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Violenza domestica: un argomento tabù in Armenia

Marcia di protesta di una coalizione creata per fermare la violenza contro le donne, in cui spiccava lo slogan ‘Basta con l'indifferenza nei confronti della violenza’, tenutasi a Yerevan il 25 novembre 2016 (Foto di Photolur).

Il testo che segue è una versione del post di uno dei partner di Global Voices [en, come i link seguenti, salva diversa indicazione] scritto da Armine Avetisyan, e inizialmente pubblicato sul sito Web di OC Media.

Armine (nome fittizio) è stata sposata due volte. Il suo primo matrimonio è durato solo alcuni giorni perché ha scoperto che il marito aveva una relazione intima con la sua matrigna, che stava usando il suo matrimonio come copertura.

Cinque anni dopo ha incontrato un altro uomo e si è trasferita con lui in Russia. Non avendo un permesso di soggiorno, non poteva uscire di casa. Quando il marito tornava dal lavoro la sera, trovava tutte le possibili scuse per iniziare un litigio e finiva per picchiarla.

“Mi ha colpito con una sedia, con dei piatti… Mi ha strappato i vestiti, mi ha picchiata un'altra volta e mi ha costretto ad avere un rapporto sessuale con lui. Una volta sono svenuta dal dolore e lui mi ha versato dell'acqua in testa”, ci racconta.

Appena è rimasta incinta, la vita di Armine è diventata relativamente più tranquilla. Tuttavia, dopo la nascita del figlio, la violenza nei suoi confronti si è intensificata. Lei gli chiedeva di usare un preservativo ogni volta che il  marito voleva fare sesso con lei e ciò lo faceva infuriare ancora di più, e comunque rifiutava. Amine è rimasta incinta quattro volte ed ha abortito tutte le volte. Non aveva i soldi per comprare i contraccettivi ed è stato suo marito a procurarle i farmaci per farla abortire.

“Una volta, è venuta a trovarci una conoscente a cui ho raccontato tutto e che mi ha aiutata a fuggire. Ho preso il mio bambino di notte, mi sono precipitata all'aeroporto e sono tornata a casa qui in Armenia”, racconta.

Umiliata e costretta a rimanere in silenzio

Molte donne armene sono vittime di stupro e violenza sessuale all'interno del matrimonio. Benché siano state introdotte modifiche legislative per contrastare il problema, molti attivisti affermano che il problema della violenza sessuale continua a essere grave e che le donne vittime di queste violenze sono scarsamente protette.

Come molte altre vittime di abusi, Armine non si è rivolta alla polizia perché era sicura che non sarebbe servito a niente. Aveva anche paura che suo marito si sarebbe vendicato di lei se fosse andata alla polizia.

“Gli altri diranno: come mai non riesce a vivere una vita felice anche con un uomo diverso? Perché è lei la colpevole, è lei quella immorale”, afferma Armine.

Secondo i dati forniti dalla polizia armena a OC Media, ci sarebbero stati solo 112 casi di violenza sessuale nei confronti di donne nel 2016. Nel 2017, il numero ufficiale di violenze sessuali è sceso a 94.

Queste cifre non indicano necessariamente che i casi di violenza sessuale stiano diminuendo. Zara Hovhannisyan, un'attivista della Coalizione per fermare la violenza contro le donne, spiega che la riluttanza a sporgere denuncia deriva dalla paura delle donne di essere svergognate a causa della violenza sessuale, che è un argomento tabù in Armenia

‘Non ho seguito le tradizioni armene’

Il rapporto da favola di Lilit è durato fino alla nascita del suo primo figlio.

“Mio marito mi amava da morire, esaudiva subito ogni mio desiderio. Non sapevo nemmeno cosa volesse dire la parola “no”. Quando ero incinta, mi ha trattata come una regina. In altre parole, la mia vita sembrava una fiaba. Poi, tutto si è trasformato in un inferno”, ci racconta Lilit (nome fittizio).

Ci racconta che dopo la nascita del figlio, suo marito è cambiato. Qualche giorno dopo la nascita del bambino, Lilit stava allattando quando le si è avvicinato suo marito, che ha messo il bambino sul letto e ha fatto appassionatamente sesso con lei. Questo episodio si è ripetuto più volte. All'inizio, a Lilit piaceva.

“Qualche tempo dopo però ho iniziato a notare dei cambiamenti nel suo comportamento. Mi obbligava a fare cose a letto che erano sgradevoli e dolorose. Se opponevo resistenza, mi legava”.

La violenza sessuale è andata avanti per circa sei mesi. Lilit non ha detto niente alla sua famiglia perché non si sentiva a suo agio a parlare di problemi intimi.

Inizialmente, voleva mantenere unita la famiglia ed ha quindi chiesto al marito di farsi visitare da un sessuologo e psicologo, ma lui si è rifiutato.

“Se oggi sono viva, è perché non ho seguito le tradizioni armene e non mi sono lasciata intimorire dal fatto che mi avrebbe etichettato come “divorziata”. Ho chiesto il divorzio. Non l'ho denunciato alla polizia. Allora, non volevo che la gente sapesse tutto della mia vita”, aggiunge Lilit.

Essendo finanziariamente indipendente, Lilit ha potuto andarsene con il figlio e affittare una casa. Dice che l'ex marito ha tentato più volte di ricucire i rapporti. Lilit pensa che suo marito sia dipendente dalla violenza sessuale, ed è sicura che violenti anche la sua attuale moglie.

“Conoscevo quella ragazza alla lontana”, ci spiega Lilit. “Era una ragazza formosa e carina che veniva da un villaggio. Dopo il matrimonio, l'ho vista un paio di volte per la strada. È spaventosamente magra, cammina con un'andatura dinoccolata e ha il collo sempre coperto. Quando ero sposata, anch'io mi coprivo sempre il collo, perché me lo stringeva con le sue grosse dita facendo pressione. Voleva strangolarmi”,

Una volta mi ha detto: “Il mio sogno è di fare sesso con un cadavere”.

Modifica delle leggi sulla violenza domestica

Nel settembre del 2017, il Ministero della Giustizia ha presentato una proposta di legge intitolata “Sulla prevenzione della violenza domestica e la protezione delle vittime di tale violenza”. Questa legge doveva gettare le basi legali per prevenire la violenza domestica, proteggere le vittime di tale violenza e rendere la giustizia accessibile, dal momento che tutto ciò non era disciplinato dalle leggi in vigore.

Tuttavia, non tutti si sono dimostrati favorevoli alla legge. Alcuni ministri e figure politiche e pubbliche di spicco hanno iniziato a protestare contro la legge. Alcuni sono arrivati al punto di dire che “era stata imposta dall'Unione Europea” e che il suo scopo “era quello di distruggere le famiglie e allontanare i bambini dai loro genitori”.

Dopo un acceso dibattito, nel dicembre del 2017 è stata approvata la versione emendata intitolata “Sulla prevenzione della violenza domestica, la protezione delle persone vittime di violenza familiare e sul ripristino della solidarietà in famiglia”.

Le attiviste della Coalizione per Fermare la Violenza contro le Donne affermano che “il cambio del nome della legge e alcuni dei concetti in essa contenuti sono problematici”. Fanno presente che l'espressione “violenza domestica” è stata rimossa dal nome della legge e dal relativo testo e sostituita con l'espressione “violenza in famiglia”, che, secondo loro, è più ambigua dal punto di vista legale.

Nella legge approvata, l'espressione “causare dolore fisico” è stata rimossa e sostituita con “causare intenzionalmente sofferenza fisica”. L'espressione “sofferenza fisica” non esiste nel Codice Penale armeno.

Ne consegue che “se una donna è stata vittima di violenza, è stata aggredita fisicamente ma non ci sono segni apparenti di tale violenza sul suo corpo, il reato non è punibile”, ha detto Hovhannisyan della Coalizione per Fermare la Violenza contro le Donne a OC Media.

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