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Jair Bolsonaro è un altro Rodrigo Duterte? È molto più complicato di quanto si pensi

Jair Bolsonaro, neo-eletto Presidente del Brasile, e Rodrigo Duterte, Presidente delle Filippine, eletto nel 2006. Fonte di entrambe le foto: Wikimedia Commons.

Ci sono due principali gruppi di persone che definiscono Jair Bolsonaro, il nuovo Presidente del Brasile orgogliosamente omofobico, misogino e amante della tortura, come il “Trump dei tropici”: i giornalisti nord americani e, beh, lo stesso Bolsonaro, che modella accuratamente la sua immagine a somiglianza della sua musa americana.

È in parte vero che la storia delle elezioni in Brasile, alla fine, è soltanto l’ultima puntata dello spirito di crollo politico che sta investendo il mondo democratico, di cui Donald Trump è l’esempio più famoso. L'insofferenza che ribolle nei confronti delle pratiche delle élite politiche o – a seconda dell’analisi che si preferisce – l'odio che non dovrebbe aver alcuno spazio nella società, trova terreno fertile nei social media. Questi sono destinati ad intrappolare gli impulsi primari in un incessante ciclo di ricompensa, rinforzo, ripetizione. Il malcontento si trasforma in paranoia, sposandosi a teorie della cospirazione in cui una parte della popolazione, solitamente privata del diritto di voto, viene demonizzata, e alla fine tutto ciò trova la sua incarnazione in un aspirante statista, un messia tendente all’esagerazione, che promette un cambiamento totale del sistema politico. Et voilà.

Non è che l'analogia tra Bolsonaro e Trump sia scorretta. Ma c'è un'altra rappresentazione del modello sopra descritto in cui la similitudine con Bolsonaro è ancora più accentuata: Rodrigo Duterte, Presidente delle Filippine. È logico che brasiliani [pt] e filippini [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] si guardino l'un l'altro mentre cercano di capire le loro versioni della stessa storia, se non altro perché i loro leader hanno promesso di sterminare un gran numero di persone nei loro rispettivi paesi.

Ad un certo punto della sua campagna del 2016, Duterte dichiarò che se fosse stato eletto, nella baia di Manila sarebbero stati gettati così tanti corpi che i “pesci sarebbero ingrassati” dal tanto cibo a portata di mano. Bolsonaro ha manifestato sentimenti analoghi due anni dopo, nel suo cammino verso le elezioni, affermando che avrebbe dato ai poliziotti carta bianca per uccidere in servizio, in ottemperanza ai loro doveri. Duterte ha ammesso di aver personalmente ucciso alcuni sospettati mentre era sindaco della città di Davao, e probabilmente è stato proprio lui la mente dell’ignobile Squadra della Morte di Davao. Bolsonaro è un ex-capitano dell'Esercito che afferma apertamente di essere “a favore della tortura”. Le promesse di Duterte inoltre non si son rivelate così vuote: dal 2016, 20.000 civili sarebbero morti nella sua cosiddetta “lotta alla droga”. Quando la Corte Penale Internazionale ha aperto un'indagine nei suoi confronti per crimini contro l'umanità, egli ha reagito ordinando il ritiro delle Filippine dal suo Trattato istitutivo.

Inoltre, a differenza di Trump, ad eleggere Bolsonaro e Duterte non sono stati soltanto i brasiliani e filippini più poveri o provenienti da zone rurali. Entrambi hanno attratto le classi medie cittadine – piccoli imprenditori, liberi professionisti, membri della Polizia e delle Forze dell’Ordine – che temono la criminalità dilagante. È la stessa classe media che un tempo sosteneva con entusiasmo le dittature di entrambi i paesi, per poi contribuire a dare loro fine.

Sebbene Bolsonaro e Duterte incarnino la paura e lo scontento pubblico, e si presentino come degli outsider e i portavoce della gente comune, la carriera politica di entrambi li ha visti saltare dai margini della classe politica dei loro paesi alla Presidenza. Bolsonaro è stato deputato per quattro legislature, cambiando partito otto volte e presentando con successo il sorprendente numero di due progetti di legge. Duterte è stato sindaco per trent'anni di una città del sud che, a suo dire, è stata lasciata in disparte per Manila, facendo finta di non ricordare di aver sostenuto il precedente Governo del Partito Liberale fino all’ultimo istante come sindaco, per poi voltargli le spalle al momento di decidere di correre per la Presidenza.

Non così velocemente

Queste somiglianze non sono rimaste estranee ai media brasiliani e filippini, ma la verità è che, oltre alla guerra contro le droghe, i due politici hanno condotto le loro campagne su binari abbastanza diversi.

Prendiamo ad esempio la politica economica di Bolsonaro: il suo Ministro dell’Economia, laureato all’Università di Chicago, ha promesso una serie di riforme ultra ortodosse, che comprendono la privatizzazione delle aziende statali brasiliane e la riforma del sistema pensionistico. Sta inoltre promuovendo la legge del subappalto senza limitazioni di Michel Temer, approvata dal Congresso brasiliano nel 2017, che consente di affidare a terzi le posizioni principali della società, negando in tal modo benefici ai lavoratori.

Il subcontratto è un’importante questione anche nel dibattito politico delle Filippine, dove è comunemente chiamata contrattualizzazione. Diversamente da Bolsonaro, la campagna elettorale di Duterte si è focalizzata sull’impegno di porre fine alla contrattualizzazione, firmando un ordine nel 2018 per rispettare questa promessa. Tuttavia, le classi operaie lo hanno considerato un gesto sterile, poiché non ha realmente proibito il compimento di questa prassi.

Duterte ha inoltre promosso un pacchetto di riforme tributarie, approvato dal Congresso nel 2017, che creava nuovi scaglioni per i super ricchi e aumentava le tasse su beni di consumo e servizi quali carburante, bevande zuccherate, automobili, tabacco e chirurgia estetica. Col suo emblematico programma “Costruire, Costruire, Costruire”, ha investito denaro – ottenuto grazie a prestiti della Cina – nelle infrastrutture. La politica socio-economica di Duterte ha una stretta assonanza con quelle dell’ex Presidente brasiliano Dilma Rousseff, che ha contribuito a causato un enorme deficit di bilancio e portato alla crescente inflazione, che continua ancora oggi a turbare la difficile situazione del Brasile.

E mentre Bolsonaro promette di iniziare a imporre il pagamento di tasse nelle università pubbliche del Brasile – da sempre, completamente gratuite -, Duterte ha firmato la legge sull’istruzione terziaria gratuita, che fornisce agli studenti in possesso dei requisiti l’accesso privo di tasse all’educazione pubblica superiore. Non è chiaro se questo sarà fattibile, visti i limiti di finanziamento del Paese, ma anche quanti criticano Duterte riconoscono i potenziali benefici di tale legge.

Da quando è stato eletto, Bolsonaro sembra aver annullato [pt] il suo impegno di ritirare il Brasile dall’ Accordo di Parigi sul clima e di chiudere il Ministero dell'Ambiente, ma non le sue promesse di cancellare tutta la legislazione a favore della popolazione indigena e della salvaguardia ambientale, inclusa quella di smettere di assegnare terreni agli indigeni, e di concedervi invece l’apertura di miniere su larga scala.

D’altra parte, anche Duterte è sempre stato contrario ai giacimenti minerari a cielo aperto e su larga scala. Ha nominato un noto attivista ambientale a capo del Dipartimento dell’Ambiente e delle Risorse Naturali (DENR), e non si è opposto alla sospensione da parte del DENR di diverse aziende minerarie, né alle richieste di verifiche nelle cave. Anche con un nuovo segretario del DENR nella posizione, Duterte continua a criticare le imprese minerarie, mantenendo il divietodi nuove operazioni miniere a cielo aperto.

(Non) È soltanto l'economia, scemo

Bolsonaro e Duterte sono anche saliti al potere all'interno di due realtà differenti.

Il Brasile si sta ancora riprendendo dalla recessione economica: nel 2016 ha conosciuto la peggior crisi dagli anni '80. Un’indagine su vasta scala sulla corruzione ha portato dietro le sbarre dozzine di uomini d’affari e politici, tra cui l’ex Presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Dilma Rousseff, che gli è succeduta nel 2011, è stata messa sotto accusa nel 2016 per aver abbellito il bilancio del Governo. Entrambi gli eventi hanno diviso profondamente i brasiliani, che li hanno visti come lampanti attacchi alla Costituzione da parte di una piccola fazione del potere giudiziario e di un Congresso corrotto, o come l’agognata salvezza che il Paese necessitava, dove giudici e pubblici ministeri vengono visti come eroi. È in quest’ondata di caos che Bolsonaro è giunto alla vittoria.

Duterte, al contrario, nessuno l’ha visto arrivare. Il suo predecessore, Benigno “Ninoy” Aquino, del Partito Liberale, ha lasciato l'incarico con un indice di gradimento del 50% – quasi la stessa percentuale ottenuta per entrare in carica sei anni prima, un'impresa che pochi politici possono vantare. Sempre nel 2015, l'economia filippina è cresciuta di oltre il 6%.

Duterte era candidato alla Presidenza presentandosi come “di sinistra”, mentre Bolsonaro approfittava della profonda e generazionale paura nei confronti del comunismo. Questi timori hanno sorretto per quasi un secolo l’ala della destra politica in America Latina, con un Partito dei Lavoratori che costituisce l’ultima incarnazione di questa forza del male.

Come gran parte dell’America Latina e del Sud-est asiatico, sia il Brasile che le Filippine hanno sperimentato insorgenze comuniste a metà del XX secolo. Ma mentre la dittatura brasiliana ha spazzato via i ribelli e molti sono stati assorbiti dalla democratizzazione, l’insorgenza armata nelle Filippine continua. Dalla restaurazione della democrazia negli anni '80, nessun Presidente filippino è riuscito a firmare un accordo di pace con il NPA (Nuovo Esercito Popolare), l’armata paramilitare organizzata dal Partito Comunista, la cui struttura – secondo l’esercito – conta soltanto 3000 persone (molti meno rispetto all’apice di 20.000 raggiunto verso la fine degli anni '70).

Duterte ha avuto una relazione amichevole con il Nuovo Esercito Popolare durante il suo mandato come sindaco di Davao, la più grande città di Mindanao, l’isola dove gran parte delle forze del NPA si concentravano. Appena divenuto Presidente, aveva ripreso i colloqui di pace con i comunisti, liberato alcuni prigionieri politici, fatto avanzare le negoziazioni sull’attribuzione di terre libere e fornito servizi di irrigazione ai piccoli agricoltori.

Ma soltanto lo scorso anno, Duterte ha rimosso la Sinistra dal suo Governo e i negoziati di pace con i comunisti si sono bloccati. Come i suoi predecessori, Duterte ha intrapreso una guerra senza freni contro il NPA.

Dalla dittatura alla democrazia (dei cacicchi [it])

Le attuali strutture politiche del Brasile e delle Filippine sono emerse a metà degli anni '80, in seguito a violente dittature appoggiate dagli Stati Uniti. Il regime militare del Brasile, al governo tra il 1964 e il 1985, e Ferdinand Marcos, Presidente delle Filippine tra il 1965 e il 1986, hanno entrambi fatto leva sulle promesse di eliminare i comunisti insorti per garantirsi la legittimità al potere.

La Rivoluzione del Rosario: una folla di persona nell'Avenida Epifanio de los Santos, a Manila, nelle Filippine, il 7 febbraio 1986. Foto di Joey de Vera, pubblicata da Wikimedia Commons.

La sospensione delle libere elezioni, la soppressione della libertà di stampa, i violenti attacchi ai dissidenti e l'uso generalizzato della tortura e dei sequestri di persona sono stati i tratti distintivi di quei regimi. In entrambi i Paesi, inoltre, i crimini realizzati durante quel periodo non sono mai stati consegnati alla giustizia.

Le due repubbliche sono tornate alla democrazia nella stessa epoca – il Brasile nel 1983-84 con Diretas Já, e le Filippine con la Rivoluzione del Rosario nel 1986 – entrambe in piena recessione economica. Il movimento delle Filippine, dopo aver spodestato Marcos per aver truccato le elezioni del 1986, ha collocato Corazón Aquino alla Presidenza, il quale – insieme a una commissione eletta – ha redatto una Costituzione nel 1987. Dopo Diretas, i brasiliani hanno eletto un'Assemblea Costituente nel 1986, che ha redatto la Costituzione del paese nel 1988.

Manifestazione di Diretas Já nella città di Porto Alegre, in Brasile, il 13 aprile 1984. Foto: Alfonso Abraham/Senado Federal CC-BY-NC 2.0

Tra i tanti lasciti di entrambi i movimenti c'è stata la creazione di élite politiche che avrebbero governato i Paesi per i successivi 30 anni. Ma mentre in Brasile, Diretas è riuscito a unire i liberali all'opposizione della sinistra più radicale, il Partito Comunista filippino ha boicottato le elezioni del 1986, durante le quali hanno poi commesso un grave errore tattico. Sebbene siano stati il fulcro della resistenza contro Marcos durante gli anni '70, il Partito Comunista è rimasto clandestino proprio mentre le Filippine svoltavano verso la democrazia. Nel frattempo, la transizione del Brasile ha avuto luogo con una robusta forza di sinistra al suo comando, il Partito dei Lavoratori e il suo leader Lula, che ha lasciato la vita da sindacalista per presiedere il Paese tra il 2002 e il 2010, in un momento di boom economico senza precedenti.

Se la politica del Partito dei Lavoratori ha trasformato la vita dei brasiliani più indigenti, la stessa non è però riuscita a produrre cambiamenti strutturali duraturi, e con il tempo ha iniziato a somigliare ai suoi predecessori liberali. Se, da un lato, il Partito dei Lavoratori ha rispettato le istituzioni democratiche del Brasile, dall'altro ha anche “giocato il gioco della politica”, che in Brasile è truccata da un'ingegnosa oligarchia e da pratiche elettorali corrotte e clientelari – proprio come nelle Filippine.

Paura per la democrazia

Non è una coincidenza che Bolsonaro e Duterte parlino nostalgicamente dei precedenti regimi oppressivi dei loro Paesi, descrivendoli come presumibilmente liberi dalla violenza, dalla corruzione e dal caos, e adulando i loro leader. L'emergere di queste due figure politiche è giunto dopo il fallimento delle giovani democrazie liberali. Questi Paesi non sono stati in grado di affrontare le ingiustizie e gli alti livelli di diseguaglianza e di corruzione, ad ogni livello del corpo politico, comandato da un gruppo di cacicchi.

Non c'è da meravigliarsi, quindi, se le Filippine e il Brasile si siano lasciati ingannare da due uomini forti che li hanno corteggiati con iperboliche promesse di sradicare ogni sorta di crimine e corruzione, anche a spese delle basi democratiche erette negli ultimi 30 anni.

Nei suoi 2 anni e mezzo di presidenza, Duterte ha destituito il Presidente della Corte Suprema, accusato e imprigionato il suo più accanito oppositore al Senato, accusandolo di narcotraffico in un giudizio scandaloso. Ha cercato di revocare la licenza di Rappler, una delle principali fonti di notizie online nelle Filippine, e ha espulso dal palazzo Malacañang il suo reporter principale, mentre legioni di implacabili sostenitori di Duterte minacciano molti più giornalisti in rete.

Resta da vedere se anche Bolsonaro smantellerà la democrazia in Brasile. Molti sperano che, affrontando le reali responsabilità del suo potere, modererà il tono e le sue politiche. Ma se Duterte – per molti aspetti, la figura meno conservatrice – gli è d'esempio, i brasiliani hanno già sufficienti ragioni per avere paura.

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