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È possibile decolonizzare i Commons? Un'intervista con Jane Anderson di Local Contexts – Parte 1

Questo articolo è stato scritto da Jennie Rose Halperin e originariamente è stato pubblicato [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] sul blog di Creative Commons. Questa prima parte, di una serie in due parti, viene ripubblicata con una licenza CC BY 4.0.

Jane Anderson, professoressa della NYU [it] (Università di New York) e studiosa giuridica, si è unita a noi al Creative Commons Global Summit nel 2018 dove ha presentato il progetto collaborativo “Local Contexts” (Contesti locali), “un'iniziativa per sostenere le comunità native, le Prime Nazioni [it], aborigene, inuit, metis ed indigene nella gestione della loro proprietà intellettuale e del loro patrimonio culturale specificamente all'interno dell'ambiente digitale”. Il gruppo di esperti ad ampio raggio di competenze ha affrontato la necessità di implementare strategie pratiche che permettano alle comunità indigene di rivendicare i loro diritti e affermare la sovranità sulla loro proprietà intellettuale.

Traditional Knowledge Labels (Etichette della Conoscenza Tradizionale).

Il lavoro di Jane Anderson su Local Contexts è una collaborazione con Kim Christen, ideatore del sistema di gestione dei contenuti Mukurtu e direttore del Centro per lo Studio e la Curation digitale presso la Washington State University. Local Contexts è sia un progetto legale che educativo che si impegna con le sfide e le difficoltà specifiche che il copyright pone alle popolazioni indigene che cercano di accedere, utilizzare e controllare la diffusione del patrimonio culturale. Ispirati all'intervento delle licenze Creative Commons a livello dei metadati, le Traditional Knowledge Labels (Etichette della Conoscenza Tradizionale) rielaborano la proprietà intellettuale come culturalmente determinante e dipendente dal consenso culturale all'uso dei materiali.

Come possiamo avere un movimento libero che sia funzionale per tutti, non solo per i più potenti? In che modo le strutture del potere hanno storicamente lavorato contro le comunità indigene e in che modo la comunità di Creative Commons può cambiare questa storica disuguaglianza?

Jane Anderson ha discusso con Creative Commons di questi problemi e di alcuni dei suoi lavori più recenti con la tribù Passamaquoddy nel Maine.

Creative Commons (CC): Il tuo progetto ridefinisce la visione dei Creative Commons “di accesso universale alla ricerca e all'educazione e di piena partecipazione alla cultura” attraverso una prospettiva locale e culturalmente determinante. In che modo la visione di Local Contexts è complementare alla visione di CC e in che modo le due entrano in conflitto?

Jane Anderson (JA): The Local Contexts initiative began in 2010 when Kim Christen and I started to think more carefully about how to support Indigenous communities to address the immense and growing problems being experienced with copyright around Indigenous or traditional knowledge. We had both been working with Indigenous peoples, communities and organizations over a long period of time and had increasingly been engaged in a very specific way with the dilemmas of copyright that existed at the intersection of Indigenous collections in archives, libraries and museums. We were able to see more clearly the ways in which copyright has functioned as a key tool for dispossessing Indigenous peoples of their rights as holders, custodians, authorities and owners of their knowledge and culture.

Combining both legal and educational components, Local Contexts has two objectives. Firstly, to support Indigenous decision-making and governance frameworks for determining ownership, access to and culturally appropriate conditions for sharing historical and contemporary collections of Indigenous material and digital culture. Secondly, to trouble existing classificatory, curatorial and display paradigms for museums, libraries and archives that hold extensive Indigenous collections by finding new pathways for Indigenous names, perspectives, rules of circulation and the sharing culture to be included and expressed within public records.

Our initial impulse was to craft several new licenses in ways that incorporated local community protocols around the sharing of knowledge. Pretty quickly however we ran into a significant problem: with the majority of photographs, sound recordings, films, manuscripts, language materials that had been amassed and collected about Indigenous peoples, and that were now being digitized, Indigenous peoples were not the copyright holders. Instead, copyright was held by the researchers, missionaries or government officials who had done the documenting or by the institutions where these materials were now held. Or – at the other end of the spectrum, these materials were in the unique space that copyright makes – the public domain. This meant that not only did Indigenous peoples have no control over these materials and their circulatory futures, they also could not apply any licenses – either CC ones or ones that we were developing. This was a problem that we responded to by developing the TK Labels.

Jane Anderson (JA): L'iniziativa Local Contexts è nata nel 2010, quando con Kim Christen abbiamo iniziato a considerare con più attenzione come sostenere le comunità indigene per affrontare gli immensi e crescenti problemi che si verificano con il copyright sulla conoscenza indigena e tradizionale. Entrambi stavamo lavorando da molto tempo con popolazioni, comunità e organizzazioni indigene e stavamo diventando sempre più impegnati specificatamente con i dilemmi di copyright che esistevano all'intersezione delle collezioni indigene in archivi, biblioteche e musei. Siamo stati in grado di vedere più chiaramente i modi in cui il copyright è stato utilizzato come uno strumento chiave per espropriare i popoli indigeni dei loro diritti come detentori, custodi, autorità e proprietari delle proprie conoscenze e cultura.

Combinando componenti sia legali che didattiche, Local Contexts ha due obiettivi. In primo luogo, sostenere i quadri decisionali ed amministrativi indigeni per determinare la proprietà, l'accesso e condizioni culturalmente appropriate per la condivisione di collezioni storiche e contemporanee di materiale e cultura digitale indigena. In secondo luogo, per disturbare gli attuali paradigmi classificatori, curatoriali e di esposizione dei musei, delle biblioteche ed degli archivi che custodiscono vaste collezioni indigene, tramite la creazione di nuovi percorsi per nomi, prospettive, regole di circolazione e cultura di condivisione indigena da includere ed esprimere nei registri pubblici.

Il nostro primo impulso fu quello di creare diverse nuove licenze che incorporassero i protocolli delle comunità locali relative alla condivisione della conoscenza. Ma molto presto ci imbattemmo in un problema significativo: per la maggior parte delle fotografie, registrazioni sonore, film, manoscritti e materiali linguistici che erano stati accumulati e raccolti sui popoli indigeni, e che ora venivano digitalizzati, i popoli indigeni non erano i titolari del copyright. Invece il copyright era detenuto dai ricercatori, dai missionari o dai funzionari governativi che avevano raccolto la documentazione o dalle istituzioni in cui oggi venivano conservati questi materiali. Oppure, all'altra estremità dello spettro, questi materiali si trovavano in quello spazio unico prodotto dal copyright – il dominio pubblico. Ciò significava non solo che i popoli indigeni non avevano alcun controllo su questi materiali e sulle loro divulgazioni future, ma non potevano neppure applicarvi alcuna licenza – né le licenze CC né quelle che stavamo sviluppando. Abbiamo risposto a questo problema sviluppando le Traditional Knowledge Labels.

CC: Perché è importante problematizzare i modi in cui l'accesso universale può minare la partecipazione culturale, in particolare per i gruppi tradizionalmente emarginati?

JA: Local Contexts is an effort to initiate questions about how ideas of the universal operate by pointing to sites of difference and locality, especially in how knowledge is shared, circulated and expanded. The vision of Local Contexts emphasizes specificity – that the circulation of knowledge and culture depends upon relationships and context – and if these relationships are formed unevenly, or privilege one cultural perspective above another, then that inequity continues to create a range of future problems.

One of the motivations behind Local Contexts, and this is an interesting question for Creative Commons to consider as well is: what would it look like if we invested time and support to Indigenous communities who have been disproportionately affected by colonial property laws – including copyright. How does access and openness perpetuate a colonial agenda of taking? And what can be done to change this direction? Where does the Creative Commons community come in to help think through these issues in conversation with Indigenous peoples and through Indigenous experiences? Is it possible to decolonize the commons? What would it look like to imagine a commons that is not totally open, but one that has an informed and engaged approach to openness; one that foregrounds the histories and exclusions embedded within calls for openness and open access. What would it mean to ask questions about the privilege that openness calls for and embeds?

We believe that Local Contexts is one of many efforts that are needed in order to take on this expansive problem. If you start thinking about what kind of information has been taken (through unethical and inappropriate research practices for instance) from Indigenous peoples, communities, lands and territories – and how this has been done without consent and permission, it is possible to start seeing the extent of the problem. For example, Indigenous names have been used for names of cars (Cherokee); for software (Apache); for varieties of strawberries (Sto:lo). For Indigenous peoples, names are not just words in common, they have embedded temporal and relational meanings including integral connections to place. For Indigenous peoples, names matter and are not open for others to use in ways that minimize and reduce them for commercial gain. How have settler-colonial laws and social frameworks created the conditions where no permissions are required to use Indigenous culture? What is the impetus to use Indigenous culture in these ways? Who benefits from using these exclusionary and extractionist logics?

(JA): Local Contexts è uno sforzo per dare vita a domande su come operano le idee di universale puntando a siti di differenza e località, specialmente riguardo ai modi in cui la conoscenza è condivisa, diffusa ed ampliata. La visione di Local Contexts sottolinea la specificità – ovvero che la circolazione della conoscenza e della cultura dipende dalle relazioni e dal contesto – e se queste relazioni sono formate in modo non uniforme, o privilegiano una prospettiva culturale rispetto ad un'altra, allora questa iniquità continuerà a creare una serie di problemi futuri.

Una delle motivazioni alla base di Local Contexts, e questa è una domanda interessante da considerare anche per Creative Commons, è: come sarebbe se investissimo tempo e supporto per le comunità indigene che sono state colpite in modo sproporzionato dalle leggi sulla proprietà coloniale, incluso il copyright? In che modo l'accesso e l'apertura perpetuano un'agenda coloniale di appropriazione? E cosa si può fare per cambiare questa direzione? Dove può intervenire la comunità di Creative Commons per aiutare a riflettere su questi argomenti in una conversazione con le popolazioni indigene e attraverso le esperienze indigene? È possibile decolonizzare i Commons? Come sarebbe immaginare un bene comune non completamente libero, ma che abbia un approccio informato e impegnato alla liberalizzazione; un approccio che metta in primo piano le storie e le esclusioni integrate nelle stesse chiamate verso la liberalizzazione e il libero accesso? Cosa significherebbe porre domande sul privilegio che la liberalizzazione richiede ed include?

Riteniamo che Local Contexts sia uno dei tanti sforzi necessari per affrontare questo problema, oggi in espansione. Se si inizia a pensare a quale tipo di informazioni sono state prese (ad esempio attraverso pratiche di ricerca non etiche ed inappropriate) da popolazioni, comunità, terre e territori indigeni – e come ciò sia stato fatto senza consenso né permesso – è possibile iniziare a vedere le proporzioni del problema. Ad esempio, i nomi indigeni sono stati utilizzati per nomi di automobili (Cherokee), di software (Apache), di varietà di fragole (Sto:lo). Ma per i popoli indigeni i nomi non sono soltanto parole in comune, i nomi incorporano significati temporali e relazionali, incluse connessioni fondamentali al luogo. Per le popolazioni indigene i nomi hanno importanza e non sono aperti ad utilizzi altrui che li riducano e sminuiscano per ottenere un guadagno commerciale. In che modo le leggi coloniali e le strutture sociali hanno creato le condizioni in cui non sono richieste autorizzazioni per utilizzare la cultura indigena? Qual è la spinta ad usare la cultura indigena in questi modi? Chi trae beneficio dall'utilizzo di queste logiche estrattive e di esclusione?

La seconda parte di questa intervista verrà pubblicata all'inizio della prossima settimana.

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