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Liberi di giorno, prigionieri di notte: attivisti egiziani denunciano la libertà vigilata

Shawkan assapora una giornata all’aperto, prima di essere messo di nuovo sotto chiave per la notte. Foto scattata da Wael Abbas e postata sull’account Twitter del fotoreporter.

Il fotoreporter egiziano Mahmoud Abu Zeid, conosciuto anche come Shawkan, ha trascorso cinque anni in prigione per aver fatto semplicemente il suo lavoro di giornalista.

È stato arrestato il 14 agosto del 2013, mentre stava fotografando la violenta dispersione del sit-it di Raba El Adaweya, in cui i sostenitori dell’ex-presidente egiziano Mohamed Morsi si erano riuniti per denunciare il colpo di Stato che ha posto fine al suo mandato il 3 luglio dello stesso anno. Le forze dell’ordine egiziane, intervenute per disperdere il sit-in, hanno ucciso almeno 817 persone [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] e ne hanno ferite molte altre, secondo Human Rights Watch.

Shawkan, che al momento del suo arresto stava lavorando per Demotix, ha passato quasi quattro anni in detenzione prima del processo, insieme ad altri 739 imputati per quello che è ora noto come il “Caso della Dispersione di Raba”. Nel settembre del 2018, una Corte Penale del Cairo lo ha condannato sulla base di accuse infondate di omicidio e affiliazione alla Fratellanza Musulmana, ed è stato rilasciato qualche mese dopo.

I sostenitori di Shawkan erano entusiasti di vederlo riunito con i suoi cari, quando è stato liberato il 4 marzo. Ma il giornalista in realtà è solo in parte libero. Ogni sera alle 6 deve fare rapporto e consegnarsi alla stazione di polizia locale per poi tornare libero alle 6 del mattino seguente. Shawkan dovrà seguire questa procedura ogni giorno per cinque anni dopo il suo rilascio.

“Voglio essere libero di poter tornare ad una vita normale” ha detto Shawkan a Deutsche Welle dopo il rilascio, riguardo al suo periodo di libertà vigilata.

Su Twitter e Instagram, il giornalista ha scritto un post a proposito della sua vita in queste condizioni restrittive e delle sue ore di libertà, dalle 6 di mattina alle 6 di sera.

Il 31 marzo, ha scritto un post sulla sua visita alle piramidi di Giza.

Le piramidi sono sullo sfondo.
Una gita vicino al luogo di supervisione [la stazione di polizia dove deve passare la notte] a causa del [la mancanza di] tempo.

Il 6 aprile, usando l’hashtag نص_حرية# (“mezza libertà” in italiano), ha postato [ar] su Instagram una foto scattata dalla sella della sua motocicletta. Spiegava che, per arrivare ogni sera in tempo alla stazione di polizia, viaggia in moto così da evitare il traffico.

La storia di Shawkan non è unica in Egitto. Il rinomato blogger egiziano Ala Abd El Fattah, rilasciato [en] il 28 marzo, si trova a sua volta in simili condizioni di libertà vigilata. Alaa ha trascorso cinque anni in prigione per aver sfidato il divieto di protestare e, come Shawkan, dovrà passare la notte in una stazione di polizia per i prossimi cinque anni.

“Libertà per Alaa”. Dal momento della sua ”liberazione”, Alaa ha denunciato le condizioni della sua libertà vigilata. Foto dalla campagna Freedom for Alaa.

Anche Alaa ha raccontato della propria vita in libertà vigilata.

“Sono felice di vedere la vostra gioia per il mio rilascio, ma purtroppo non sono libero”, ha scritto [ar] Alaa su Facebook qualche giorno dopo essere uscito. “Ogni giorno mi sottopongo ad una umiliazione chiamata sorveglianza”.

In un altro post, ha scritto: “Non so come descrivere l’emozione bellissima di assistere per la prima volta alla lezione di nuoto di [mio figlio] Khaled. Non so come descrivere neppure la crudeltà di doverlo lasciare a metà lezione per essere in orario al mio controllo”.

La sorella di Alaa, Mona Serif, che è anche un’attivista per i diritti umani, ha paragonato le condizioni della detenzione notturna di suo fratello all’“isolamento carcerario”.

Alaa has to turn himself in to Dokki police station every day at 6 pm and they let him go at 6 am.

When he turns himself in, they keep him isolated from all others in a small wooden kiosk within the police station. They lock him in for 12 hrs.

These are worst conditions than the ones he had to endure in prison for five years. Alaa is practically now spending half his day in solitary confinement in the police station, and he is looking at five years more of this nightmare

Alaa deve presentarsi ogni sera alle 6 alla stazione di polizia di Dokki e viene rilasciato alle 6 di mattina.

Viene tenuto in isolamento da tutti gli altri, in una piccola baracca di legno dentro alla stazione di polizia. Lo chiudono dentro per 12 ore.

Queste condizioni sono peggiori di quelle che ha dovuto sopportare per cinque anni in carcere. Adesso Alaa sta praticamente passando metà della sua giornata in isolamento alla stazione di polizia, e lo aspettano altri cinque anni di questo incubo.

Ahmed Maher, attivista politico con il Movimento Giovanile 6 Aprile, ha passato tre anni dietro le sbarre per aver manifestato illegalmente. È stato rilasciato nel gennaio del 2017 e posto sotto sorveglianza da parte della polizia per un periodo pari a quello trascorso in carcere. Su Twitter, ha descritto le sue condizioni in quel periodo:

Sotto la sorveglianza della polizia, il luogo in cui dormiamo è molto più sporco che in galera e c’è maggiore arbitrarietà, anche se secondo la legge non avrebbero il diritto di imprigionarci in una stazione di polizia o di privarci dei nostri figli, del nostro lavoro, dei nostri studi e di una vita normale. Secondo la legge, la sorveglianza dovrebbe essere più leggera e più umana, ma è chiaro che la motivazione è puramente il desiderio di perpetrare abusi ed umiliare.

Questa abitudine di rinchiudere gli ex-detenuti durante la notte è un abuso di potere. Secondo gli analisti legali [ar] e le ONG per i diritti umani, chi viene posto sotto sorveglianza dovrebbe poter passare le notti a casa. Solo a chi non ha un luogo in cui vivere nell’area della stazione di polizia di riferimento è richiesto di trascorrere la nottata sotto la custodia degli agenti.

Yasmin Omar and Mai El-Sadaby del Tahrir Institute for Middle East Policy hanno scritto:

After an individual is sentenced to a probation period decided by the judge at sentencing, the law empowers the sentenced individual to designate a residence at which to serve his or her probation period. However, the law additionally authorizes authorities to select a location for probation if no residence is provided, as well as to determine whether or not a location selected by the defendant is appropriate for police surveillance. This discretion has been used to systematically erode the right of individuals to complete their probation periods at their stated residence—a right guaranteed to them under law—and instead force individuals who have residences where police surveillance can clearly occur to spend them at police stations.

Dopo che un individuo è stato condannato alla libertà vigilata dal verdetto di un giudice, la legge permette all’indivuduo condannato di designare una residenza in cui scontare tale periodo di libertà vigilata. Tuttavia, la legge autorizza altresì le autorità a selezionare un luogo per la libertà vigilata se non viene fornita una residenza e a stabilire se il luogo selezionato dall’imputato sia adatto alla sorveglianza della polizia. Questo margine di discrezione è stato utilizzato [ar] per erodere sistematicamente il diritto di ciascun individuo a completare il proprio periodo di libertà vigilata presso la residenza dichiarata (un diritto garantito dalla legge) e costringere invece individui che hanno luoghi di residenza in cui la sorveglianza potrebbe chiaramente svolgersi a trascorrerla nelle stazioni di polizia.

Eppure, alla fine di ogni giornata, molti egiziani sono costretti a tornare in una piccola cella di una stazione di polizia, lontano dai propri cari e dal resto del mondo: sono fuori di prigione, ma non davvero liberi. Molti sono attivisti, il cui unico crimine è stato aver esercitato i propri diritti fondamentali di libertà di espressione, assemblea e protesta.

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