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Il Kazakistan mette a tacere le proteste sulla situazione in Xinjiang

Serikzhan Bilash (Eurasianet).

Il seguente articolo [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] è stato scritto da Eurasianet e viene ripubblicato da Global Voices grazie a un accordo per la condivisione dei contenuti. Nota dell'editor: dopo la pubblicazione di questa storia, Bilash è stato rilasciato ed è ora agli arresti domiciliari.

I servizi di sicurezza kazaki tenevano già sotto ferreo controllo Serikzhan Bilash, l'attivista e difensore dei diritti umani in Xinjiang, molto prima che venisse improvvisamente arrestato durante il weekend.

Quando un redattore di Eurasianet ha incontrato Bilash per la prima volta lo scorso luglio, i magistrati della sua città natale – Almaty – lo avevano ufficialmente diffidato dal partecipare a una manifestazione organizzata da un esponente dell'opposizione residente all'estero.

Bilash, un oratore pubblico carismatico, molto seguito dai rimpatriati kazaki che hanno accettato “l'allettante” invito del governo, rivolto ai membri della diaspora kazaka, di rientrare nella loro madre patria nominale, è rimasto perplesso.

“Conosco a mala pena l'uomo in questione e il suo gruppo”, ha affermato riferendosi a Mukhtar Ablyazoilv, il nemico latitante del Presidente Nursultan Nazarbayev.

“Io ho un solo problema: il Xinjiang”.

Bilash si è sempre battuto incessantemente, con passione e tenacia, contro le presunte violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità cinesi nei confronti della comunità di etnia kazaka che vive nella provincia occidentale dello Xinjiang.

A causa del suo attivismo, è diventato un personaggio scomodo per il governo di Astana, che è fortemente riluttante a ospitare persone che non sono gradite ai suoi alleati di Pechino. Il Kazakistan ha reagito con silenziosa preoccupazione alla crescente sfilza di resoconti sull'internamento di centinaia di migliaia di musulmani in Xinjiang – tra cui uiguri, kazaki e kirghisi – nei cosiddetti campi di rieducazione, nell'ambito dell'aggressiva campagna contro l'estremismo condotta dalla Cina. Il governo di Astana si è astenuto dal criticare la Cina e ha invece preferito dare priorità “alla reciproca fiducia, ai rapporti di buon vicinato e al rispetto”.

Forse la sensazionale incarcerazione di Bilash mirava proprio a non turbare la ‘cordialità’ di questi rapporti. Poco dopo mezzanotte, nelle prime ore del mattino del 10 marzo, agenti del governo hanno prelevato l'attivista dalla sua camera di albergo ad Almaty, dove stava soggiornando temporaneamente per motivi di sicurezza. Successivamente, è stato fatto salire su un aereo e portato ad Astana, nel nord del paese, dopo un viaggio di 1.000 km. Una volta arrivato, è stato informato che era stato accusato di aver incitato l'odio etnico.

La diffida dei magistrati dell'anno scorso non è che l'ultima di una serie di avvertimenti ricevuti dalle autorità, innervosite dalla crescente popolarità di una figura politica indipendente.

Già in passato poliziotti in borghese visitavano regolarmente la sede non registrata dell'organizzazione Ata-Jurt ad Almaty. Questo gruppo ha attivamente organizzato conferenze stampa, durante le quali sono state mostrate testimonianze videoregistrate di persone che denunciano gli allarmanti eccessi commessi dal governo cinese in Xinjiang.

“Quest'uomo è uno dei nostri amici”, aveva detto radioso Bilash a un corrispondente di Eurasianet che aveva partecipato a un evento in tale ufficio a gennaio, indicando un poliziotto dall'aria seria che si trovava a breve distanza.

E, sempre in quell'occasione, aveva anche aggiunto: “Siamo davvero contenti che ci lasci lavorare”.

Il 10 marzo, lo stesso poliziotto dall'aria seria [kk], che ha detto di chiamarsi Baurzhan, era nuovamente lì a supervisionare altri funzionari mentre portavano via computer e fotocamere dall'ufficio di Ata-Jurt in buste di plastica nere prima di chiudere l'ufficio. Più tardi, molti dei volontari presenti durante il raid sono stati interrogati dalla polizia.

Il possibile impatto della chiusura dell'ufficio Ata-Jurt, che era come una finestra aperta sul Xinjiang, è difficile da stimare.

Le ripetute testimonianze dei parenti kazaki di kazaki cinesi detenuti in Xinjiang, filmate in questa sede, hanno permesso di fare luce sull'escalation della repressione dello stato cinese nella regione.

Il confine tra Kazakistan e Cina (Eurasianet).

Negli ultimi mesi, alcune persone sono state informate che i loro cari sarebbero stati rilasciati dai campi di rieducazione, ma solo per essere trasferiti in campi di lavoro forzato. Altri sono invece venuti a sapere che i loro parenti erano stati trasferiti in carcere e condannati a scontare condanne pesanti.

Gaukhar Kurmangaliyeva, il cui cugino Askar Azatbek, un cittadino kazako apparentemente rapito nel dicembre del 2017 da funzionari del servizio di sicurezza cinese nella zona franca di Khorgos, una zona commerciale a cavallo del Kazakistan e la Cina, è una dei molti firmatari di petizioni che ha deciso di diventare una volontaria di Ata-Jurt.

Prima di guardare una clip online di uno dei discorsi infervorati di Bilash lo scorso marzo, questa addetta alle pulizie part-time che guadagna circa 50.000 tenge al mese (130 dollari), non aveva alcuna idea della portata della repressione in Xinjiang.

Ad Ata-Jurt ha trovato una comunità di persone che, come lei, cercavano conforto. Le hanno subito dato ascolto. C'è voluto un anno di continue e-mail e telefonate prima che la donna ricevesse una risposta seria dal Ministero degli esteri del Kazakistan. Negli ultimi mesi del 2018, i funzionari del ministero le hanno detto che le autorità cinesi avevano incarcerato Azatbek per aver violato le leggi che vietano il possesso di due nazionalità.

“Se chiudono Ata-Jurt e arrestano Serikzhan Bilash, dove andremo?” ha chiesto Kurmangaliyeva.

In passato, Bilash ha già affrontato sfide legali e ne è uscito vincitore. A febbraio, un tribunale lo ha multato per l'equivalente di circa 700 dollari per aver diretto un'organizzazione non registrata.

Tuttavia, benché molti lo considerino un crociato di sani principi che affronta impavido le minacce, altri lo considerano un pericoloso demagogo.

A gennaio, un gruppo di personaggi pubblici kazaki, tra cui l'ex legislatore e scrittore Mukhtar Shakhanov, ha firmato una lettera pubblica in cui si condanna Bilash. I firmatari hanno definito il modo di fare provocatorio di Bilash come controverso, affermando che stesse sfruttando gli Oralman, ossia i rimpatriati kazaki, per “guadagnare punti”.

“I volontari Ata-Jurt provocano danni più che aiutare”, si conclude nella lettera. Bilash ha poi raccontato a Eurasianet che è stato successivamente chiamato dalla polizia e interrogato sul contenuto della lettera.

I detrattori della lettera hanno suggerito che sia stato il governo a convincere i firmatari a scrivere il documento.

Durante la sua scalata verso la celebrità nazionale, Bilash ha però perso anche molti alleati.

Kydyarali Oraz, che si considera il fondatore del movimento Ata-Jurt, si è impegnato come tutti gli altri nella lotta per i diritti dei kazaki del Xinjiang, riuscendo perfino a esporre il problema alle Nazioni Unite a Ginevra lo scorso novembre.

Poco dopo quel viaggio, i due hanno litigato perché Bilash ha accusato Oraz di aver commesso irregolarità finanziarie e di non essere leale.

Da allora, Oraz ha formato un nuovo gruppo. I suoi vecchi compagni hanno accolto con un dispiacere sospetto la notizia della registrazione del nuovo gruppo presso le autorità governative.

Dopo l'arresto di Bilash il 10 marzo scorso, Oraz ha registrato un video messaggio [kk] in cui esprime solidarietà per Ata-Jurt e per la comunità degli Oralman in generale. I rapporti con il suo ex alleato continuano però a essere pessimi.

In una precedente intervista con Eurasianet, Oraz ha criticato Bilash dicendo “Considera chiunque non è d'accordo con lui come una spia cinese”.

C'è però una persona che ha sostenuto irriducibilmente Bilash che è forse la più importante di tutte.

L'anno scorso, l'ex dipendente dello stato cinese e membro del Partito Comunista Sayragul Sauytbay ha fatto scalpore sui giornali perché è stata la prima persona a testimoniare in tribunale e confermare l'esistenza dei campi di reclusione cinesi. Era sotto processo e rischiava la deportazione in Cina dopo che le autorità kazake l'avevano arrestata per essere entrata illegalmente nel paese.

Grazie soprattutto alle iniziative di sensibilizzazione di Ata-Jurt, il processo è stato costantemente seguito dai media internazionali.

Dopo ogni udienza del processo a Sauytbay, Bilash ha fatto discorsi appassionati agli Oralman, che erano soliti affollarsi nella piccola e soffocante aula del tribunale della città provinciale di Zharkent.

In un'occasione, Bilash ha addirittura inseguito due diplomatici cinesi presi dal panico, che assistevano al processo come osservatori, fino alla loro macchina.

Quando il tribunale ha assolto Sauytbay, il suo status come icona nazionale sembrava scontato.

Ciononostante, le autorità kazake si sono finora rifiutate di concedere a Sauytbay l'asilo permanente e si sono limitate a prolungarle temporaneamente il permesso di soggiorno.

Secondo l'avvocato di Sauytbay tutto ciò l'ha lasciata esposta alle pressioni da parte delle autorità. Aiman Umarova, che si occupa di difendere le donne vulnerabili le ha permesso di ottenere un premio dal Dipartimento di Stato statunitense nel 2018.

Umarova afferma che i servizi di sicurezza hanno recentemente chiesto a Sauytbay di prendere pubblicamente le distanze da Bilash suggerendole di usare la televisione nazionale come forum per allontanarsi dal suo paladino. Umarova ha così commentato:

“Lo hanno preso di mira perché è la voce più autorevole che si erge a difesa dei diritti dei kazaki che vivono [in Xinjiang]”. Questo è quanto ha riferito Umarova, che si è detta disposta a rappresentare Bilash in qualsiasi futura udienza legale, a Eurasianet.

Tuttavia, Sauytbay ha rischiato l'ira delle autorità kazake per aver rifiutato la loro offerta.

“Umarova mi ha però detto: ‘se testimoniassi contro di lui, dopo tutto quello che queste persone hanno fatto per me, che persona sarei?’ “.

Il Xinjiang Victims Database è il più grande database consultabile in lingua inglese sulle vittime della continua repressione nello XUAR.

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