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Bisogna davvero imparare il giapponese per vivere in Giappone?

Japanese learning materials

Libri di testo e dizionari per l'apprendimento del giapponese. Immagine di Nevin Thompson.

Alla fine di aprile, la sezione dedicata ai libri del New York Times ha pubblicato un tweet che ha scatenato una bufera di discussioni e critiche sul fatto se sia necessario o meno che uno straniero residente da lungo tempo in Giappone impari il giapponese, se vive nel Paese.

Il tweet in questione rimandava alla recensione sul New York Times del nuovo libro di Pico Iyer [en, come tutti i link successivi], Autumn Light. Iyer è un noto saggista e autore di libri di viaggi che negli ultimi venticinque anni ha vissuto sporadicamente in Giappone.

Il dibattito ha toccato temi come l'orientalismo e il modo in cui il Giappone viene tradizionalmente rappresentato dagli scrittori occidentali, lo status delle donne nei matrimoni interculturali e il lavoro non retribuito, a cui spesso gli uomini di origine straniera ricorrono per poter semplicemente andare avanti giorno dopo giorno, e la gerarchia che esiste nella comunità degli stranieri in Giappone.

Secondo l'editore di Iyer, il nuovo libro vuole essere “una profonda esplorazione della storia e della cultura giapponesi e una commovente meditazione su impermanenza, mortalità e dolore”.

Sebbene viva in Giappone da 25 anni, Pico Iyer sceglie di non imparare più di un briciolo di giapponese perché dice di aver bisogno di mistero e di “una sensazione di spazio aperto nella vita, qualcosa che controbilanci il senso del familiare”.

È improbabile che molti dei commentatori su Twitter abbiano davvero letto la recensione del libro di Iyer sul New York Times. La maggior parte delle 290 risposte al tweet originale, così come una serie di conversazioni tra “stranieri residenti in Giappone su Twitter” si sono concentrate sul fatto che Iyer non ha mai imparato a parlare giapponese, nonostante abbia vissuto nel paese per molto, molto tempo.

Altri hanno commentato l'anonimato della “moglie giapponese” di Iyer, che probabilmente fa in modo che il marito possa vivere senza problemi in Giappone.

In altre parole, vive la vita di un eterno bambino, incapace di impegnarsi come un adulto con tutti quelli che gli stanno intorno. Meno male che c'è la moglie che si preoccupa di tutto ciò che bisogna fare per vivere qui.

Essendo anch'io un residente straniero saltuario in Giappone, che ha investito una notevole quantità di tempo nell'apprendimento del giapponese e nel tentativo di inserirsi, sono rimasto irritato dal tweet su New York Times Books. Ho postato alcuni commenti su Twitter esprimendo la mia disapprovazione per i presunti atteggiamenti di Iyer nei confronti del Giappone, anche se in genere mi astengo dal criticare in pubblico i colleghi scrittori residenti nel Paese. La comunità di residenti stranieri di lungo periodo in Giappone attivi sui social media è piuttosto piccola, e il numero di residenti stranieri che scrivono del Paese è ancora più basso. Un'osservazione denigratoria sui social media può creare una faida infinita.

Inoltre, c'è un piccolo, ma significativo numero di residenti stranieri di lunga data in Giappone (alcuni dei quali si sono naturalizzati e sono diventati cittadini giapponesi) che perseguitano e molestano giornalisti, accademici e altri scrittori che hanno opinioni “sbagliate” sul Giappone. È una cultura tossica che ho sperimentato in prima persona scrivendo del Giappone su Global Voices, e a cui non voglio contribuire.

Eppure, ho lasciato commenti qua e là esprimendo la mia irritazione per Pico Iyer.

Perché il rifiuto di Pico Iyer di imparare il giapponese ispira tanta indignazione? Una ragione potrebbe essere che quasi tutti gli occidentali non giapponesi che passano del tempo in Giappone provano da un lato un senso di realizzazione nel padroneggiare semplici operazioni, come leggere un orario del treno oppure ordinare dal menu di un ristorante, e dall'altro un senso di disprezzo per gli altri visitatori stranieri o residenti che non lo fanno.

Non tutti i residenti stranieri di lunga data in Giappone hanno a disposizione tempo ed energia per padroneggiare la lingua giapponese, il che consente a chi sa parlare e leggere il giapponese di sentirsi orgogliosamente superiore (anche se, nella gerarchia degli stranieri in Giappone, c'è sempre qualcuno che ha raggiunto una padronanza del giapponese migliore della tua, e che può quindi sentirsi ancora più orgogliosamente superiore).

Per un occidentale ci vogliono molto tempo e fatica per costruirsi una vita in Giappone. Oltre ad imparare circa 1800 caratteri cinesi e a padroneggiare 10.000 parole, i residenti in Giappone nati all'estero devono diventare dei quasi esperti su un numero pressoché infinito di argomenti, tra cui etichetta, legislazione fiscale, storia, cibo e l'importanza di possedere sempre un fazzoletto da taschino (i gabinetti pubblici non hanno quasi mai asciugamani di carta per asciugare le mani).

Il duro lavoro di integrarsi e costruirsi una vita nel Paese si traduce in una sorta di senso di proprietà nei confronti del Paese stesso e della sua cultura: “Come puoi pensare di sapere qualcosa del Giappone? Non conosci nemmeno le regole che governano le campagne elettorali comunali!” (Questa è una critica reale, ricevuta di recente da un altro dei residenti di lunga data che voleva farmi stare al mio posto).

C'è anche qualcosa di protettivo nel modo in cui come questi residenti “di lunga data” reagiscono a ciò che gli altri scrivono del Giappone. I soliti stereotipi regolarmente riportati dai media occidentali su come i giapponesi non facciano sesso o come le centrali nucleari distrutte a Fukushima stiano avvelenando il Pacifico vengono quasi ossessivamente derisi e sfatati su Twitter e Facebook.

L'utente di Twitter @deivudesu ha creato una parodia della complicata gerarchia sociale degli stranieri in Giappone in un diagramma ampiamente condiviso che, pur essendo ironico, mostra quanto lo status sia importante.

Who looks down on whom in Japan

“Chi si sente migliore di chi nella comunità degli stranieri in Giappone”. Immagine gentilmente concessa dall'utente Twitter @deivudesu, non riproducibile senza permesso.

Tuttavia, quanto più difficili sono le lezioni che impariamo sul Giappone, tanto più alcuni di noi scoprono quanto in realtà sia ordinaria la vita in questo Paese. Le tipiche barrette al cioccolato Kit Kat, i distributori automatici, i templi zen, i capsule hotel e i treni in orario, sono soltanto dei rumori di fondo totalmente irrilevanti. Gli apparecchi fax sono tuttora utilizzati regolarmente in molti paesi del mondo, non solo in Giappone. In realtà è abbastanza semplice essere parte di una cultura apparentemente isolana.

Si deve davvero imparare il giapponese per vivere in Giappone? Come qualsiasi altra cosa nella vita, la risposta corretta a questa domanda è del tutto personale. In fin dei conti, non importa in quale parte del mondo si viva, dipende totalmente dall'individuo se la vita è ordinaria, ricca di varietà o misteriosa.

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