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La repressione contro il popolo pemón scuote il Venezuela, ma il conflitto è di vecchia data

Un murales nella città di Guarenas, area centro nord di Caracas, esprime solidarietà con la comunità pemón. Fotografia condivisa dall'utente Provea su Instagram. Utilizzo consentito.

La comunità pemón rappresenta una delle popolazioni indigene di origine caraibica che vive nello stato di Bolívar, uno dei 25 stati in cui è diviso il Venezuela, al confine con Brasile e Guyana.

Dal censimento della popolazione effettuato nel 2011 è emerso che i pemón rappresentano la quarta popolazione indigena più numerosa del Venezuela [es, come i link successivi].

Questa popolazione è spesso coinvolta in conflitti contro il governo venezuelano per via della militarizzazione da parte di quest'ultimo dei territori abitati dalla comunità, ma anche per i progetti di estrazione mineraria avviati all'insaputa delle popolazioni locali e la diffusione di attività minerarie illecite.

Con lo scoppio di nuove tensioni a seguito della tentata fornitura di aiuti umanitari in alcuni territori del Venezuela lo scorso 22 febbraio si riapre un nuovo episodio del conflitto tra la popolazione pemon e il governo. Le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani operanti a livello nazionale e internazionale ritengono che questi rappresentino segnali allarmanti.

Juan Carlos la Rosa, dell'Organizzazione indigena interculturale Wainjirawa, ha espresso a Global Voices la sua profonda preoccupazione, soffermandosi sulla necessità che l'opinione pubblica si interessi di tali episodi: 

Estamos hablando de la posibilidad de una masacre y es importante que la opinión pública mundial vuelque su mirada hacia los territorios indígenas […] Hoy el gobierno que levanta las banderas de defensa de la soberanía frente a una eventual invasión militar extranjera, es un gobierno que le entrega a esas mismas potencias y a otras potencias, las concesiones mineras del 12 % del territorio nacional.

Siamo davanti a un potenziale massacro, è importante che l'opinione pubblica mondiale si informi sulla situazione imperante nei territori abitati da popolazioni indigene […] Oggi, lo stesso governo che inneggia alla difesa della sovranità nazionale davanti alla possibilità di invasione militare straniera, concede alle stesse e ad altre potenze straniere le concessioni per l'estrazione mineraria in un'area corrispondente al 12% dell'intero territorio nazionale.

Secondo la testata Crónica Uno, lo scorso 22 febbraio alcuni membri della comunità pemón hanno tentato di fermare le forze armate inviate dal governo intente a impedire il transito nel Paese degli aiuti umanitari provenienti dal Brasile. Gli agenti hanno aperto il fuoco, uccidendo una persona e ferendone altre 16, tra queste alcune sono morte qualche giorno dopo.

L'ospedale di Boa Vista, al quale sono state portate molte delle persone ferite, ha affermato che tra il 22 e il 24 febbraio ha assistito 23 pazienti con ferite da arma da fuoco, 13 dei quali in gravi condizioni.

Il 3 marzo, il numero delle vittime è salito a sette morti (quattro dei quali sono membri della comunità pemón) e più di 30 feriti.

Le informazioni relative a questi episodi sono state diffuse dai mezzi di comunicazione e dai social media venezuelani. Gli hashtag #Pemon e #TodossomosPemon (Siamo tutti pemón) forniscono aggiornamenti sulla vicenda, condividono immagini e notizie sul numero delle vittime, senza nascondere l'indignazione per quanto accaduto:

Questo è il chavismo: coloro che hanno giurato di difendere i popoli indigeni anche a costo della morte, di rivendicare i diritti di queste comunità e riconoscere e mantenere le tradizioni nell'ordinamento costituzionale, oggi le uccidono a sangue freddo.

Un altro esempio è quello riportato dal professore universitario Julio César Toro, uno dei tanti utenti che hanno condiviso l'immagine forte che ritrae due militari dell'esercito mentre arrestano una donna pemón durante gli scontri del 22 febbraio:

Una fotografia che resterà nella storia e, nel futuro, sarà traccia della scelleratezza promossa da un'abominevole sezione di un esercito che dovrebbe garantire la libertà…

In risposta agli episodi di repressione, le autorità della comunità pemón hanno trattenuto alcuni soldati. Non è ancora ben chiaro quanti siano stati i soldati fermati, dal momento che le varie fonti di informazione forniscono dati diversi. Secondo quanto affermato da Foro Penal, un'organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani, a seguito di quest'azione l'Intelligence venezuelana (SEBIN) avrebbe arrestato nove membri della comunità pemón. Al 24 febbraio, gli stessi continuano a risultare dispersi.

Qualche giorno dopo, il 27 febbraio 2019, la Guardia Nacional Bolivariana (GNB), ha preso d'assalto l'aeroporto di Santa Elena de Uairen, nello stato di Bolívar. Durante l'incursione tre membri pemón sono stati arrestati; secondo un comunicato sottoscritto da numerose organizzazioni e attivisti per i diritti umani, i detenuti sono stati vittime di tortura e maltrattamenti crudeli e disumani.

Le autorità continuano a cercare coloro che hanno tentato di favorire il passaggio di aiuti umanitari tra venerdì 22 e sabato 23 febbraio. Fino a questo momento si ha notizia di 58 persone detenute, tra cui 16 membri della comunità indigena pemón. Inoltre, sono almeno nove le persone che non sono ritornate a casa per via delle numerose minacce ricevute. Emilio Gonzáles, sindaco del comune Gran Sabana e membro della comunità pemón, si è rifugiato in una località protetta.

Lisa Henrito, membro del consiglio comunale e anch'essa pemón, ha denunciato a La Guarura, un mezzo di comunicazione locale, la “progressiva militarizzazione” e gli assassinii eseguiti dalle forze armate. Henrito ha inoltre fornito importanti testimonianze sull’episodio di Santa Elena de Uairén, pubblicate dalla rivista SIC della fondazione Centro Gumilla:

…hasta esta fecha y hora, martes, 26 de febrero 2019 a las 5:55 pm sigue la guerra psicológica, hostigamiento y persecución militar. La intimidación donde a cada rato pasan los tanques, los convoy full de efectivos militares, vehículos oficiales con supuestos efectivos de la policía allanando casas y en hora de la noche hay toque de queda, una situación que ya vienen afectando a nuestros ancianos y ancianas, a nuestros niños y niñas…

È il giorno martedì, 26 febbraio 2019. Ore 17:55. Non si fermano le azioni di terrorismo psicologico, violenza e persecuzioni militari. I mezzi militari transitano nella zona per tutto il giorno con i bordo presunti poliziotti che perquisiscono le case, mentre nelle ore serali c'è il coprifuoco. Questa situazione colpisce soprattutto i nostri bambini e gli anziani…

Una storica comunità minacciata da militarizzazione ed estrazione mineraria

In un comunicato pubblicato il 14 dicembre 2018, l'organizzazione interculturale indigena Wainjirawa ha denunciato il processo di militarizzazione dei territori popolati da comunità indigene in Venezuela:

el Gobierno venezolano no está actuando hace mucho tiempo de buena fe ni con la madre tierra ni con los seres humanos, su interés [es el de] controlar militarmente el territorio pemón para empujar el Arco Minero en alianza con el crimen organizado, los grupos armados y sus aliados internacionales.

Il governo venezuelano da molto tempo non agisce in buona né nei confronti di madre natura, né degli esseri umani. Il suo unico interesse è controllare militarmente il territorio pemón per appropriarsi dell'Arco Minero, in combutta con le organizzazioni criminali, i gruppi armati e i propri alleati a livello internazionale.

Il progetto al quale si fa riferimento, Arco Minero, conosciuto anche come Zona de Desarrollo Estratégico Nacional Arco Minero del Orinoco (Area di sviluppo strategico nazionale Arco Minero del Orinoco) rappresenta un piano di estrazione mineraria dagli altissimi costi umani e ambientalipromosso dal governo di Nicolás Maduro. Il progetto ha l'obiettivo di estrarre oro, rame, ferro, diamanti e il minerale coltan dallo stato di Bolívar, un territorio ad alta biodiversità.

Secondo le inchieste del quotidiano venezuelano El Nacional, questo progetto mira a coinvolgere 150 aziende le cui sedi sono dislocate in 35 paesi del mondo e l'area sottoposta alle estrazioni minerarie corrisponderebbe al 12,4% dell'intero territorio venezuelano.

Il progetto Arco Minero è stato messo in piedi senza la previa realizzazione di studi che potessero calcolarne l'impatto socioambientale e senza che le comunità indigene fossero avvertite. Inoltre, l'area interessata dal progetto si estende nelle cosiddette Áreas Bajo Régimen de Administración Especial, riserve naturali poste sotto la protezione del governo venezuelano, tra queste vi sono parchi nazionali, monumenti naturali e luoghi sacri.

Amnesty International ha denunciato la segnalazione da parte di alti ufficiali dell'esercito nei confronti di alcuni attivisti pemón. Questi ultimi sarebbero accusati di aver partecipato ad “azioni di carattere secessionista” verificatesi al sud del Paese e attualmente risultano essere ricercati dalle autorità.

Juan Carlos La Rosa ha inoltre spiegato a Global Voices che la comunità pemón ha raggiunto livelli di organizzazione e di autonomia tali da compromettere i piani che le autorità al governo hanno in serbo per le aree abitate da questa popolazione. Secondo La Rosa, uno dei principali obiettivi della militarizzazione è quello di frammentare l'unità delle comunità indigene, indebolendone la presenza sul territorio:

[La unidad y la organización de los pemón] no le gusta a un gobierno que tiene un plan minero como el Arco Minero del Orinoco. [Tampoco] le gusta a las bandas criminales, consentidas de manera ya muy clara por el ente encargado de la administración de seguridad de la región y del negocio del oro y el coltán.  

[L'unità e l'organizzazione dei pemón] non sono viste di buon occhio da un governo che pianifica progetti di estrazione come quello di Arco Minero del Orinoco. [La vedono allo stesso modo] le organizzazioni criminali, che continuano indisturbate a praticare commercio illegale di oro e coltan con il tacito accordo da parte dell'ente governativo preposto a garantire la sicurezza nazionale.

La Rosa ha inoltre affermato che, vista la poca influenza che riescono ad esercitare nel contesto in cui vivono, le popolazioni indigene hanno avvertito la necessità di far sentire la loro voce:

El pueblo pemón creó el Consejo de Caciques Generales del Pueblo Pemón, los liderazgos comunitarios y la Guardia Territorial Indígena Pemón, que no le pertenece a nadie sino a las comunidades. Se subordina a la autoridad ancestral electa por todos los pemón y no es un grupo paramilitar como lo están señalando las matrices producidas desde el gobierno nacional.

La popolazione pemón ha dato vita a nuove forme di organizzazione comunitaria: il Consiglio generale dei Caciques, i leader della comunità Pemón, e la Guardia Territoriale Indigena Pemón, ad appannaggio esclusivo dei gruppi indigeni. Essa risponde a un'autorità eletta da tutti i membri pemón e non si configura come un gruppo paramilitare, come il governo nazionale vorrebbe far sembrare.

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