiede di aver vissuto in Giappone per almeno dieci anni.

“La pace e l'armonia del Giappone sono basate sull'essere un paese omogeneo”

Mentre il Giappone sta già accogliendo un numero maggiore di lavoratori stranieri, non tutti si sentono a proprio agio con questo cambiamento. “Molti in Giappone credono che la pace e l'armonia del paese siano basate sull'essere un paese omogeneo con pochi stranieri”, afferma Chris Burgess, ricercatore di migrazione e docente di studi sul Giappone presso l'università Tsuda Juku di Tokyo, in un'intervista alla CNN.

Secondo Burgess, alle basi di questa credenza vi è il dibattito sul cosiddetto “crimine straniero”, la paura che l'accoglienza di un numero maggiore di stranieri possa compromettere la sicurezza pubblica — una paura che le atrocità terroristiche verificatesi negli ultimi anni in Europa e in altri paesi ad alto tasso di migrazione hanno solo fatto aumentare .

Un recente sondaggio rivela quanto l'opinione pubblica su tale questione sia dibattuta [jp]:

日本経済新聞が行った世論調査では、外国人の受け入れ拡大について賛成と反対がそれぞれ42%と結果は真っ二つとなりました。ただ年齢別の調査では傾向がはっきりと分かれているようです。18~29歳の若年層では賛成が約60%と反対の約30%を大きく上回っていますが、70歳以上は賛成が約30%、反対が約45%と逆転しています。若年層は人口減少の影響を直接的に受けていることや、グローバル化に慣れていることなどから外国人受け入れに前向きになっているものと考えられます。

Un sondaggio dell'opinione pubblica condotto dal Nikkei ha rivelato come questa sia uniformemente divisa sull'accettazione di più lavoratori stranieri in Giappone, per il 42% a favore e il 42% contraria. Tuttavia, l'età ha costituito un fattore discriminante importante per quanto riguarda la maniera in cui i voti sono stati espressi. Circa il 60% dei giovani tra 18 e 29 anni erano a favore di un aumento dell'immigrazione, con solo il 30% contrario. La tendenza opposta è stata registrata tra persone di 70 anni o più, per il 30% favorevoli e il 45% contrari. I giovani sono probabilmente più propensi ad accettare stranieri, essendo direttamente interessati dal calo della popolazione nonché dagli effetti della globalizzazione con cui sono cresciuti.

In questo video di Asian Boss, gli intervistatori hanno setacciato le strade per scoprire cosa il giapponese medio pensi della questione:

Mentre alcuni intervistati erano restii all'idea di assumere lavoratori stranieri, altri hanno individuato come necessario per i giapponesi accogliere popoli di varie nazionalità e allargare le proprie vedute. “I giapponesi amano gli americani e li accettano, ma tendono a mostrare una certa ostilità con persone provenienti da altri paesi asiatici”, spiega una giovane donna.

Se il Giappone diventerà realmente un paese multiculturale in un prossimo futuro resta incerto, ma è chiaro che la crescente globalizzazione sta già avendo un impatto sul paese. Solo il tempo potrà dire in che modo i cambiamenti demografici cambieranno la fisionomia del Giappone.

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